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| Anno 2000 | |
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Già alle otto del mattino i responsabili del seggio erano al loro posto. All'adunata, il Comandante ricordò a ciascuno dei presenti il loro dovere: "Votare non è solo un diritto, ma un dovere di ogni cittadino, e voi, in quanto cittadini in divisa, avete doppiamente il dovere di eleggere i vostri rappresentanti nei comitati di base di rappresentanza."
I soldati si avviarono verso il seggio senza una particolare convinzione ma - l'aveva detto il Comandante - votare è un dovere. Seguirono ufficiali e sottufficiali i quali, invece, erano stati "sensibilizzati" da una circolare che, pur considerando il fatto che votare è una scelta, tuttavia ricordava che, qualora il militare non avesse espresso il proprio parere, la cosa sarebbe stata presa in considerazione. Insomma, i militari effettivi dovevano andare a votare per forza. E così fecero. E così fanno tutte le volte che occorre eleggere i rappresentanti di quello che i giornali chiamano "Il sindacato dei militari". Così si eleggono i comitati di base di rappresentanza, così si eleggono i comitati intermedi di rappresentanza, così si eleggono i comitati centrali di rappresentanza. Forse i soldati eletti ci credono; gli ufficiali e sottufficiali, invece portano con sé una stanchezza e una sfiducia che rappresenta sinceramente il loro essere militari. Stancamente assolvono il proprio dovere, con riluttanza partecipano alle riunioni, con un certo sussiego ascoltano, quando pure accade, i loro colleghi che rappresentano le loro esigenze. La rappresentanza militare fu istituita per motivi politici alcuni anni or sono e i militari male vi si adeguarono: vedevano in questa innovazione un tradimento della scala gerarchica, quella che fino ad allora aveva rappresentato le loro esigenze e le loro necessità. Oggi leggiamo che, nei confronti del colonnello Antonio Pappalardo (Presidente del Comitato centrale di rappresentanza dei Carabinieri) la pubblica accusa militare ha chiesto l'archiviazione per i reati che erano stati supposti a suo carico, il più grave di tutti: istigazione alla violazione delle leggi. Questo significa che, quando scoppiò il temporale sulla presunta "rivoluzione" ideologica del colonnello, non c'era niente che avesse conseguenze penali. Sembra, però, che il pubblico ministero abbia rilevato delle implicazioni disciplinari. Ma quali? E' una infrazione disciplinare il fatto che un colonnello, investito di una responsabilità nazionale, parli di questioni che riguardano i suoi rappresentati? Oppure vogliamo fare tacere quelli che prendono con estrema serietà il loro incarico? Ecco, forse è qui il vero nocciolo del problema: il colonnello Pappalardo - a nostro avviso - ha inteso troppo seriamente il proprio incarico. E come tutti quelli che fanno sul serio, è stato considerato un rivoluzionario. Abbiamo troppa stima per il Comando generale dei Carabinieri per ritenere che nei confronti del colonnello Pappalardo vengano presi dei provvedimenti disciplinari, così come chiede il pubblico ministero Antonio Infelisano. Riteniamo piuttosto che il colonnello vada considerato come una razza in via di estinzione e, come tale, protetta dalla sua stessa Istituzione. Vorremmo dirgli grazie per l'energia con la quale ha difeso i Carabinieri (nostri vicini di tutti i giorni), per l'accorato appello che ha fatto alle forze politiche, per l'entusiasmo che ha profuso in quella che lui considerava la sua missione. Ma sappiamo che qualcuno gli ricorderà i doveri disciplinari. Ebbene, a questo qualcuno noi vogliamo ricordare che prima di punire un ufficiale dei carabinieri bisogna passarsi una lunga mano sulla coscienza. |