Anno 2001

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Silver Star sul Mar della Cina: punto di situazione

Andrea Tani, 23 aprile 2001

Le traversie del quadrimotore della US Navy EP-3 stanno lentamente scivolando dalla prima pagina dei giornali verso un anonimato sempre più interno e generico. Stanno diventando un tema per specialisti. Data la preponderanza dei media americani nel modulare l'attenzione informativa del pianeta e nel determinare le priorità editoriali del mondo occidentale, ciò significa probabilmente che l'estabilishment di Washington ha deciso di smorzare i toni. Dato che l'umiltà non è suo peculiare costume, è da presumere che le strategie che ha deciso di perseguire cercano di evitare la trappola della provocazione cinese - perché di tale oggetto si tratta, senza alcun ragionevole dubbio, come vedremo più avanti - e di privilegiare per il momento il recupero dell'equipaggio del velivolo.

Primo punto, la provocazione. Un aeromobile che si trova nello spazio aereo internazionale non può essere ostacolato, disturbato nel suo volo né tanto meno oggetto di manovre arrischiate e azzardate, che mettono in pericolo la sicurezza dell'equipaggio. Neanche se è un aereo spia o un bombardiere strategico.

Si tratta di un reato, che può essere giustificabile a posteriori da supremi interessi di sicurezza nazionale( per evitare un attacco, o prevenirlo, ad esempio) che non esistevano nell'incidente di domenica 1 aprile. L'EP-3 stava effettuando una normalissima missione intelligence mirata, pare, a intercettare le emissioni radar e radio di un nuovo cacciatorpediniere missilistico cinese, di costruzione russa, che preoccupa non poco i responsabili della US Navy. E' un modernissimo bastimento d'alto mare che dispone di un armamento particolarmente agguerrito. E' in grado di cominciare a mettere in discussione, insieme alle altre nuove costruzioni russo-cinesi, l'assoluta supremazia americana nei mari asiatici. La stessa supremazia che garantisce l'equilibrio strategico dell'area, tenendo "fuori i russi e sotto i giapponesi", parafrasando quello che si diceva per il ruolo degli americani nella NATO in Europa. Il medesimo equilibrio che peraltro è stato assicurato anche a beneficio del Celeste Impero nel ventennio successivo ai fatti dell'Ussuri, quando Mosca considerava seriamente un attacco nucleare preventivo contro la Cina. Non ne ha fatto di nulla soprattutto perché gli Stati Uniti hanno reso noto a Mosca che non l'avrebbero gradito e forse permesso. Estendendo in tal modo la loro protezione strategica all'ex nemico dei tempi della Corea.

Tutte le Potenze che ne hanno la possibilità e la necessità esercitano il "diritto" dell'intelligence, che è una delle poche attività militari ad avere una profonda valenza etica, perché mette in condizione tutti di conoscere tutto e quindi di evitare sotto o sopravalutazioni, errori di calcolo, sorprese, etc. Tant' è vero che la prassi operativa della distensione internazionale ha formalizzato tale diritto nelle varie politiche dell'"Open Skies", dei controlli incrociati, delle intrusioni senza preavviso nelle esercitazioni altrui, e così via. Il "sapere", anche in questo settore, è il patrimonio più importante che i consorzi umani possano acquisire. Con mezzi leciti e, se necessario, illeciti.

Lo spionaggio appartiene alla seconda categoria, ed è punito severamente a norma di codice penale, anche se rimane estesamente praticato e moralmente giustificabile in certe condizioni. Viceversa il SIGINT (SIGnal INTelligence), condotto in genere da piattaforme aeronavali o dallo spazio, appartiene a tutti gli effetti alla prima categoria. Sempre che sia svolto nel rispetto delle regole di sovranità, cioè a partire dal "Wide Common" marittimo, aereo o interplanetario, patrimonio comune dell'umanità.

