Anno 2001

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Intervista - Ardito: nessuno potrà sciogliere la Folgore

Giovanni Bernardi, 9 marzo 2001

Il generale Giuseppe Ardito è nato a Chieti nel 1938. Allievo della Scuola militare Nunziatella di Napoli dal 1953 al 1957, ha in seguito frequentato i corsi regolari dell'Accademia militare di Modena e della Scuola di applicazione di Torino. Ha inoltre frequentato le Scuole di guerra italiana e tedesca e i corsi del Centro alti studi della Difesa. Ha ricoperto incarichi di prestigio in ambito italiano e internazionale, tra cui quelli di Addetto militare presso l'Ambasciata italiana a Bonn, Comandante della brigata Cremona, Comandante dell'artiglieria contraerei dell'Esercito e Direttore generale delle armi, munizioni e armamenti terrestri. Il 15 aprile 1997 ha assunto il comando delle Forze terrestri alleate sud Europa e il 1° ottobre dello stesso anno ha aggiunto all'incarico Nato anche quello nazionale di Comandante delle forze operative terrestri dell'Esercito italiano. Ci riceve nello storico Palazzo Carli, al centro di Verona, tradizionale sede di comandi militari già prima dell'unità d'Italia e oggi sede del Comando Nato.

Generale, lei ha assunto il comando delle Forze terrestri alleate del sud Europa nell'aprile del 1997. Sono trascorsi quattro anni che sono stati testimoni di grandi cambiamenti in ambito Nato. Com'è cambiato il compito del comando di Verona?
Com'è ben noto, la Nato ha in corso una ristrutturazione sia della struttura delle forze, sia della linea di comando. Allo stato attuale posso affermare che i compiti del comando alleato interforze di Verona sono ancora da definire con chiarezza di particolari, soprattutto in relazione all'impiego. Per il momento, stiamo procedendo verso una maggiore caratterizzazione internazionale di questo comando. Tanto è vero che prima il comandante, il capo di stato maggiore e il sottocapo operativo erano italiani, il sottocapo logistico era americano. Adesso solo il comandante è italiano; il vice comandante - figura inserita con la ristrutturazione - è tedesco, il capo di stato maggiore è spagnolo e il sottocapo - ne è rimasto solo uno dei due che c'erano prima - è ungherese. Anche in relazione ai quadri ufficiali e sottufficiali c'è ora una maggiore internazionalizzazione alla quale contribuiscono otto nazioni, Italia inclusa. In questo momento il comando è impiegato in maniera molto marcata per la costituzione del comando interforze nel Kossovo. Non posso dire, tuttavia, che questa funzione sia pienamente soddisfacente, in quanto un comando non può essere soltanto limitato a fornire rinforzi ad altri. Auspico pertanto una chiara definizione del compito del terzo livello di comando Nato.

Il comando interforze di Verona ha avuto dei cambiamenti significativi per quanto riguarda la struttura?
Nella struttura non ci sono stati grandi cambiamenti, a parte la creazione di quei moduli che danno la possibilità di essere un comando "Joint" (interforze). Però non disponiamo ancora del personale delle altre Forze armate - con competenze per l'impiego delle forze aeree e delle forze navali - che ci consenta di essere effettivamente interforze in qualsiasi momento. Quel personale della Marina e dell'Aeronautica, cioè, che sia in grado di gestire, qualora fossero allocati, anche gli assetti navali e aerei. Quindi come struttura non è cambiato molto, a parte una ristrutturazione degli uffici e delle sezioni, che però hanno mantenuto le stesse competenze.

Una delle iniziative più importanti della Nato in questi ultimi anni è stata quella del Partenariato per la pace alla quale hanno aderito tutte le nazioni del centro ed est Europa. Quali sono state le attività più significative che, in questo programma, hanno interessato il suo comando?
Dall'aprile del 1997 quando ho assunto il comando di questa struttura, noi siamo stati interessati massicciamente a questa attività, sia per espressa volontà italiana e Nato, sia per effetto del mio doppio comando che mi ha consentito di coinvolgervi unità italiane, cosa che in altri tempi sarebbe stata più difficile. Abbiamo condotto esercitazioni di Partenariato per la Pace molto significative in Romania, in Slovenia e anche nel nord Italia - a Solbiate Olona - alle quali hanno partecipato fino a diciotto nazioni, dimostrando quindi pienamente l'efficienza di questo comando in termini di comando e controllo. Certo, non si può dire che per il fatto di essere stati in Slovenia e in Romania si abbia la capacità di comando e controllo mobile. Però l'esserci andati e avere condotto delle esercitazioni dimostra la mobilità di questo comando. E' chiaro, quindi, che non ci sarebbero difficoltà ad avere una capacità C-2 (comando e controllo) rischierabile. D'altra parte, molto del nostro personale è in Kossovo per far funzionare proprio gli assetti C-2.

