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| Anno 2001 | |
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Uno dei più inquietanti dossier che il nuovo Segretario di Stato americano Colin Powell dovrà affrontare nell'immediato futuro riguarda la sempre più esplicita operazione di restaurazione geopolitica, strategica ed economica portata avanti dalla nuova dirigenza russa nei confronti dei corposi frammenti dell'ex impero, zarista prima, Sovietico poi, panslavo sempre. Complice il risollevarsi del prezzo del petrolio e quindi dell'economia del gigante malato - ora forse convalescente (il PIL nel 2000 è aumentato del 7%, la produzione industriale del 9-10 %) - il vertice moscovita e la sua diplomazia non hanno perso occasione, negli ultimi mesi del 2000, per riaffermare con molta chiarezza che la Russia considera tali frammenti come appartenenti indissolubilmente alla sua sfera di influenza globale - nel contesto di una specie di "Hausmacht" neobizantina del nuovo Millennio - nella quale tutte le intrusioni sono altamente indesiderate e saranno respinte(con ogni mezzo, si sottintende).
Dichiarazioni in tal senso sono venute da Presidente Putin, nel suo discorso di fine 2000 alla Nazione, nel quale ha incitato in suoi concittadini a "capire dove sono i loro interessi nazionali, definirli e combattere per essi" nonché dal Vice Ministro degli Esteri Gusarov quando, davanti all'assise OSCE di novembre, ha dichiarato che "i russi hanno messo sull'avviso i partner occidentali sulla loro determinazione ad impedire che la OSCE sia utilizzata come strumento per interferire negli affari dei Paesi situati ad est di Vienna. Questa volta il segnale è chiaro: non sarà consentito che ciò possa avvenire. La deriva centrifuga dei fratelli separati (temporaneamente) dalla Storia, si sottintende, verso la Germania, l'America, la Turchia e l'Islam, e chiunque altro abbia un'identità da offrire, sarà interrotta e invertita ad ogni costo. Ma non si tratta solo di parole, né di declamazioni oratorie: In Bielorussia, praticamente una provincia di Mosca, il Presidente, un filorusso, parla apertamente di un ricongiungimento formale fra i due Paesi per il 2005, mentre a capo del KGB locale (si chiama ancora così) è stato posto un funzionario di carriera russo che ha riempito il servizio di suoi connazionali. In Moldavia sono stati sospesi i piani di ritiro delle forze russe per il 2002, particolarmente nella zona contesa del Trans-Dniester, per i quali Mosca aveva preso un solenne impegno al vertice OSCE del 1999. Nei confronti della Georgia è stato imposto un regime di visti dal quale sono esclusi gli abitanti delle regioni filorusse separatiste dell'Abkhazia e dell'Ossezia meridionale, che hanno - entrambe - una frontiera comune con la Russa, presidiata dalle Guardie di Frontiera russe e da irregolari delle regioni separatiste. La mossa sembra precludere a una annessione de facto delle due regioni. Inoltre, in gennaio sono state sospese le forniture di gas per tre giorni e da tempo le truppe russe non mostrano più di volere chiudere le basi ancora presenti nel Paese. La Georgia ha protestato presso la OSCE che non è affatto contenta dell'atteggiamento russo, su questa questione e complessivamente, ma Mosca sembra non curarsene più di tanto. Nei confronti dell'Ucraina la Russia sta assumendo un atteggiamento intransigente e non troppo velatamente ricattatorio per quanto riguarda le sue forniture di gas, essenziali per un Paese che ne è completamente privo. Le forniture sono sempre più condizionate alla concessione a Mosca di vantaggi economici e politici, particolarmente nell'acquisizione a prezzi preferenziali di quote privilegiate e determinanti delle società che l'Ucraina sta privatizzando. La Russia è specialmente interessata a ottenere il controllo del sistema di