Sembra ovvio, ma a giudicare dagli argomenti addotti da una delle parti in causa e dal tono di certi commenti apparsi sulla stampa, anche occidentale, è bene ribadirlo.

Non si tratta di arroganza imperiale o prevaricazione intollerabile. Nel corso degli anni gli americani hanno osservato con unità intelligence e persino sommergibili gli esperimenti nucleari francesi. Le AGI sovietiche, fino a 160 unità nei momenti di maggior gloria dell'impero sovietico, hanno costantemente seguito tutte le esercitazioni della NATO, in Mediterraneo e altrove, nonché i primi passi dell'ammodernamento dei loro compagni ideologici cinesi. Gli israeliani hanno spiato i loro alleati americani. Nessuno ha messo in pericolo o attaccato i mezzi intelligence altrui in mare aperto o nello spazio aereo libero, salvo un paio di episodi isolati e non significativi.

Lo hanno fatto, e abbondantemente, i sovietici e i cinesi quando i velivoli SIGINT Americani non si limitavano a intercettare le emissioni da lontano ma penetravano negli spazi aerei comunisti per far attivare i radar di scoperta e di condotta delle armi, che normalmente osservavano un rigoroso silenzio elettronico. In tal modo diventava possibile la registrazione e l'analisi dei loro parametri da parte dei ricognitori americani. Questi cercavano poi di porsi in salvo, riguadagnando lo spazio internazionale, appena realizzavano che la caccia nemica stava decollando per l'intercettazione. Si trattava di un rischio calcolato, ma a volte i calcoli erano sbagliati o i caccia non tenevano conto dei santuari internazionali lestamente riguadagnati dagli intrusi.

I velivoli in penetrazione sapevano quel che facevano, e rischiavano. Non vi era altro modo di ottenere quel tipo di informazioni, all'epoca essenziali. Ben 25 aerei americani sono stati abbattuti durante la Guerra Fredda in circostanze del genere, più un velivolo civile sudcoreano con trecento passeggeri a bordo.

Nessun aereo sovietico o cinese ha subito la stessa sorte, perché le difese aeree occidentali tenevano i radar sempre in funzione e quindi non c'era bisogno di giochi pericolosi per rilevarne le caratteristiche. E poi perché molti piloti comunisti passavano ad ovest con i loro aeroplani e c'era sempre stata molta ritrosia da parte occidentale a sparare contro bersagli aerei prima di averli identificati otticamente.

Solo un paio di unità spia americane, la Pueblo e la Liberty, sono state attaccate in modo deliberato e totalmente illegale in acque internazionali. La prima, nel 1968, dai nordcoreani in preda a uno dei loro periodici furori belluini e la seconda dagli israeliani, ancora non alleati degli americani ma quasi, nel 1967, in un episodio ancora poco chiarito ma certamente atipico. Per tutti gli altri casi, soprattutto aerei, gli attacchi sono avvenuti in circostanze perlomeno discutibili, con un sospetto di tentata penetrazione sempre in atto. Il caso dell'EP-3 è quanto di più lontano da questi scenari si possa immaginare.

E' sempre più evidente che per ragioni ancora non chiare le Autorità cinesi, a livello istituzionale o puramente militare, hanno deciso da tempo di creare l'incidente con gli Stati Uniti e hanno operato ripetutamente in tal senso. Ci sono prove consolidate di un comportamento sempre più arrischiato e intimidatorio dei piloti cinesi.

La scusa ufficiale ad uso interno potrebbe essere quella di vendicare l'onta di Belgrado, il bombardamento del consolato cinese da parte di munizioni intelligenti americane durante la guerra del Cossovo nel'99. Quella ufficiosa potrebbe essere quella di costringere gli USA a rivedere la loro politica di aiuti militari a Taiwan.

