Anno 2001

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Somalia, le Nazioni Unite danno il via alla ricostruzione

Giovanni Bernardi, 23 gennaio 2001

Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha dato incarico al Segretario generale Kofi Annan di preparare una proposta per una missione di pace che sia in grado di aiutare l'avvio della ricostruzione della Somalia dopo dieci anni di guerra. Stando a quanto sostiene il Primo ministro somalo, Ali Khalif Galayr, la missione dovrebbe contare un numero di "peacekeepers" (soldati in missione di pace) relativamente contenuto e, soprattutto, aiutare il nuovo governo nel programma di disarmo e smobilitazione dei numerosi gruppi armati, alcuni dei quali ancora controllano una grande parte del territorio. La necessità di un intervento è stata presentata al Consiglio di Sicurezza dal Rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Somalia, David Stephen.

La Somalia piombò nel caos nel 1991 con la caduta di Siad Barre e da allora alcune stime fissano alla cifra di un milione i morti causati dal continuo stato di conflitto armato provocato e sostenuto dai cosiddetti "signori della guerra". L'elezione di Abdulkassim Salat Hassan a Presidente della Somalia, avvenuta il 29 agosto a Djibouti dopo tre mesi di colloqui tenuti dai 245 membri di un parlamento in cui erano rappresentate tutte le fazioni in lotta, sembra avere riportato una concreta speranza di pace nella nazione. L'ingresso trionfante del Presidente Abdulkassim (protetto peraltro da mille uomini armati) in Mogadiscio il 14 ottobre è stato salutato da una folla esultante, così come era stata accolta l'elezione, sia nella stessa nazione sia tra i somali fuggiti a causa della guerra, in special modo quelli di Nairobi dove un intero quartiere viene chiamato "Mogadishu Ndogo" che in lingua Swahili vuole dire "Piccola Mogadiscio".

Nella relazione fatta dal Rappresentante ONU in Somalia David Stephen al Consiglio di sicurezza, alcune precisazioni danno l'idea di quale sia la situazione somala in questo momento: "Il governo transitorio (costituito da 25 membri nominati dal Presidente) non dispone di edifici pubblici perché non ne esistono più, non ha archivi, non ha nemmeno graffette con le quali fissare i fogli, nel paese manca l'acqua, manca l'elettricità e il colera sta mietendo vittime a decine". Il nuovo Presidente, (58 anni, una lunga carriera di Ministro con Siad Barre e gli ultimi 10 anni vissuti in volontario esilio) ha studiato sia in Somalia che all'estero e parla correntemente cinque lingue (somalo, arabo, italiano, inglese e russo).

La sua elezione è stata subito accolta favorevolmente dalle Nazioni Unite, dall'Unione Europea e dalla Lega Araba, ma i problemi che Abdulkassim Salat deve risolvere vedono in prima linea quelli dei Capi fazione dai quali non ha ancora avuto il sostegno, come Hussein Aidid e Muse Sudi, e quelli ancora più gravi del Somaliland e del Puntland i cui leaders hanno già da tempo dichiarato la loro indipendenza. Né si sa quanto potranno influire nella risoluzione del problema le strette relazioni che il Presidente ha con l'autoproclamato Presidente del Somaliland, Mohamed Ibrahim Egal. In ogni caso, agli osservatori attenti è sembrato che il sostegno al nuovo Capo dello Stato somalo da parte di alcuni signori della guerra sia dovuto più alla impossibilità di mobilitare la folla, che ha accolto l'elezione con esultanza, che non da una convinzione vera e propria.

L'insostenibile situazione in cui versa il paese, che non ha avuto né governo né pubblica amministrazione per 10 anni, rendono indispensabile un secondo intervento dell'Onu in Corno d'Africa, dopo quello in Eritrea ed Etiopia. Aiutare la Somalia a ricostruire lo Stato e a disarmare i migliaia di uomini delle numerose milizie sono i due principali compiti che avrà la missione. Se il primo deve essere svolto da funzionari civili, il secondo non può non essere portato a termine se non da una non necessariamente numerosa, ma almeno convincente, forza militare.

L'Onu è stata oggetto in questi ultimi tempi di aspre critiche riferite al modo di condurre le missioni di pace in Africa. Sierra Leone, Angola, Congo, il Sudan abbandonato a se stesso, il genocidio in Ruanda, la stessa Somalia dimostrano come la pianificazione delle operazioni di "peacekeeping" fatta secondo criteri occidentali ha fallito quando si è scontrata con una realtà come quella africana. Peraltro, l'invio di un nuovo contingente di pace in Somalia è un dovere al quale l'occidente, e con esso l'Italia, non può sottrarsi, se non altro per ripulire le macchie di vergogna causate dalla prima missione e soprattutto quelle causate dagli strascichi, che hanno avuto un grave impatto negativo sulla immagine che l'opinione pubblica, in particolare quella italiana, ha delle Forze Armate.