Anno 2000

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Gli Usa di fronte al nuovo asse Parigi - Mosca

Giovanni Bernardi, 14 novembre 2000

Nessuno dei due contendenti alla carica di Presidente degli Stati Uniti d'America ha espresso, durante la campagna elettorale, chiari programmi di politica estera e di politica militare. Nei confronti di quest'ultima, in particolare, le dichiarazioni sono state generiche e superficiali, limitate alle spese per la Difesa e alla necessità di una protezione missilistica del territorio. Quando poi Bush ha affermato che gli Usa ridurranno il loro impegno in campo militare internazionale, la notizia si è diffusa come una saetta generando motivata preoccupazione nei Capi di Governo, Ministri degli Esteri e della Difesa delle diciotto Nazioni alleate.

Un ridimensionamento dell'impegno degli Stati Uniti nelle missioni di pace, se non addirittura un ritiro totale dei contingenti, farebbe infatti mancare quella spina dorsale attorno alla quale sono costruite tutte le missioni multinazionali (unica eccezione fu la Missione "Alba" pianificata e condotta dall'Italia nel 1997 con il supporto di altre dieci Nazioni europee). Crollerebbe, in questo caso, la sempre traballante credibilità delle decisioni prese in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e, con questa, quella della politica di stabilità che faticosamente sta muovendo i primi passi in Europa.

Ma quello che i futuri Presidenti degli Stati Uniti dicono in campagna elettorale non ha alcuna influenza in quella che sarà la politica estera e la politica militare. Devono infatti, tra le altre, cercare di portare dalla loro parte quella fascia di pubblica opinione isolazionista che da sempre ha condizionato i discorsi dei candidati, democratici o repubblicani che siano. Alle gravi preoccupazioni del Segretario Generale della Nato, Lord Robertson, ha posto perciò rimedio una rassicurante dichiarazione dello stesso Bush ai primi di novembre, nella quale affermava che, se fosse diventato Presidente, non avrebbe ritirato le truppe americane dalle operazioni multinazionali.

Ma il problema non finisce qui: il prossimo Presidente, infatti, quando prenderà possesso dello studio ovale dovrà chiarire alla Nazione, agli alleati e al mondo intero quale sarà la politica estera degli Stati Uniti per i prossimi quattro anni. Non basterà, come sembra sia intenzione di Bush secondo qualche analista, nominare Segretario di Stato il generale Colin Powell. Non basterà soprattutto perché dovrà fronteggiare il nuovo asse nascente in Europa.

Il viaggio del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, a Parigi il 30 e 31 ottobre aveva come motivazione ufficiale della visita il Summit Russia - UE e quindi l'incontro con il Presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ridicolizzato da Roy Denman sulle colonne di "International Herald Tribune" per le gaffes dovute alla scarsa confidenza con l'inglese e il francese (IHT - 3 nov. 2000 - "Europe: Still No Common Voice to Address the Wide World").

In effetti, Putin ha dedicato più attenzione ai colloqui con il Presidente Chirac e con gli industriali francesi, invitati a investire di più in Russia (la Francia è solo ottava nella classifica degli scambi commerciali esteri russi, preceduta di gran lunga da Germania e Italia). Dopo l'elezione alla Presidenza, le visite di Putin in Germania, Italia, Regno Unito e Spagna, sommate alle accuse francesi di genocidio per la guerra in Cecenia, avevano convinto gli analisti e l'opinione pubblica mondiale che ci fosse un congelamento nei rapporti tra le due Nazioni, la cui antica amicizia è stata capace di resistere a due Guerre Mondiali.

"Putin è andato a Parigi per il Summit perché la Francia ha la presidenza dell'UE, ma tutt'e due useranno questa occasione per dimostrare che il loro periodo di allontanamento è terminato" ha sostenuto Anne de Tinguy, del Centro studi relazioni internazionali di Parigi. "Il primo passo verso l'avvicinamento è stato a settembre con la visita del Ministro degli Esteri francese Hubert Vedrine" ha ricordato Sergei Karaganov, Direttore dell'Istituto europeo dell'Accademia delle scienze russa.

Nello scambio di opinioni avvenuto durante il loro colloquio, come confermato dai due in sede di conferenza stampa congiunta, molti sono stati i punti di politica estera sui quali hanno concordato, anche in contrasto con la linea politica degli Usa. Uno di questi è il trattato ABM (Anti Ballistic Missiles) del 1972 sui missili antibalistici, il cui emendamento è stato richiesto dagli Stati Uniti per dare il via a un sistema missilistico di difesa esclusivamente nazionale. Di questo riavvicinamento si è bene accorto il Primo ministro britannico, Tony Blair, il quale, durante la visita a Londra del sempre più influente Capo del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Ivanov, ha diffuso la notizia, secondo quanto ha affermato l'agenzia Reuters, che si recherà in visita a Mosca entro la fine dell'anno.

In ambito Nato, la Francia ha sempre avuto una politica di contrapposizione nei confronti degli Stati Uniti, sempre appoggiati in maniera incondizionata dal Regno Unito. La sua voce, però, è stata sempre isolata a causa dello scarso peso politico degli altri alleati. Ora che la Russia (con un Presidente la cui mente non è offuscata dai fumi dell'alcool) si riaffaccia alla scena europea con una politica estera chiara e credibile, la Francia può trovare in questa l'alleato da controbilanciare all'influenza statunitense.

La Russia, dall'altra parte, non potendo fare a meno dell'Europa per risollevare la disastrata economia, si propone come alternativa agli Usa rinsaldando l'antica amicizia con la Francia. Le dichiarazioni di Putin chiariscono bene le sue posizioni: no all'espansione della Nato verso i confini con la Russia, si all'espansione dell'Unione Europea. Nelle dichiarazioni ufficiali, inoltre, il Presidente russo auspica un tripolarismo con Usa, Russia ed Europa come cardini di stabilità internazionale.

Ma lui sa bene che l'Europa non ha ancora voce politica per cui, per contrastare il desiderio di unipolarismo americano, l'unica ipotesi realizzabile è quella di un bipolarismo che veda Stati Uniti e Regno Unito da una parte, Russia e Francia dall'altra. Di fronte al ricostituito asse Mosca - Parigi, il caposaldo americano in Europa si fa più debole, per cui il nuovo Presidente una decisione certo non dovrà prendere: ritirare le truppe dalle operazioni multinazionali di pace.