Qual è il contributo complessivo che il comando Nato di Verona fornisce alle operazioni in Bosnia e Kossovo?
Abbiamo partecipato con il nostro personale a tutte le missioni in Bosnia e Kossovo con un numero variabile di ufficiali e sottufficiali, un impegno massiccio con il quale abbiamo contribuito, tra l'altro, a costituire il comando di K-For 4 e per il quale abbiamo fornito circa cento ufficiali e sottufficiali. Adesso questo impegno specifico volge al termine perché l'avvicendamento nel comando delle operazioni in Kossovo avverrà il 6 aprile.

Lei ha, come si dice in gergo, il "doppio cappello": Nato e nazionale. Questa soluzione non è infrequente in ambito Nato: lo stesso comandante supremo è anche comandante delle forze americane in Europa. Nel suo caso specifico, ritiene che questa sia la soluzione ottimale?
Questa soluzione è stata voluta da Capo di stato maggiore dell'Esercito e la figura di comandante a "doppio cappello" è stata istituita con la mia assunzione di comando nel '97. Lo scopo era di dimostrare che noi siamo pienamente integrati nell'Alleanza atlantica e quindi di consentire una disponibilità di forze italiane alla Nato senza quegli intralci burocratici che comunque ci sarebbero stati se i comandanti fossero stati due. Infatti, abbiamo fatto partecipare i comandi e le unità italiane alle varie esercitazioni di partenariato e Nato che abbiamo condotto in questi quattro anni. Grazie a questo, abbiamo avuto una forte ricaduta positiva nei confronti dell'Esercito italiano perché abbiamo ottenuto una - chiamiamola - sprovincializzazione. Questo, insieme con l'impiego delle forze in operazioni all'estero, ha portato a una elevazione del livello di professionalità e del morale, dovuto proprio al fatto di uscire dalle caserme e partecipare a esercitazioni fuori del territorio italiano sotto il cappello Nato. Tutto ciò ha portato inoltre a un "linkage" molto più stretto tra le unità italiane e il comando Nato e nello stesso tempo a una ricaduta d'immagine estremamente positiva per quanto riguarda le forze e i comandi italiani, in campo Nato e in quello nazionale.

L'impiego delle forze italiane in operazioni "fuori area" ha arricchito comandi e unità dell'Esercito italiano di nuove esperienze. Quali sono le più significative, a suo avviso?
Sicuramente il confronto diretto con tutte le altre nazioni che ha dimostrato nei fatti che la professionalità italiana non è da meno a quella degli altri. Questo è servito anche a sfatare tanti luoghi comuni. Noi siamo presenti sia in Bosnia che in Kossovo già dall'inizio e proprio il fatto che le unità italiane abbiano partecipato sin dall'inizio - non solo, ma sono anche state richieste successivamente - dimostra chiaramente l'affidabilità di queste e l'affidamento che gli altri fanno sui nostri comandi e sulle nostre unità. Sia bene inteso, tuttavia, che il non fornire il nostro contributo a queste operazioni ci avrebbe messo ai margini dell'Europa e della Nato! La nostra partecipazione ha portato a un arricchimento non solo della professionalità dei comandi e delle unità come tali, ma anche della professionalità dei quadri che abbiamo inserito nei vari comandi multinazionali ai diversi livelli. In termini di ricaduta, direi che è ancora incalcolabile per l'immenso patrimonio che ci ha portato. Questo a prescindere dalle questioni più tecniche come per esempio il fatto di lavorare in inglese o francese seguendo procedure Nato. Direi che però non si tratta solo di immagine, ma anche di fatti perché tutto questo ha determinato una integrazione concreta dell'Esercito italiano nella struttura Nato. Prima eravamo sempre a margine perché le esercitazioni le facevamo in Italia e perché questo comando era soprattutto un comando a caratura italiana. Inoltre, con orgoglio, devo dire che non si è mai verificato che un mio ufficiale o sottufficiale sia stato rimandato indietro perché non operativamente valido. E ovviamente ci siamo confrontati con tutti, anche con chi non sembrava che ci vedesse con occhio favorevole.

