Anno 2001

Cerca in PdD




Uranio impoverito: la strigliata degli Usa

Giovanni Bernardi, 13 gennaio 2000

La questione dei proiettili all'uranio non poteva esplodere in un momento peggiore per l'Alleanza atlantica. Senza che il Presidente degli Stati Uniti potesse gestirla perché impegnato nella campagna elettorale prima e impossibilitato a decidere ora perché in fase di transizione, la crisi euro-atlantica aveva già fatto sentire gravi scricchiolii in questioni di fondo: l'iniziativa di difesa missilistica statunitense, osteggiata dalla Russia e dalla Francia; l'annunciata riduzione dell'impegno USA nelle missioni di pace, Balcani in particolare; la diffidenza dell'alleato di oltre atlantico nei confronti dell'iniziativa di difesa europea separata dalla Nato; il disaccordo tra US e UE su alcune questioni inerenti l'espansione dell'Alleanza verso i confini con la Russia.

Ora, la questione dei proiettili che farebbero ammalare di leucemia ha scavato un'altra frattura, trasversale questa volta, a causa della moratoria all'uso dei proiettili all'uranio chiesta da Italia, Germania, Grecia e Norvegia, alla quale si sono opposti Stati Uniti, Regno Unito e Francia. La dichiarazione agli alleati europei del Segretario di Stato americano è stata durissima: "Il problema dell'uranio impoverito è scientifico, non emotivo" ha detto Madeleine Korbel Albright. Considerato che i diplomatici si esprimono di norma con termini oculatamente ammorbiditi per non compromettere eventuali sviluppi politici futuri, questa dichiarazione suona come uno schiaffo in piena faccia a quegli alleati che hanno chiesto, senza che la cosa abbia alcun senso ora, il ritiro del munizionamento sospetto.

In questi termini, infatti, ha risposto Lord Robertson, Segretario generale della Nato: "Non ha senso perché l'Alleanza non è impegnata in alcuna operazione ostile". E' pur vero, d'altra parte, che alla richiesta di consegna delle mappe dei siti bombardati di Pekka Haavisto (Capo della commissione d'inchiesta Onu in Kosovo) il Comando supremo Nato ha reagito con una esasperante lentezza (sbloccata solo dopo mesi di attesa grazie all'intervento in prima persona di Kofi Annan, Segretario generale delle Nazioni Unite) facendo nascere il dubbio che ci fosse qualche cosa da nascondere. La reazione russa, naturalmente, non ha tardato a farsi sentire. Del resto, al vecchio orso che ha dismesso il vecchio cappotto per indossarne uno in pelo d'agnello non sarà sembrato vero di fare da spettatore di una crisi in campo euro-atlantico piovuta come una manna dal cielo.

"Le nazioni occidentali avrebbero dovuto ascoltare gli avvertimenti del Kremlino - ha detto Dmitry Rogozin, presidente del comitato russo parlamentare per gli affari esteri - ci sorprende il fatto che le nazioni Nato solo ora si siano accorti dei danni ecologici dovuti all'aggressione. Abbiamo presentato - ha aggiunto Rogozin - volumi di documenti sui rischi d'inquinamento ambientale e di effetti dannosi a carico della salute degli abitanti delle zone bombardate". Al di là delle questioni scientifiche o emotive, riteniamo che una chiave di lettura degli avvenimenti di queste ultime settimane ci sia stata data da uno stimato esperto di questioni di politica militare, del quale rispettiamo l'anonimato, il quale ci ha offerto una breve ma illuminante analisi dei fatti: "La maggior parte dei governi europei - ci ha detto - ha dimostrato l'incapacità di gestire le crisi e il motivo è che questi sono costituiti da politici di sinistra che non hanno mai imparato a farlo perché la loro cultura è stata per anni non quella di risolverle, ma di generarle".

Una crisi, in effetti, non può essere affrontata solo a seguito dell'onda emotiva di una campagna di stampa, ma va immaginata, prevenuta e inserita nelle eventualità da pianificare. Per quanto ne sappiamo, l'espressione "crisis management" da anni occupa le ore di studio e di esercitazione degli ufficiali delle Forze armate italiane, frequentatori degli Istituti di stato maggiore e in quelle sedi le crisi sono pianificate e studiate. E', questo, un modo di agire da professionisti. Infatti, quando le nostre truppe entrarono in Kosovo erano precedute da una compagnia NBC che provvedeva ad eseguire i rilevamenti previsti nelle zone di probabile contaminazione nucleare, biologica e chimica. Queste misure, però, non sono riuscite a scongiurare il sospetto che non fosse stato fatto e detto abbastanza.

Sospetto generato più dall'atteggiamento del vertice politico che non dal quasi silenzio di quello militare, che si è giustamente limitato a fornire dati documentati e fatti senza farsi trascinare nel campo minato delle polemiche. A commento di quanto è accaduto in queste ultime settimane, chiediamo in prestito a Edward N. Luttwak, eminente analista del Centro studi strategici e internazionali, una sua recente dichiarazione rilasciata durante un'intervista: "Le autorità italiane mancano di autoritas, non sono quindi credibili". Se si vuole fare un collegamento fra quelli che riteniamo due illustri pareri e i fatti che conosciamo, la conclusione è una: mentre i militari studiano e si esercitano alla gestione delle crisi, chi dovrebbe dare loro le direttive strategiche non ha né la cultura né l'autoritas per affrontarle.