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| Anno 2000 | |
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Ritornano periodicamente all’attenzione dei lettori di quotidiani e riviste le indagini statistiche che misurano la fiducia che i cittadini nutrono nei confronti delle Istituzioni. Ebbene, sistematicamente le Forze armate – per usare un’espressione cara agli amanti dello sport – si classificano ai primi posti. Ma cos’hanno di diverso queste Forze armate che le fanno rimanere sempre, costantemente nella considerazione della gente, nonostante tutto?
Si, diciamolo pure, nonostante tutto. Nonostante i quattro decenni del dopoguerra in cui sono state segregate nelle caserme senza diritto a quel poco d’aria giornaliero che non viene negato nemmeno ai carcerati, tranne quella unica volta all’anno in cui dovevano mostrarsi in piena efficienza: la parata del due giugno, intendiamo. Anzi no, vi era un’altra occasione di contatto tra Forze armate e cittadino: il quattro novembre, una specie di visita parenti, ma senza diritto all’ora d’aria. Nonostante gli attacchi degli antimilitaristi di turno che, ci dispiace dirlo, dimostrano di non aver capito niente sul significato del termine militarismo quando lo associano al militare: chi ha percorso una carriera nelle Forze armate sa che ci sono più militaristi in abiti civili di quanti se ne trovino, a fatica, in uniforme. Nonostante l’astio delle sinistre, che sembrava quasi che volessero accusarle di fascismo, attribuendo loro anche il peso della responsabilità di aver perso la Guerra. Le Forze armate non sono mai state fasciste, lo sapeva perfino Mussolini che costituì i reparti della Milizia proprio per evitare rischi d’inquinamento. E non hanno mai perso la Guerra: sono state mandate al suicidio. Che è un’altra cosa. E allora come mai? Come mai la gente vede ancora nelle Forze armate uno dei sistemi di riferimento che ancora tengono in piedi lo Stato. La risposta sembra banale, ma è semplice: hanno le scuole. Il generale Giovanni Brugnola, comandante dell’Accademia militare nei secondi anni ottanta, alla osservazione di un giornalista che sosteneva che i giovani facevano domanda per entrare nell’esercito solo per avere un posto di lavoro, rispose: "Non ci interessa se vengono per lo stipendio e non per l’ideale, siamo in grado noi di offrirglielo l’ideale". Non solo. Pur senza voler fare confronti antipatici e fuori luogo con altre categorie di professionisti, bisogna pur ammettere che le Forze armate sono l’unica Istituzione che ha le scuole. Un laureato basta che vinca un concorso e diventa magistrato, notaio, avvocato. Per gli insegnanti è ancora più facile: basta avere la laurea, fare domanda e si vanno a fare le supplenze. Ma chi insegna agli insegnanti a insegnare? Chi insegna ai magistrati a giudicare? Nessuno, fanno tutti faticosamente da soli. E se l’autoapprendimento non riesce? Chi vuole fare l’ufficiale o il sottufficiale, invece, deve superare un concorso dopo il quale viene ammesso all’Accademia (Adesso si chiama così anche la scuola per sottufficiali), quindi comincia a studiare. Ma non è la tattica o la strategia, non è l’arte della navigazione, non è la scuola di volo, è un’altra cosa che si insegna soprattutto: l’etica professionale. Giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, nei quattro anni di Accademia si stampa a fuoco nei cervelli e nei cuori degli ufficiali e dei sottufficiali, e il cittadino, pur senza saperlo, se ne accorge. Il Palazzo ducale di Modena è una costruzione imponente che domina la città ed è sede dell’Accademia militare. A chi entra dal portone principale, si apre la vista di un meraviglioso cortile di cinquanta metri per settanta a doppia serie di archi e colonne. Quasi nascosta, ma chi la conosce la sa trovare, una lastra di marmo sul muro con una scritta: "Ingoiare le lacrime in silenzio, donare sangue e vita: questa è la nostra legge e, in questa legge, Dio". |