Possiamo quindi dire che alla effettiva integrazione dell'Esercito italiano nella Nato hanno contribuito due fattori: le operazioni fuori area e il doppio cappello del comandante delle Forze?
L'integrazione l'abbiamo ottenuta con le esercitazioni e le operazioni. Il doppio cappello rende più facile l'impiegabilità delle unità, rende più facili i rapporti, perché è chiaro che se i comandanti fossero stati due - ancorché tutt'e due italiani - si sarebbe potuta verificare anche una sorta di rivalità fra l'uno e l'altro, la qual cosa non avrebbe fatto bene a quel ritorno di professionalità che invece si è acquisito. Ovviamente, tutto questo costa soldi e sacrifici, sia per l'impegno finanziario della nazione, sia per l'impegno del personale. Ufficiali, sottufficiali e volontari sono stati, infatti, costretti a stare lontani da casa per lunghi periodi dell'anno. Quindi bisogna riconoscere queste difficoltà che pure esistono.

Sulla base delle esperienze fatte, come è stato adeguato lo strumento militare terrestre dal punto di vista operativo?
Lo strumento terrestre è stato riordinato in tutti i suoi settori. Innanzitutto si è cercato di razionalizzare le linee di comando, le competenze e le responsabilità in modo da avere per ogni area funzionale un unico responsabile. Il riordinamento è particolarmente evidente per le forze operative perché dei dieci comandanti che c'erano prima - tre comandanti di corpi d'armata e sette di regioni militari - ora ce n'è uno solo. E' una grossa novità e nello stesso tempo una razionalizzazione perché, riducendo le forze, non avrebbe avuto alcun senso disperderle, ponendole alle dipendenze di tanti comandi, specialmente in una situazione - com'è quella attuale - in cui abbiamo circa 8.000 uomini nei Balcani che vanno avvicendati ogni quattro mesi. Questo si può fare solo se la coordinazione e la responsabilità fanno capo a un solo comandante.

Come sono stati adeguati, invece, i supporti tattici e logistici?
Sono stati costituiti dei raggruppamenti particolari - come quelli dell'artiglieria, del genio, della cavalleria dell'aria, dell'artiglieria contraerei - ed è stato costituito un comando C4IEW che coordina tutto il settore delle comunicazioni, del comando e controllo e della guerra elettronica. Per quanto riguarda invece la parte logistica - sempre nel quadro dell'economia di scala - sono stati tolti alle brigate i battaglioni logistici affidando, sul territorio nazionale, la responsabilità del sostegno logistico a livelli territoriali - quindi areale - e costituendo una brigata logistica di proiezione che fornisca il sostegno alle unità che sono in operazioni.

Il concetto strategico del Capo di stato maggiore della Difesa fissa le missioni delle Forze armate italiane: difesa degli interessi vitali del Paese da ogni possibile aggressione, salvaguardia degli spazi atlantici, gestione delle crisi internazionali, infine concorso alla salvaguardia delle libere istituzioni e intervento in caso di pubbliche calamità. Come si adeguano le pedine fondamentali dello strumento (le brigate) per assolvere tutti i compiti?
Avendo ridotto le forze, e probabilmente dovendone ridurre di più, non siamo più nelle condizioni di assegnare delle brigate per compiti specifici. Quindi, tutte le brigate, quando sono in Patria, assolvono tutti i compiti previsti sul territorio nazionale. Ovviamente, le missioni nei Balcani sono assolte esclusivamente dalle unità che dispongono di volontari perché i soldati di leva non possono essere impiegati in operazioni internazionali. Oggi non esiste più la brigata che ha esclusivamente compiti di difesa del territorio e quella che invece è considerata operativa. Anche perché, quando la leva finirà, tutte le unità saranno su volontari e quindi tutti faranno tutto. E' una necessità, non è una scelta. Siamo passati dalle 36 brigate di 15 anni fa alle 13 di oggi e probabilmente in futuro anche a meno. Non si può pensare di avere delle brigate che siano esclusivamente devolute alla sicurezza nazionale. Tutti devono saper fare tutto.

Per cui quelle caratterizzazioni specifiche che avevano certe brigate, mi riferisco agli alpini, non ci saranno più?
Non esistono più. La Julia sta partendo per l'Albania, la Taurinense è una delle brigate che si alternano nei teatri operativi, La Tridentina si sta riducendo perché viene alimentata ancora da personale di leva. Ma lo stesso vale per le altre brigate. Peraltro, quelle che ancora hanno soldati di leva si alternano nell'operazione Santa Barbara che è un'operazione di controllo del territorio nazionale. Quindi sono operative anche loro.

