![]() |
| Anno 2000 | |
|
Cerca in PdD |
Vojislav Kostunica è nato il 24 marzo 1944, ha dunque cinquantasei anni. Laureato in legge, vive con la moglie Zorica Radovic (avvocato) un cane e due gatti nel quartiere di Dorcol a Belgrado. Sembra che non abbia nessuna intenzione di lasciare la sua casa, anche se la sua nuova posizione di Presidente della Federazione yugoslava glielo consentirebbe, per andare a vivere in una residenza più consona all'incarico. Da quando lasciò l'Università, la sua vita è stata un susseguirsi di scontri con la dirigenza del partito comunista, fino a perdere il posto di insegnante per la posizione che aveva preso a favore di un amico che contestava certi aspetti della costituzione.
Quando tredici anni orsono Milosevic prese il potere e cercò di riunire attorno a sé il consenso degli intellettuali, non cedette alle lusinghe e da allora è diventato il punto di riferimento, non solo dell'opposizione, ma anche di quanti vi si trasferivano dopo la militanza nel partito di governo. Il sollevamento popolare a quale tutto il mondo ha assistito e che ha portato alla presidenza della Federazione yugoslava il professore di diritto sembra una bella storia da raccontare in un film, una bella favola nella quale il cacciatore uccide il lupo e... vissero tutti felici e contenti. Ma intanto il Lupo di Belgrado non è morto, anzi, gode di ottima salute. Solo il figlio Marko, arricchitosi in virtù del potere del padre, sembra che si sia fatto prendere dal panico e sia fuggito a Mosca. Inoltre, non tutti i cacciatori che girano da quelle parti sono buoni: ce ne sono una quantità che hanno ancora la giberna piena di cartucce e la doppietta carica. Si chiederà qualcuno, però, perché non si cominci a pensare al ritiro del contingente multinazionale dal Kosovo (dove il 16 ottobre il generale Carlo Cabigiosu assumerà il comando delle truppe) e dalla Bosnia, ora che la "guerra è finita e i serbi sono turisti". Ma la "guerra", se vogliamo chiamare così la tensione che ancora serpeggia nei Balcani, non è finita e a Natale i nostri ragazzi non saranno "tutti a casa". Kostunica, da buon serbo che non ha mai nascosto i suoi sentimenti nazionalisti, non consegnerà Milosevic al Tribunale dell'Aia (ha già affermato che nel suo incarico di Presidente ha cose più importanti a cui pensare). Del resto, ne ha sempre misconosciuto l'autorità ritenendo che sia uno strumento della politica americana e non una istituzione internazionale. A complicare la questione poi, a vantaggio della presa di posizione di Kostunica, vi è il fatto che sia il dittatore deposto, sia il suo fedele generale Ratko Mladic (anch'egli accusato di crimini di guerra) sono cittadini bosniaci. Inoltre, a fronte della immediata richiesta del segretario agli esteri britannico, Robin Cook, che ha chiesto la consegna del Lupo, il pragmatismo del segretario di Stato americano, Madeleine Albright, sembra che si rivolga a tutt'altra direzione e si dichiari disponibile a dimenticare le stragi, almeno per ora. Le dichiarazioni recenti del nuovo Presidente yugoslavo, che ha affermato di voler riportare la sovranità della federazione sui territori Kossovaro e Montenegrino, non trovano d'accordo, prima di tutto, il Presidente Milo Djuganovic, che non sembra ben disposto a farsi governare ancora da un serbo. Ricordiamo che il Montenegro, già sovrano durante l'Impero bizantino, fu assoggettato dai Turchi che combatté aspramente, così come fece contro i Serbi. Riconosciuto Regno indipendente dalla comunità internazionale nel 1878, ha dovuto sottostare alla sovranità serba dalla fine della 1^ Guerra mondiale in poi. Per cui, si può addirittura immaginare che non passerà un anno e il nuovo Presidente yugoslavo dovrà fare i conti con le rivendicazioni di indipendenza montenegrine. In Kosovo, invece, è assolutamente inimmaginabile che la sovranità serba rimetta piede. Per ora, i nostri ragazzi è bene che rimangano, ad evitare che la memoria troppo fresca delle stragi serbe si riscaldi e ricominci a combinare guai. La bella favola del cacciatore che uccide il lupo non la possiamo ancora raccontare. Vivere felici e contenti nei Balcani non è impossibile, ma ci vorrà ancora qualche anno. |