Anno 2001

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Ukraina, storia e tragedia di un paese sulla strada della denuclearizzazione

Giovanni Bernardi, 6 novembre 2001

Il cammino verso la denuclearizzazione dell’Ukraina, iniziato nel 1991 dopo il collasso dell’Unione Sovietica, si avvia al termine. L’ultimo silo destinato al lancio dei missili ss-24 è stato distrutto il 1° novembre da ingegneri che hanno operato nell’ambito del programma di cooperazione per la riduzione della minaccia, firmato con gli Stati Uniti dieci anni orsono. Al team di tecnici ukraini e americani si sono uniti i ragazzi di tre scuole locali (il silo era dislocato nella regione meridionale di Mykolaiv, vicino a Pervomaisk, non molto distante da Odessa) i quali hanno provveduto a premere i bottoni che hanno innescato le cariche destinate alla distruzione.

Erede del terzo più grande apparato atomico mondiale, contestualmente alla indipendenza raggiunta nel 1991, l’Ukraina rinunciò unilateralmente allo status di nazione nucleare, scongiurando così il pericolo alla minaccia atomica dell’area costituito da 130 missili ss-19, 46 missili ss-24 e dozzine di bombardieri strategici dislocati nella nazione. A questi si aggiunsero circa 1.300 testate nucleari che furono restituite alla Russia.

Dopo il ricondizionamento, il materiale fissile delle testate fu riportato in Ukraina per costituire combustibile per le centrali elettriche. Con gli Stati Uniti fu firmato un trattato per l’assistenza allo smantellamento di 38 bombardieri strategici Tu-160s e Tu-95s e oltre 450 missili da crociera aria-terra Kh-55. Gli ultimi due bombardieri sono stati distrutti nel febbraio di quest’anno.

Parallelamente agli sforzi per liberarsi dall’arsenale nucleare, l’Ukraina ha ricevuto assicurazione da parte dei governi di Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Cina e Francia (le cinque potenze nucleari membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu) che l’impegno alla denuclearizzazione sarà sostenuto con aiuti finanziari consistenti. Ricca di risorse naturali, l’Ukraina è stata per secoli sotto il giogo straniero e a nulla servì il tentativo di guadagnare l’indipendenza condotto tra il 1917 e il 1920, seguito da una brutale repressione sovietica che causò otto milioni di morti.

La Seconda Guerra Mondiale e l’intervento degli eserciti sovietico e tedesco causarono ancora sette milioni di morti. Per quanto indipendente dal 1991, però, non si può parlare ancora di riforme sostanziali, rimanendo aperte ancora questioni essenziali come le riforme economiche, la privatizzazione dei beni dello Stato e le libertà individuali. Quindici anni dopo il disastro nucleare di Chernobyl, ancora milioni di persone soffrono delle conseguenze derivate dalla esplosione del quarto reattore della centrale nella stessa Ukraina, in Bielorussia e in Russia. L’incidenza del rischio di tumore è ancora sedici volte superiore alla media mondiale e le statistiche della Croce rossa dicono che i sintomi collegati con le radiazioni avranno addirittura un picco fra cinque o dieci anni.

Quando il reattore esplose il 26 aprile 1986, una radioattività pari a 150-200 milioni di curie fu dispersa in un’area di circa 160.000 chilometri quadrati abitata da sette milioni di persone e gli studi di esperti dicono che l’area continuerà ad essere contaminata per 244.000 anni. A quello della contaminazione, l’Ukraina affianca il grave problema di una popolazione di quarantotto milioni di persone demotivata e stanca che diminuisce di circa mezzo milione di unità all’anno, il drammatico primo posto nella classifica delle nazioni europee colpite dall’Aids, una politica finanziaria che non riesce a fare le dovute riforme e una classe dirigente ancora legata a vecchi canoni comunisti.