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| Anno 2001 | |
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La fragile tregua in corso da lunedì in Macedonia potrebbe portare alla soluzione del conflitto interno che dura da quattro mesi e che è stato acceso dalle forze ribelli del sedicente Esercito di liberazione nazionale (NLA) pro-albanese. La pressione esercitata dal Segretario Generale della Nato, George Robertson, e dal responsabile della sicurezza dell'Unione Europea, Javier Solana, sembra abbia finalmente convinto il debole Governo di unità nazionale, formatosi solo un mese fa, a negoziare, prima di tutto nel proprio ambito, un nuovo status giuridico della minoranza albanese.
Il piano di pace, presentato a Skopje da inviati della Nato e dell'Ue, è stato a sua volta fatto proprio dal Presidente della Repubblica Boris Trajkowski e affidato al Primo ministro Ljubco Georgiewski, il quale, per quanto abbia espresso perplessità in queste due ultime settimane, si è detto pronto per negoziare. "Ultima speranza per la pace", ha detto Georgiewski riferendosi al piano la cui discussione è prevista con le forze politiche di minoranza etnica albanese - alla presenza dei rappresentanti Nato e Ue - in una località prossima al lago Ohrid (sud Macedonia) questo fine settimana. Il piano si presenta, secondo le fonti ufficiali, in cinque fasi: la prima comprende iniziative politiche e diplomatiche coordinate da un organo costituito da 9-11 membri; la seconda fase tende a isolare i ribelli dal punto di vista politico e militare con una forte campagna mediatica tendente a spiegare alla opinione pubblica nazionale la necessità di uno sviluppo pacifico degli eventi; la terza fase prevede la dichiarazione di un cessate-il-fuoco unilaterale da parte del Governo macedone e la concessione di 48 ore di tempo ai ribelli per deporre le armi; la quarta fase prevede il disarmo dei terroristi con l'appoggio della Forza Nato e seguito da un'amnistia generale; la quinta consiste nel ristabilimento della situazione iniziale e la ripresa del controllo del territorio da parte delle forze di polizia. Secondo Arben Xhaferi (leggi: Giafèri), capo di uno dei due partiti etnico-albanesi della coalizione, il piano va ristrutturato. "Tutti diciamo che gli scontri devono terminare - ha sostenuto Xhaferi - ma i soli che vi possono porre fine non sono stati invitati a discutere il piano" riferendosi al rifiuto del Governo di negoziare con i ribelli. Questi sostengono di avere preso le armi per ottenere maggiori diritti per la minoranza albanese (30% dei due milioni di abitanti, secondo i dati ufficiali), che non ha ancora visto riconosciuto l'albanese come seconda lingua ufficiale. Per contro, il Governo afferma che la rivolta tende alla secessione della minoranza per costituire uno Stato indipendente. I ribelli, da parte loro, con le loro azioni militari che li hanno condotti ad assumere il controllo di centri abitati vicini alla capitale hanno dimostrato l'incapacità dell'Esercito macedone di tenere sotto controllo la rivolta. Alcuni osservatori attribuiscono la decisione del Governo di avviare la discussione del piano di pace alla minaccia immanente dei ribelli di bombardare l'aeroporto di Skopje, la stessa città e la raffineria di proprietà greca. La situazione attuale ha già fatto una prima vittima ai vertici delle Forze armate macedoni. Il Capo di stato maggiore della Difesa, generale Jovan Andrevski, ha rassegnato le dimissioni ed è stato sostituito a tempo di record dal generale Pande Petrovski. Secondo la versione ufficiale il generale Andrevski avrebbe deciso di lasciare l'incarico dopo la morte di cinque soldati in una imboscata tesa dai ribelli dell'NLA. Secondo alcuni osservatori, invece, una questione di "punti di vista" avrebbe "convinto" l'ufficiale a lasciare l'incarico. Lo sforzo che la Nato sta producendo per cercare di risolvere una situazione prima che diventi una incontrollabile guerra civile, oltre che con la stretta collaborazione con l'Unione Europea, si concretizzerà nei prossimi giorni con la costituzione a Skopje di un Centro di Cooperazione e Coordinamento (Nato Cooperation and Coordination Center - NCCC). La decisione è stata presa nella riunione del Consiglio Atlantico a livello di Ministri della Difesa tenuta a Bruxelles il 7 e 8 giugno ed evidenziata al punto 16 della Dichiarazione congiunta sulla situazione nei Balcani. |