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| Anno 2001 | |
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Se il Ministro della Difesa, Antonio Martino, avesse voluto inventare un colpo di scena, non gli sarebbe venuto meglio di quello presentato al giuramento degli allievi del 183° corso dell'Accademia militare di Modena il 15 dicembre. Dopo i discorsi dei Capi di stato maggiore della Difesa e dell'Esercito, Rolando Mosca Moschini e Gianfranco Ottogalli, il Ministro prende la parola, ringrazia e avverte che non pronuncerà il discorso perché fa troppo freddo. Uno scrosciante applauso parte, a questo punto, dalle tribune gremite di famigliari degli allievi intirizziti dal freddo, ma non più dei figli e fratelli schierati nel cortile d'onore.
Il clima rigido che ha colpito l'Italia, quella del Nord in particolare, sembra che si sia accanito con Modena e in particolare con il seicentesco Palazzo Ducale che dal 1859 ospita l'Accademia di fanteria e cavalleria (fino all'8 settembre 1943) e dell'Esercito a corsi riuniti dal dopoguerra in poi. Il Ministro spiega poi scherzando ai giornalisti: "Sono nato a sud del 38° parallelo e quando il termometro segna meno di 15 gradi comincio a sentire freddo". Secondo il Ministro Martino "…il momento attuale obbliga a svolgere una più ampia riflessione sui compiti delle Forze armate italiane che non possono essere ricondotti unicamente a "microinterventi" in grado di stabilizzare teatri di crisi e di affermare la Pace, ma dobbiamo rivolgere massima attenzione anche verso quei compiti che definisco di "macrodifesa", quali la difesa dello Stato e la tutela degli spazi e degli interessi nazionali; fra questi è di primaria importanza la lotta al terrorismo internazionale". Il riferimento del Ministro alla crisi afgana è palese. L'Italia parteciperà alla Missione di pace, la cui partenza "…è prevista in tempi brevi, ma non prima di Natale…" con un contingente terrestre costituito da nazioni europee che non dovrebbe superare le 600 unità e non dovrebbe restare in area per più di tre mesi. Le nazioni partecipanti, infatti, tra le quali Francia, Germania e Regno Unito (a cui sarà affidato il comando), lascerebbero il posto ad altre non europee se la missione dovesse durare oltre i tre mesi. Ma vi è ancora un po' di nebbia in questo intervento che sembra più un volerci essere a tutti i costi che non la risposta a una reale necessità dell'Afganistan. I quattromila uomini sono ancora meno di quanti ne furono impiegati nella missione Alba del 1997 in una terra di gran lunga meno estesa. E perfino in Albania, allora, parlare di controllo del territorio sarebbe stato a dire poco ottimistico. In Afganistan non basterebbe forse un milione di uomini. Controllare la regione di Kabul in attesa che si formi un governo (questo dovrebbe essere il compito della missione) sembra quasi una concessione della nuova leadership afgana alle nazioni alle quali sarà chiesto di versare cospicue somme di denaro per riparare danni di venti anni di guerra e dare l'avvio alla ricostruzione. Peraltro, partecipare a una campagna militare senza farla seguire da un'adeguata missione politico-diplomatica che tenda a porre le premesse di una presenza di investimenti nell'area smentirebbe il concetto strategico della Difesa che pone il centro Asia tra le regioni di interesse strategico italiane. E' vero che l'Italia ha investito poco in questa missione (del resto l'intervento non è stato nemmeno richiesto dagli Stati Uniti) ma il non esserci significherebbe rinunciare a possibilità di espansione in una regione che, se stabilizzata, sarà in grado di controbilanciare lo strapotere petrolifero dei paesi arabi. L'Asia centrale è tradizionalmente zona d'influenza della Russia, ma né questa né gli Stati Uniti sembrano potere recitare la parte di partner unico. La Russia non dispone di capitali sufficienti e ha una brutta storia da raccontare sull'Afganistan. Gli Stati Uniti non sembra che desiderino mettere a rischio le proprie imprese in zone a larga predominanza islamica. Dovranno verosimilmente giocare il loro ruolo di investitori per conto terzi. Ed è qui che, se l'Italia avrà giocato bene la sua parte, potrà fare valere la propria esperienza in campo di trivellazioni e costruzione di oleodotti. |