Anno 2000

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Quelle parole di troppo che valgono una carriera

Giovanni Bernardi, 1 luglio 2000

Quando l'ammiraglio Buracchia andò a riposare, quella sera, si sentì forse come liberato da un peso che gli opprimeva l'animo da tempo. L'avere confidato a un amico d'infanzia i propri pensieri gli aveva concesso, per una volta, di abbandonare sulla scrivania la giacca con le insegne del comando e di liberare i sentimenti dell'uomo che era in lui e che troppe volte aveva dovuto tacere in nome di una forza maggiore.

Ma l'amico era un giornalista e, una volta raccolta la confessione, scrisse e spedì alla redazione. Fu come aver voltato la schiena a un galeotto armato di coltello. La pugnalata lo colse nella schiena e cadde bocconi sacrificato sulla tolda della Storia. L'ammiraglio non era un ammiraglio qualunque: era il Comandante di una formazione navale. La sera non era una sera qualunque: era una sera di guerra, la guerra del Golfo.

La pubblicazione dell'articolo in Italia generò un pandemonio e l'ammiraglio fu frettolosamente rimosso dall'incarico. Di recente, abbiamo assistito a un'altra rimozione eccellente, quella del generale Mazzaroli, vice comandante della forza multinazionale in Kossovo, colpevole di aver fatto, alla presenza di un giornalista, dei commenti di natura politica. Al generale, rimpatriato, che si aspettava dopo il Kossovo un prestigioso incarico all'estero, è stato affidato il comando militare della Regione Friuli: una scatola vuota, un cassonetto in attesa di discarica.

Deliberatamente non vogliamo entrare nel merito di quanto affermato dai due ufficiali: è già stato commentato ampiamente da tutta la stampa, non solo nazionale. Per quanto riguarda invece le decisioni prese nei due casi dal vertice politico-militare, riteniamo che siano state corrette, quindi non criticabili. In una nazione democratica moderna, infatti, l'autorità militare deve essere sottoposta al potere politico.

Quando i militari travalicano i confini delle loro responsabilità e assumono quelle politiche, significa colpo di stato. Con certezza, peraltro, possiamo affermare che le Forze armate italiane non hanno mai manifestato inclinazioni di questo genere. Escludiamo quindi l'ipotesi che i due ufficiali abbiano voluto ribellarsi all'autorità militare per lanciarsi in un'avventura politica.

Dove invece sentiamo il dovere di sottoporre a critica il vertice della Difesa, è nella mancanza di una politica di pubblica informazione e, per conseguenza, di direttive, di obiettivi, di pianificazione. In poche parole: assenza di professionalità nella comunicazione. E' pur vero che di tanto in tanto vengono organizzati dei corsi per ufficiali addetti stampa o per ufficiali prossimi al comando, ma sono iniziative sporadiche di forza armata senza il minimo coordinamento da parte del vertice.

Per questo motivo, desideriamo offrire un'altra chiave di lettura degli episodi citati: i due ufficiali, senza l'assistenza di un addetto stampa esperto, senza direttive, senza addestramento né esperienza nel campo dei rapporti con la stampa, sono stati mandati allo sbaraglio a ricoprire un ruolo per il quale non avevano una preparazione specifica. E' stato come inviare una recluta a disinnescare una bomba inesplosa: la recluta è saltata insieme con l'ordigno. Conferma della mancanza di politica di pubblica informazione ci viene dal caso del paracadutista morto a Livorno, il cui corpo è stato trovato, dopo due giorni, in caserma. Anche qui evitiamo di entrare nel merito della questione.

Evitiamo anche di fare commenti sul polverone che è stato sollevato per quell'imbecillario fatto diramare ai comandanti dipendenti dal generale Celentano, ufficiale validissimo peraltro, che merita l'incarico attuale di Capo di stato maggiore delle Forze di proiezione a Milano. Dove non possiamo tacere, è nell'avere constatato la mancanza totale di direttive di comunicazione, che avrebbero dato unitarietà e unidirezionalità alle dichiarazioni degli ufficiali intervistati. Così non è stato, purtroppo.

Quest'anno, le domande di arruolamento nelle Forze armate italiane supereranno verosimilmente il numero di cinquantamila. Sono cinquantamila giovani che non chiedono solo un posto di lavoro e uno stipendio a fine mese: chiedono di sapere e di far sapere ai genitori cosa sono e come funzionano le Forze armate. Queste, da parte loro, poiché sono indubbiamente leali al giuramento prestato e poiché non hanno niente da nascondere, hanno il dovere di imparare a comunicare.