gasdotti che portano il gas russo in Europa. La pressione si è estesa al settore militare, e con indubbio successo se quindici giorni fa i due Paesi hanno firmato un patto di cooperazione militare in 52 punti che tende a staccare l'Ucraina dai sempre più stretti legami con la NATO (regolati da due accordi fra questo Paese e l'Alleanza Atlantica, del 1997 e 1998), legami che saranno d'ora in poi soggetti ad un assenso preventivo da parte di Mosca. Le due nazioni hanno deciso di cooperare nella produzione e commercializzazione degli armamenti, nonché di formare una forza navale congiunta. In pratica è stata interrotta la deriva di Kiev verso ovest, che era obiettivamente ardua da accettare da parte di un Paese che ha condiviso la sua storia con l'Ucraina da oltre tre secoli. Anche nelle aree esterne al nocciolo duro della "slavità", Caspio, Asia Centrale e Repubbliche Baltiche, il nuovo corso di Mosca si è fatto sentire. Nella prima regione sono state avanzate obiezioni ambientaliste (!) ai gasdotti e oleodotti che sono stati progettati per far affluire gli idrocarburi estratti nell'area - nuovo forziere energetico del mondo, pare - e che tendono a escludere Mosca dai grandi giochi geopolitici che si stanno architettando. L'influenza americana su tutta la questione è fortissima, e non diminuirà dopo l'elezione del Presidente Bush, il cui clan è tradizionalmente vicino ai petrolieri. Nell'Asia Centrale il Kazakistan, il Kyrgizistan e il Tajikistan hanno aderito a un trattato di sicurezza collettiva che già collegava la Russia e la Bielorussia, il quale viene sempre più chiamato la "NATO eurasiana." Infine, i Paesi Baltici sono atterriti dalla militarizzazione in corso nell'enclave di Kaliningrad, che sta oltretutto diventando la pattumiera ecologica del Baltico, e finirà per ospitare le armi nucleari sfrattate altrove, essendo la base della Flotta russa dislocata in quel mare. La stessa scelta del Governatore dell'enclave nella persona dell'Ammiraglio Comandante la medesima Flotta è un segno preciso, e involontariamente comico, del tipo di approccio adottato da Mosca. Il risultato più immediato è che gli Stati Baltici hanno intensificato gli sforzi per essere ammessi alla NATO. Il significato di tutti questi fatti è inequivocabile. Può essere letto in positivo o in negativo, nel primo caso come inevitabile ripresa di controllo della propria area di influenza (tutti i grandi Stati ne hanno una, compresi quelli che si stanno stracciando le vesti e gridano all'orso) da parte di un fondamentale protagonista della storia eurasiatica da almeno tre secoli, oppure, nel secondo, come riconquista, da parte di una potenza imperiale, di uno spazio coloniale che aveva trovato la via dell'emancipazione e della libertà, un'inversione di rotta rispetto al generale processo di decolonizzazione ormai quasi concluso in tutto il pianeta. Entrambe le interpretazioni sono legate alla prospettiva con la quale si è osservato il fenomeno della dissoluzione dell'URSS, naturalmente prescindendo da giudizi etici che rischiano di essere molto fuorvianti. Nazione che si sbriciola e perde coscienza della sua identità o ultimo impero multinazionale ancora in vita, fossile della storia, che viene ricondotto a una configurazione più fisiologica, autentica, gestibile. Il verdetto è ovviamente sospeso e potrebbe trovarsi in una combinazione delle due interpretazioni. L'antico impero russo era un organismo politico - sociale che cercava di omogeneizzarsi, di assumere una dimensione nazionale attraverso l'assimilazione religiosa, ideologica, culturale, economica delle popolazioni colonizzate, attigue e quindi adiacenti ad un nucleo sempre più affine. L'operazione che ha compiuto, con molto successo, la Cina nel corso di cinque millenni. Solo che il Ducato di Mosca ha avuto a disposizione solo tre secoli o