Anno 2001

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Cina, petrolio e potere marittimo

Andrea Tani, 15 gennaio 2001

La Cina è diventata da tre anni un grosso importatore di petrolio. Nel 2010 importerà meta' del suo fabbisogno, equivalente a quello dell'Europa occidentale.

La crescita esponenziale delle sue necessita' energetiche, come quelle degli altri colossi in ascesa, costituisce uno dei fattori scatenanti la recente lievitazione di prezzi, che è destinata, secondo gli esperti, a consolidarsi, al di là dell'altalena speculativa, stagionale e Iraq-dipendente in corso. Non si tratta di un fenomeno ciclico, ma strutturale, che potrebbe essere superato solo da rivoluzioni tecnologiche che tutti attendono con impazienza, molti preconizzano, nessuno ha toccato veramente con mano su scala significativa. Certamente non sono entrate ancora nelle nostre vite. Occorrerà forse una o più generazioni. Nel frattempo sarà bene gestire al meglio le note e consolidate interrelazioni energetiche e tutto il codazzo di realpolitik che si portano appresso.

Come gli altri paesi di nuova industrializzazione, la Cina dovrà quindi attingere alle riserve mondiali di petrolio e gas, attraverso la partecipazione al processo internazionale di estrazione e diffusione dei prodotti di tali riserve, e si sta attrezzando in tal senso, equipaggiando e modernizzando le sue compagnie petrolifere e le sue flotte mercantili. Ma dovrà anche tirare fuori tutto il petrolio che può dal suo territorio - e non ci sono grosse prospettive - e dai suoi mari. E qui ci sono grosse prospettive, soprattutto se si considerano, fra questi, le frange meridionali del Mar Cinese sotto il quale si trovano importanti giacimenti, in fondali non eccessivi, in corrispondenza dei numerosi arcipelaghi che lo costellano, Spratley, Paracels, etc.

La cosa non è così semplice, dato che tutti i Paesi dell'area - otto o nove - avanzano diritti su tali giacimenti, ne hanno un bisogno altrettanto spasmodico, e dispongono di forze aeronavali in continua crescita con le quali sostanziare le loro pretese. Alcuni hanno anche la protezione del Grande Fratello, quello vero.

Il contesto normativo non e' molto chiaro e consente differenti interpretazioni. Le quali interpretazioni possono essere rese più convincenti da un nodoso bastone nascosto dietro la schiena. La Cina è fra i primi ad averlo capito e sta effettuando da molti anni (in tacita collaborazione con la sua provincia rinnegata, Taiwan, peraltro) una penetrazione militare nella zona che e' ben nota ai sinologi e agli esperti di cose asiatiche. Le premesse per un contenzioso con potenti risvolti militari ci sono tutti.

Ma non basta. In qualunque modo si approvvigioni, la Cina dovrà far arrivare il suo petrolio nei suoi porti, via mare, facendolo passare - se questo petrolio viene dal Medio Oriente - dal dedalo di strettoie che caratterizzano i mari fra l'Indocina e l'Australia. La vulnerabilità delle sue forniture sarà molto elevata e dipenderà dal buon cuore dell'affollata umanità prospiciente, che comprende realtà controllabili e relativamente condizionabili, come gli Stati, e altre affatto, come la grande criminalità, le bande di pirati che infestano questi mari, terroristi di varia militanza, etc. Sarà indispensabile, per la Cina e per chiunque altro, disporre all'occorrenza della possibilità di scortare tali forniture, esercitando quello che gli addetti ai lavori chiamano il "controllo dei mari" nell'area interessata, e tutta una serie di politiche ed attività collegate. Ne consegue che la Cina, paese continentale per eccellenza, che si è permessa di ignorare sdegnosamente le leggi e i condizionamenti del potere marittimo - sin dai tempi nei quali un suo ammiraglio cercò senza fortuna di affermare l'egemonia del Celeste Impero nell'Oceano Indiano (se ci fosse riuscito la storia del mondo sarebbe stata diversa) - sarà costretta ad occuparsi in modo molto puntuale degli affari navali, di quello che succede intorno a lei, "molto" intorno a lei, e diventare una potenza marittima, anzi una grande potenza marittima.

