Anno 2000

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Nasce a Bruxelles l'esercito europeo, ma è poco meno di una finzione

Giovanni Bernardi, 21 novembre 2000

La "Dichiarazione d'impegno delle capacità militari", presentata il 20 novembre durante la riunione a Bruxelles del Consiglio dell'Unione europea a livello di Ministri degli Esteri e della Difesa e concretizzatasi in un documento approvato dai Quindici, appartiene a quella categoria di atti storici che, pur senza avere una risonanza eclatante a breve termine, costituiscono tuttavia pietre miliari nel progresso dei popoli. L'impegno preso dai rappresentanti delle quindici nazioni dell'Unione Europea consiste nella costituzione di una Forza d'intervento di 60.000 uomini da schierare nel tempo massimo di 60 giorni e da impiegare in operazioni della durata di almeno un anno, laddove non sia stato previsto l'impiego di forze Nato, per assolvere compiti cosiddetti "di Petersberg". Vale a dire: missioni umanitarie, di soccorso a popolazioni colpite da calamità e di mantenimento della pace (considerate a bassa intensità) e missioni di unità di combattimento nella gestione delle crisi, incluse le missioni tese al ristabilimento della pace (considerate ad alta intensità), così come previsto dal paragrafo 2 dell'articolo 17 del trattato sull'Unione Europea.

Per potere schierare 60.000 uomini, le nazioni forniranno un contributo complessivo di 100.000 uomini che costituiranno il bacino dal quale prelevare le forze più idonee all'assolvimento del compito. Così come chiarito dal Ministro della Difesa francese Alain Richard (la Francia ha la presidenza dell'Unione) durante la conferenza stampa tenuta insieme con l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Javier Solana: "…non si realizza con questa decisione un corpo d'armata europeo integrato sul piano internazionale, ma dei contingenti nazionali che restano sotto il controllo nazionale e sono messi a disposizione per missioni decise in comune". Il Ministro ha però chiarito che "la coerenza dei contributi e gli impegni presi nei confronti dell'addestramento e della ricerca della interoperabilità permetteranno di costituire una forza realmente efficace che potrà rispondere alle decisioni politiche dell'Unione". L'Italia, così come reso noto dal Ministro della Difesa Sergio Mattarella, contribuirà con una forza di quasi 20.000 uomini (che costituiranno il bacino italiano dal quale prelevarne 12.000 per l'impiego), 19 unità navali, 47 aerei da combattimento e 150 carabinieri.

La forza d'intervento sarà impiegabile, secondo quanto è previsto dalla pianificazione, nell'anno 2003. Per definire le forze necessarie all'assolvimento dei compiti, è stato approntato un documento di oltre 200 pagine detto "Catalogo delle capacità". Il documento, realizzato a partire dal 1° luglio scorso dagli esperti militari dell'Unione Europea con la partecipazione di esperti della Nato, è stato approvato il 23 ottobre durante un seminario a Tolosa. Il catalogo entra nei particolari delle forze necessarie per categoria che sono state delineate sulla base di quattro scenari che coprono il ventaglio di possibilità delle missioni di Petersberg: separazione con la forza di parti belligeranti e prevenzione dei conflitti (dette operazioni ad alta intensità), aiuti umanitari ed evacuazione di rifugiati (dette operazioni a bassa intensità).

Sei sono i campi nel quale il lavoro degli esperti si è concentrato per definire le esigenze: terrestre, navale, aereo, C3I (comando, controllo, comunicazioni, informazioni), ISTAR (intelligence, sorveglianza, targeting, acquisizione, ricognizione) e trasporto strategico. Per ciascuna di queste categorie, la definizione dello strumento entra nei particolari fino a definirne il numero e lo stato di allerta. Considerazioni approfondite sono inoltre state fatte per quanto riguarda le strutture di comando, i sistemi d'informazione e di ricognizione, la logistica, il trasporto strategico, la possibilità di operazioni simultanee e lo stato di approntamento delle unità. Sulla base delle ipotesi d'impiego e delle forze disponibili saranno di volta in volta stabilite quali saranno le unità (leggere o pesanti) da impiegare. Questo è il motivo per il quale è stato necessario creare un bacino di 100.000 uomini dal quale attingerne, a seconda dei casi, 60.000.