poco più, piuttosto tumultuosi oltretutto, per fare la stessa cosa. L'operazione si è interrotta mentre l'impasto stava cominciando a solidificarsi. E' difficile capire dove e quanto il punto di non ritorno sia stato raggiunto. Al di là delle elucubrazioni storiche, comunque, rimane il fatto che entro certi limiti il processo descritto può convenire anche all'Occidente, non sempre e comunque ma di larga massima. Un'immensa area dell'Eurasia, vitale per la sicurezza dell'Occidente - piena di testate atomiche, centrali nucleari incontrollate e fatiscenti, inquinamenti chimici, sanitari e sociali di ogni taglia e misura, sta andando alla deriva o rischia di cadere preda di interminabili e devastanti lotte etniche, religiose, malavitose e quant'altro. La vicenda della ex Yugoslavia potrebbe sembrare una rissa paesana al confronto di una conflagrazione ex URSS che corrisponda alle premesse. Le conseguenze non si fermerebbero certamente sul fiume Bud al confine con la Polonia. Il processo descritto in precedenza potrebbe invece precludere a una ripresa di controllo dell'intera area e dell'intera situazione da parte dell'unico operatore strategico che può e vuole farlo, senza il quale rischia di crearsi da Varsavia alla Cina un vuoto fluido, instabile, completamente esposto e aperto alle avventure e agli avventurosi. Una frontiera che il mondo nucleare e intercorrelato di oggi non può permettersi. Le velleità neoimperiali che dovessero sorgere e che certamente sorgeranno dovrebbero sciogliersi rapidamente alla luce del primo sole della ragione. Nell'animus mistico e passionale della Madre Russia la ragione non è mai stata troppo di casa, ma tutto ha un limite. Essa deve restituire ai Paesi occidentali 48 miliardi di dollari, direttamente o via il FMI. Il fatto che non voglia farlo, considerandolo forse il pagamento di un pedaggio che ha permesso alla Germania di riunificarsi, agli USA di diminuire di 100 miliardi di dollari annui il suo Bilancio della Difesa, e al resto del mondo di capitalizzare sul "dividendo della Pace", non vuol dire che non ne sia profondamente condizionata, se vuole continuare ad avere accesso al sistema economico e finanziario internazionale senza il quale rimane quel produttore di materie prime che è diventata, come il Congo, il Sudafrica e il Kuwait. Con buona pace di Checov, Tolstoi, Ciakowski e Pasternak. Allo stesso modo, la Russia è condizionata al trasferimento di tecnologie e metodiche organizzative moderne, agli scambi fra le nuove generazioni, alla sprovincializzazione della sua classe dirigente, all'apprendistato della libertà e della democrazia, che ha letto solo sui libri, e senza la quale le sue potenzialità rimarranno inespresse. E se proprio non bastasse, la NATO gode di ottima salute, si è allargata, sta costruendosi una nuova sede a Bruxelles da duecento e passa miliardi (segno di fiducia nell'avvenire), e può essere rinforzata dalla partnership con una Unione Europea che presumibilmente catalizzerà le sue valenze militari nella organizzazione di sicurezza approvata a Helsinki e in via di costituzione. E dall'altro lato dei molti fusi orari della Russia ci sono sempre il Giappone, che deve ancora riavere le Kurili, e la Cina del miliardo e mezzo di Han, che confina sempre sull'Ussuri, a un passo da una Siberia semideserta. La rinascita di una Russia imperiale, panslava, egemonica, in divergenza con l'Occidente e tutto il resto, dovrebbe fare i conti con queste realtà, chiunque sia la levatrice. In un mondo nel quale l'area di derivazione greco - romana e giudeo-cristiana alla quale la NATO, l'Unione Europea e la Russia e dipendenze appartengono in eguale misura, con minime eccezioni, rappresenta appena un quinto o un sesto dell'umanità complessiva, e non certo quella che non ha niente da perdere, i problemi forse sono altri. |