Essere membro del consiglio di sicurezza dell'ONU, avere un esercito di non si sa quanti milioni di uomini e la bomba atomica può essere sufficiente per non temere invasioni territoriali o intromissioni nei propri affari. Ma non per assicurare le forniture energetiche, nonché i traffici marittimi dai quali dipende il suo futuro e la sua prosperità. Ad esempio: le preziose esportazioni verso gli USA, che assicurano quel surplus finanziario necessario per la modernizzazione del paese. Con tutto il contorno di autentica indipendenza dai condizionamenti esterni che ne consegue.

Se vorrà proseguire nel suo sviluppo la Cina dovrà quindi imparare le regole fondamentali, secolari del potere marittimo e dotarsi dei mezzi materiali e concettuali per esercitarlo. E difatti lo sta facendo, con molta fatica perché si tratta di iniziative molto costose e anche coinvolgenti, che non permettono sovrani disprezzi e semplificazioni eccessive. Naturalmente le conseguenze di un simile processo potranno essere percepite, all'esterno dell'area di influenza sinica, come espansive, egemoniche, aggressive, anche se forse non lo sono, e generare una serie di conseguenze imprevedibili, come in passato è avvenuto nel mondo occidentale (corsa agli armamenti, rivalità navali, alleanze e controalleanze; nello specifico, riarmo del Giappone, della Russia asiatica, del Vietnam, dell'India e quindi del Pakistan, preoccupazione negli USA, crescente e instabilità nell'area, con cinque potenze nucleari indipendenti in loco e nessun patto multilaterale a sflemmatizzare la situazione, etc.).

Il caso cinese e' eclatante e sintomatico, ma ne esistono molti altri, decine, di varie scale e latitudini. Alcuni del tutto paragonabili - come per l'India, il Pakistan, il Vietnam, l'Indonesia, il Brasile, la Nigeria, insomma i colossi geopolitici in crescita - altri, assai più numerosi, su scala molto minore, ma concettualmente analoghi. L'insieme delle conseguenze complessive di tale processo ha modificato i termini costitutivi delle equazioni del potere mondiale focalizzandone nuovamente gli aspetti marittimi.

Per i motivi descritti, ed altri ancora, il potere marittimo e la padronanza dei propri mari di interesse, che un tempo riguardava un pugno di grandi attori - sette, otto, meno di dieci - che avevano interessi marittimi, marine mercantili, grandi porti e marine da guerra per assicurarne la fruibilità, oggi riguarda decine e decine di Paesi.

Esistono più di duecento marine militari (o agenzie marittime assimilabili). Quarantanove di essi possiedono sommergibili, nove dispongono di portaerei, forse un centinaio hanno armamenti moderni d'altura, missilistici e altro.

E il valore proprio dei mari si è dilatato. Da una esclusiva valenza di mezzo di veicolazione (di beni, servizi, potere, illegalità, culture, ideologie, popolazioni, malattie e quant'altro) a un ruolo più complesso e articolato. Esso comprende l'aspetto tradizionale appena detto - su scala molto più vasta, con una enorme pluralità di protagonisti - e contemporaneamente una funzione di tipo territoriale come contenitore di risorse attribuibili a diversi soggetti suddivisibili secondo principi aleatori e opinabili.

E siccome i confini e le legittimità, come e' successo sulla terraferma nel corso dei secoli, sono definiti dalla punta delle baionette dei soldati (o degli arpioni dei marinai) e non dalle pensose riflessioni di esploratori giuristi, sacerdoti, politici o quant'altro, al di la delle ottime intenzioni (il che può voler dire oggi anche un uso della forza non attuato ma semplicemente sottinteso) ne consegue che gli argomenti che avevano provocato la nascita e il consolidarsi delle marine da guerra sono fortemente rafforzati da questa nuova molteplice valenza dei mari.

Chi dà le Marine come superate o rese obsolete dai nuovi gadget tecnologici che hanno riempito gli arsenali, soprattutto aerospaziali, un po' di tutti, non ha capito. Non tiene conto che i mari sono più' importanti e vitali che mai, che il 90% dei beni e servizi dell'umanità circola sul mare, e che il 70% della stessa umanità vive entro 200 miglia delle coste, ossia è influenzata direttamente da quello che accade sul mare ed è raggiungibile da una pluralità di mezzi distruttivi che risiedono in mare, a disposizione di una folla di utilizzatori. E che tutte le Nazioni del mondo dipendono, per la loro vita e la loro prosperità, dal mare.