La graduale trasformazione in esercito di volontari è appena cominciata. Come comandante delle forze operative terrestri, si ritiene soddisfatto dalla risposta dei giovani alle possibilità che vengono offerte loro come volontari in servizio permanente, in ferma breve e in ferma annuale?
Noi dovremo avere un esercito che in totale sarà costituito da 112.000 uomini e i soldati saranno tutti volontari. Sicché dovremo essere in grado di reclutare, compresi ufficiali e sottufficiali, 112.000 uomini. Siccome nessuno più sarà obbligato alla vita militare, tutto dipenderà da quanto questa sarà attrattiva. Il che non significa solo stipendio, ma l'attrazione sarà data in maggiore misura dalle possibilità di lavoro che quei giovani - che non potranno essere assorbiti come effettivi nell'Esercito dopo aver dato un anno, tre anni, cinque anni allo Stato - troveranno, dopo aver smesso la divisa, al rientro nella società civile. Altri elementi di attrazione sono i buoni comandanti e la qualità di vita nelle caserme, fattori che rendono il soldato orgoglioso di appartenere a un certo reggimento. Questo si chiama spirito di corpo.

Ritiene che, con l'ingresso delle donne, l'Esercito trarrà dei benefici? E quali?
Assolutamente si. Le donne sono molto più motivate, molto più determinate e, com'è già accaduto in tutti gli altri settori della società, determineranno una ventata di sana emulazione per cui certamente il risultato sarà positivo. Non ho dubbi su questo. Ma anche per l'impegno, per la preparazione, per la determinazione con la quale vogliono riuscire. Io sono sicuro che sarà una sferzata positiva per tutti.

Sembra che il vento del deserto debba periodicamente far alzare attorno alla brigata Folgore la sabbia di El Alamein, mi riferisco al polverone che si fa ogni tanto sull'argomento "scioglimento della brigata". Vuole chiarire una volta per tutte la posizione dello stato maggiore dell'Esercito e la sua su questo argomento?
L'istinto mi porterebbe a rigettare un simile argomento perché è assurdo. Non voglio entrare in polemiche perché le polemiche le lascio fare a coloro che ne hanno interesse. Io non ho nessun interesse se non quello di servire l'Esercito italiano, cosa che ho fatto per 46 anni. Credo che se uno in Italia pensasse di sciogliere la Folgore, quello sarebbe da rinchiudere in manicomio. Questo già lo dissi alla Folgore ad aprile e lo ripetei nel luglio del '98 in forma chiara, molto chiara. Non c'è nessun documento firmato da me o da chiunque altro che parli di scioglimento della Folgore. Ci sono in atto due provvedimenti: uno riguarda il battaglione logistico, ma quello - l'ho detto prima - rientra nella razionalizzazione dei supporti logistici e riguarda tutte le brigate. Per quanto riguarda il gruppo squadroni Giove, il provvedimento di enucleazione dalla brigata riguarda la razionalizzazione degli assetti elicotteristici. Questo va anche a favore della Folgore stessa perché, pur rimanendo il gruppo squadroni sempre dedicato all'impiego delle forze per operazioni speciali - quelle della Folgore - troverà nella sede di Viterbo una migliore assistenza tecnica specialistica. Faccio notare inoltre che la compagnia genio della brigata è stata elevata a rango di battaglione. Per quanto riguarda infine il 185° reggimento di artiglieria, a fronte degli scioglimenti delle unità di artiglieria di tante altre brigate - come l'8° reggimento della Pozzuolo, il 5° reggimento artiglieria, il 21° reggimento artiglieria della Friuli - il 185° non è stato sciolto. E' stato invece riqualificato affidandogli dei compiti che sono precipui dell'artiglieria paracadutisti. Ma anche prima il GRACO era costituito da paracadutisti. Quella ricognizione a lungo raggio che facevano i paracadutisti del GRACO adesso la fa il 185°. Se non avessimo preso questa decisione, l'alternativa sarebbe stata scioglierlo. Ho sciolto tanti altri reggimenti di artiglieria di altre unità, mentre il 185° l'ho mantenuto in vita. Facendo ancora riferimento al GRACO, nessuno ha mai detto che i paracadutisti che facevano servizio in quel reparto non erano paracadutisti. Quindi per quale motivo il 185° non dovrebbe essere considerato paracadutista? Ripeto, non voglio entrare in polemiche strumentali perché sono senza senso. Certamente - e questo desidero dirlo - portare periodicamente alla ribalta della cronaca la Folgore per questi motivi non credo che sia un favore che questi sedicenti fedelissimi facciano alla brigata stessa. La Folgore non ha bisogno di difensori. Gli ufficiali, i sottufficiali e i paracadutisti della Folgore dimostrano nei fatti quanto loro fanno e quanto loro valgono. E questo lo sanno tutti, a cominciare da me che sono il loro comandante.