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| Anno 2000 | |
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Nel 1981 un giornalista di una televisione locale chiese al generale Pietro Egidio Re, comandante dell'Accademia militare di Modena: "E delle donne in Accademia cosa ne pensa?" Il generale rispose: "Siamo pronti, abbiamo già trovato la soluzione a tutti i problemi che si potrebbero verificare, incluso quello della riservatezza". All'epoca, infatti, gli allievi erano già alloggiati in camerette da quattro o sei posti letto, con locali igienici annessi, e aveva una soluzione anche la necessità di "privacy" delle donne. Erano quelli i tempi in cui le domande di ammissione all'accademia erano passate dalle 1.500 di pochi anni prima a 4.300: un vero e proprio boom, il cui promotore era stato l'impiego dei nostri soldati in missione di pace in Libano. Niente a che vedere con le 22.000 domande pervenute quest'anno.
In Belgio, le donne in Accademia c'erano già. La questione era stata risolta senza gran rumore. Unico problema, le prove fisiche di selezione: la legge prevedeva per le ragazze delle misure minime da raggiungere meno severe di quelle dei ragazzi. Alle concorrenti di sesso femminile questo riguardo sembrò eccessivamente cavalleresco e, in omaggio ai principi femministi che allora imperavano nelle piazze, pretesero che le misure e i tempi da superare fossero identici a quelli dei maschi. Risultato: poche ragazze superarono le prove e furono ammesse. Ma il fatto non turbò più di tanto l'opinione pubblica. Sono passati vent'anni. Vent'anni durante i quali le Forze Armate sono sempre state pronte a ricevere le donne nei loro ranghi, e l'argomento di tanto in tanto è riapparso agli onori delle cronache per poi ricadere nel dimenticatoio. Un po' come i Tartari tanto attesi dal tenente Giovanni Drogo (Dino Buzzati vedeva giusto). Ora, d'un tratto, il polverone. Dopo l'approvazione della legge sul reclutamento femminile, sembrava che la palla fosse passata in mano alle Forze Armate e che il vedere le donne in divisa fosse ormai questione di giorni. Niente affatto, perché dopo la legge viene il decreto per l'attuazione della legge. Nel caso specifico, il decreto doveva essere emesso di concerto tra i Ministeri della Difesa, delle Pari Opportunità, del Tesoro, del Bilancio, delle Finanze, dei Trasporti e della Funzione Pubblica. Quanti sono? Sette. Una lunga burocrazia che ha costretto il Direttore generale del personale militare a emanare il decreto integrativo, per le donne, invece che il 3 marzo - come previsto - il 28 aprile. E' saltata così perfino la pur pessimistica previsione dello Stato Maggiore dell'Esercito, che aveva ritardato la data di convocazione delle ragazze a due settimane dopo i ragazzi (2 maggio gli uni, 16 maggio le altre). Non vogliamo entrare nella polemica di quelli che dicono che, in fondo, le donne lo sapevano da gennaio che avrebbero dovuto sottoporsi a delle prove fisiche, e che l'unica cosa che non sapevano erano i limiti minimi da superare. Apprezziamo, invece, i nervi saldi della Difesa che non si è messa a polemizzare con gli altri Ministeri per essere stata costretta a lavorare con il fiato in gola, ma ha risolto il problema riconvocando tutte le ragazze alle prove, assumendosi la responsabilità dei tempi lunghi della nostra burocrazia. Quello che ci lascia perplessi, invece, è il polverone mediatico che è stato fatto attorno a questo caso, che a null'altro è servito se non a coprire le lungaggini delle nostre procedure amministrative. Le Forze Armate le stiamo finalmente riformando, pur con un ritardo di vent'anni rispetto al Belgio. Quand'è che metteremo mano a una vera riforma della Pubblica amministrazione? |