Anno 2000

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Dalle carceri alle caserme: una proposta per Bianco

Giovanni Bernardi, 15 luglio 2000

Percorrendo la lunga strada che divide il paese in due file uniformi di case, mi lascio sopraffare dal silenzio che - come una coperta di seta - lo avvolge. I miei passi echeggiano nella fresca sera d’estate. Arrivo al bar ed entro. Pochi clienti davanti a un bicchiere di bianco rievocano un passato nemmeno troppo lontano: "Non c’è più nessuno qui! Quando c’erano gli alpini, invece…". Riesco a racimolare qualche briciola di sfrontatezza per interpellare i vecchi: "Fino a quando c’erano gli alpini?"

"Fino a qualche anno fa – risponde con riservata gentilezza uno di loro – eh quelli si che erano dei bei ragazzi, quelli che ogni mamma vorrebbe avere come figli; passeggiavano, bevevano un bianco, scambiavano quattro battute con noi, ridevano di buon gusto e non davano nemmeno fastidio alle ragazze; quando si faceva ora della ritirata, rientravano in caserma". "E dov’è la caserma?" "Uscendo dal bar a sinistra, percorre tre o quattrocento metri e ci arriva, ma non c’è più nessuno; le luci sono tutte spente; li hanno portati via; peccato, quella caserma l’avevano costruita non molto tempo fa e l’avevano anche rimodernata, una roba di lusso, bellissima".

Esco dal bar e percorro quei tre o quattrocento metri che mi ha indicato l’amico nostalgico e mi trovo effettivamente di fronte a una costruzione moderna, ma abbandonata. Di fronte all’ingresso trovo una panchina e da lì, seduto, con le dita delle mani intrecciate dietro la nuca, mi pongo a osservare. E a pensare. E’ bastato un gol al novantatreesimo minuto della finale degli europei di calcio perché tutti si dimenticassero dei carcerati. Ho perfino l’impressione che gli stessi carcerati si siano dimenticati dei carcerati.

Tanto rumore la settimana prima, e ora che non siamo più campioni – ma è mancato un soffio perché lo fossimo – l’amnistia e l’indulto non occupano nemmeno più le prime pagine dei giornali. Le lenzuola bruciate fuori le finestre gabbiate delle celle non si mostrano più sui ventisette pollici dei nostri televisori. Ma allora il problema quale era? L’amnistia? L’indulto?

Sedendo su questa panchina, sovrastato dall’immensità di questo cielo d’estate, sono portato a pensare che il problema sia solo la sovrappopolazione di quei tremendi istituti di pena dove un anticipo dell’inferno viene distribuito a tutti: carcerati e carcerieri. Peccato! Peccato perché, se solo qualcuno ci pensasse, potrebbe magari scoprire che non tutti i carcerati sono così violenti come li si vorrebbe far credere; che molti di loro, forse, potrebbero ritrovare una ragione di vita in una di queste caserme abbandonate dall’Esercito.

Non credo che tutti coloro i quali stanno soffrendo una restrizione di pena nelle carceri italiane non siano in grado di avviarsi verso una vita di semi restrizione in comune. L’Esercito ha abbandonato decine di caserme da dieci anni a questa parte e tutti questi spazi - allo sesso tempo chiusi ma ariosi - potrebbero adattarsi alla funzione di recupero di persone che, condannate dalla legge, hanno capito che la pena ha un giusto motivo d’essere.

Penso ai non violenti, a quelli a cui mancano pochi anni per terminare di scontare una lunga pena detentiva, a quelli che hanno sempre rispettato con correttezza le norme carcerarie, ai pentiti sinceri. Ebbene, a questi noi potremmo offrire un periodo di detenzione in un ambiente che possa cominciare ad avvicinarli alla vita di tutti i giorni.

Tutte quelle caserme abbandonate, che ora stanno lì a marcire e che costano più di manutenzione di quanto servano effettivamente, potrebbero continuare a svolgere una funzione sociale ospitando uomini che hanno la coscienza di avere un debito nei confronti della società e che desiderano pagarlo. Carcerati in caserma per riabituarsi a costruire la società. Carcerati che riordinano le camerate, che spazzano via le foglie dai viali, che preparano il pranzo, che accudiscono alla mensa, che ridipingono i muri, che studiano in biblioteca…

Sempre con le dita delle mani intrecciate dietro la nuca, volgo lo sguardo al cielo. Una miriade di stelle punteggia il nero della notte. Penso alla burocrazia che, se pure qualcuno avesse intenzione di realizzare tutto questo, glielo impedirebbe. E il cielo mi cade in testa.