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| Anno 2001 | |
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Dai primi dell'anno 2000 una trentina di persone hanno perso la vita nella valle del Presevo dove vive una grande maggioranza di etnia albanese. Né sembra che la decisione di costituire una fascia smilitarizzata di circa cinque chilometri tra Serbia e Kosovo abbia dato i suoi effetti. I circa 1.500 armati dell'esercito di liberazione di Presevo, Medvedja e Bujanovac (UCPMB) hanno trovato la soluzione oltremodo comoda per stabilire dei campi di addestramento e basi per il lancio di operazioni terroristiche ricevendo, secondo rapporti d'intelligence, armi esplosivi e munizionamenti attraverso i confini con l'Albania e la Macedonia. Si è fatta di recente largo nella Nato l'ipotesi di pattugliare l'area con forze congiunte di Kfor e serbe allo scopo di tenere sotto controllo la zona e di evitare che l'UCPMB abbia campo libero nella realizzazione di attentati. Una decina di morti su un autobus testa di una colonna di cinque del cosiddetto "Nis Express" sottoposto ad attacco il 16 febbraio nei pressi della città di Podujevo, a nord del Kosovo, sono il prezzo che un numeroso gruppo di serbi, nonostante fosse scortato da soldati svedesi di Kfor, ha dovuto pagare per avere deciso di andare a trovare dei parenti. Tre agenti di polizia serbi hanno perso la vita il 18 febbraio quando il loro mezzo è incappato in una mina anticarro 200 metri al di fuori della fascia di sicurezza nei pressi della città di Lucane, ad est del Kosovo e non molto distante da Presevo. Secondo le accuse provenienti da parte serba, la forza multinazionale a guida Nato, pur avendo tra i compiti assegnati dalla risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'Onu quello di salvaguardare l'incolumità della popolazione di etnia serba in Kosovo, non è stata capace di difenderla da attacchi terroristici. La nuova leadership yugoslava, desiderosa di instaurare e mantenere buone relazioni con la Nato e con l'Unione europea, ha mantenuto le proprie dichiarazioni riguardo alla sicurezza dei cittadini serbi alquanto morbide, fino a giungere perfino alla presentazione da parte del Primo ministro serbo, Nebojsa Covic, di una risoluzione di pace al meeting straordinario dell'OSCE tenuto alla vigilia dell'attentato all'autobus. Non è stato altrettanto morbido il Presidente yugoslavo Vojislav Kostunica dopo l'eccidio accusando la forza di pace di avere fallito l'attuazione della risoluzione dell'Onu e richiamandone la responsabilità alle costantemente pericolose condizioni della minoranza serba. Il Ministro della polizia serbo, Dusan Mihajlovic, in una lettera al segretario generale dell'Alleanza atlantica, oltre che domandare la chiusura dei confini amministrativi tra Serbia e Kosovo, ha anche minacciato la fine della collaborazione della polizia serba con le forze di Kfor. Solo recentemente la forza multinazionale sembra che abbia avuto successo nel confiscare armi all'UCPMB, ma secondo alcuni analisti l'azione dei soldati della Nato non può essere svolta con più determinatezza a causa del timore di ritorsioni da parte della popolazione di etnia albanese. A rendere ancora più instabile la situazione nei Balcani contribuisce l'annuncio da parte del Presidente del Montenegro Milo Djukanovic che il 22 aprile si terranno le elezioni politiche. Un forte sostegno della popolazione votante all'attuale leadership montenegrina potrebbe portare alla conclusione che il Montenegro è pronto a separarsi dalla Serbia e quindi a un referendum nel mese di giugno che porterebbe alla effettiva secessione. Il timore degli esperti di questioni balcaniche è che, in questo caso, si potrebbe innescare una serie di rivendicazioni territoriali in Kosovo (la cui ambigua posizione giuridica lo pone controllato da una forza militare pur essendo virtualmente ancora territorio yugoslavo), in Macedonia (dove pure vive una consistente minoranza di etnia albanese) e in Bosnia (dove i tasselli del puzzle geografico - etnico sono tenuti insieme da un collante fatto di precaria instabilità). |