Il tempo di 60 giorni che l'Unione Europea ritiene adeguato allo schieramento della Forza d'intervento (operativa dall'anno 2003) è un obiettivo piuttosto pretenzioso che necessita, a monte, di un'accurata pianificazione, di elevate capacità di trasporto strategico e, infine, di unità a elevata prontezza operativa in grado di intervenire immediatamente in Teatro di operazioni. Queste non saranno solo unità di ricognizione, sorveglianza e sicurezza, ma anche logistiche che dovranno avere il compito di preparare lo schieramento del "grosso" delle truppe. Sono problemi, questi, che dovranno essere affrontati con la massima cura, prevedendo livelli addestrativi che possono essere raggiunti solo da reparti costituiti da personale effettivo al 100%. Altrettanto delicata e importante sarà la costituzione di una struttura politico - militare in grado di prendere decisioni politiche coordinate e di metterle in pratica.

A questo scopo, insieme con la costituzione della struttura della Forza d'intervento, il documento base al quale è stata data una veste formale dai Quindici il 20 novembre (in realtà già approvato il 23 ottobre) prevede già dal 2001 di creare delle strutture permanenti: il Comitato politico e di sicurezza, il Comitato militare, lo Stato maggiore. Il primo, costituito dai Ministri degli Esteri e della Difesa, o dai loro rappresentanti, avrà il compito di dare gli indirizzi politici ai quali uniformare la pianificazione militare e la relativa preparazione delle unità. Il Comitato militare sarà composto dai Capi di stato maggiore della Difesa e impartirà direttive specifiche allo Stato maggiore. Questo, composto da un centinaio di ufficiali, avrà come compito la valutazione della situazione, la pianificazione e la definizione delle forze. L'esigenza complessiva di forze, che conduce al numero di 100.000 uomini, prevede, per la parte terrestre, 60 unità a livello battaglione; per quella navale, 4 portaerei, 31 fregate e 9 sottomarini d'attacco; per la componente aerea, oltre 400 aerei d'attacco e 160 da trasporto a medio e lungo raggio.

Oltre al livello di pianificazione strategica che verrà svolta dallo Stato maggiore, tre saranno i livelli di comando militare che consentiranno la realizzazione delle operazioni: strategico (livello del Comandante delle operazioni, responsabile della condotta e della compilazione dei Piani); operativo (livello del Comandante della Forza, multinazionale e multiarma); tattico (livello dei Comandanti delle componenti terrestre, navale e aerea). Alcuni aspetti della costituzione della Forza d'intervento europea, già individuati peraltro, avranno bisogno di una particolare attenzione. Sono, questi, dei campi in cui le nazioni europee fino ad oggi sono state quasi completamente dipendenti dalle Forze armate americane: osservazione satellitare (le potenzialità del centro satellitare di Torrejon saranno implementate con satelliti di nuova generazione messi a disposizione da Francia, Germania e Italia); sorveglianza strategica e rapida allerta condotta con mezzi terrestri, navali e aerei; capacità di trasporto strategico aereo e navale; acquisizione degli obiettivi; sorveglianza nel Teatro di operazioni.

Meno pesanti dal punto di vista finanziario saranno: la internazionalizzazione degli Stati maggiori nazionali e il miglioramento delle capacità di reazione rapida, che pure sono stati individuati come obiettivi primari da raggiungere in tempi relativamente brevi. Come si può constatare, l'obiettivo che l'Unione Europea si è dato si può dire che sia altrettanto ambizioso quanto quello della moneta unica. Del resto, era impensabile che l'Unione Europea segnasse il passo nella acquisizione di una identità, oltre che politica, anche di sicurezza e politico - militare, tanto più che nuove nazioni già da tempo bussano alla porta Europa e quindici di queste hanno addirittura offerto un contributo alla formazione della Forza europea, anche se non sono ancora membri dell'Unione.

Per decenni, in ambito Nato, si è continuato a usare l'espressione "European Pillar", il pilastro europeo, con il quale fronteggiare situazioni di emergenza nelle quali fosse coinvolta solo l'Europa, ma il termine "pilastro" non ha mai raggiunto quella solidità che il nome lascia immaginare. Peraltro, fino alla fine degli anni ottanta era inimmaginabile che l'Europa da sola potesse pensare di fronteggiare lo strapotere della macchina bellica sovietica. Oggi finalmente, nel cammino verso la definitiva stabilità in Europa, per la prima volta nella storia degli eserciti si costituisce una struttura militare con compiti di sicurezza pura, e "senza nemico".