L'equilibrio di potere a Pechino è così precario che un lieve sommovimento esterno può alterarne il baricentro. Un raffreddamento con gli USA o ancora meglio una vera e propria piccola glaciazione dei loro rapporti potrebbe portare a modifiche sostanziali degli assetti governativi. Magari al ridimensionamento del gruppo dirigente aperturista attualmente in sella, a favore di un riflusso conservatore. Corrispondente magari ad un autentico sentire diffuso nelle élite del Paese.

L'umiliazione per l'episodio di Belgrado è stata molto più acuta di quanto sia stato percepito in Occidente e così anche l'irritazione derivante dall'atteggiamento ambiguo degli Stati Uniti verso Taiwan. Un contraccolpo sciovinista e ampiamente condiviso nell'opinione pubblica cinese sarebbe più che verosimile, come anche la sua utilizzazione a fini interni. Magari per reali finalità che poco hanno a che spartire con la geopolitica internazionale, ma corrispondono alla modifica degli assetti fra le forze che contano nel Paese. Oppure per ottenere quell'annullamento delle vendite dei sistemi navali AEGIS a Taipei che rendono molto meno credibile l'arsenale missilistico cinese. Forse entrambe le cose, a seconda di che piega prendono gli avvenimenti.

Se fosse così, o l'Amministrazione americana ne fosse comunque convinta, si spiega quel "downplay" del quale si accennava all'inizio, così poco usuale per l'Iperpotenza planetaria che a suo tempo ha reagito con molta decisione in situazioni analoghe. Nel citato caso della Pueblo si ricorderà che i falchi dell'Amministazione Johnson volevano riprendere le ostilità nella penisola coreana, per dare una lezione al bandito nordista. Non fu dato corso all'ipotesi perché la concomitante ed adiacente guerra del Vietnam, oltre ad impegnare allo spasimo le Forze Armate americane, vedeva coinvolto anche un corpo d'amata sudcoreano, particolarmente prezioso nelle risaie indocinesi per la sua combattività. Nel caso di un riacutizzarsi della crisi nella Penisola esso sarebbe dovuto rientrare in patria.

Un'altra ragione della cautela americana,- e qui introduciamo il secondo punto del qual abbiamo accennato all'inizio - è la necessità di non mettere in pericolo l'equipaggio del velivolo. Sia per evitare imbarazzanti cattività, che poterebbero sfuggire di mano e condurre a sviluppi che nessuno vuole, sia perché è costante politica delle FFAA americane quella di proteggere ad ogni costo il suo personale impegnato in azione. Si ricordino le spettacolari e assolutamente sproporzionate operazioni che le stesse FFAA hanno messo in piedi per recuperare i loro piloti sopravvissuti all'abbattimento del loro velivolo, o l'enfasi sulla "guerra a zero morti"(americani) di tutte le più recenti campagne nelle quali hanno combattuto. Si tratta, oltre che di un'attitudine patriottica, anche della manifestazione di una specie di politica del personale, o di riflesso corporativo delle FFAA, che dovrebbe assicurare il necessario tasso di arruolamenti nelle specialità più esposte, piloti, commando, sommergibilisti. Comunque sia, è possibile che il vero atteggiamento americano nella crisi si manifesti a recupero equipaggio effettuato.

Alcuni analisti sostengono che sarebbero gli Stati Uniti ad avere più da perdere da una glaciazione con la Cina. Si può non essere d'accordo. Come già abbiamo accennato in un precedente intervento, alla lunga gli Stati Uniti sono indispensabili alla modernizzazione della Cina. L'inverso non è valido. Gli USA sono già moderni. Possono solo perdere lucrosi affari, ma non andrebbero a picco per questo.

In qualsiasi corsa agli armamenti, se si dovesse arrivare a tanto, sono in grado di spezzare la schiena finanziaria del drago cinese meglio e più rapidamente di quanto hanno già fatto con l'orso sovietico. Possono aumentare in un anno le loro spese militari di una cifra corrispondente all'intero bilancio della difesa di Pechino. E partono da una base di accumulazione di conoscenze belliche e industriali che è forse superiore a tutto quello che il resto del mondo può mettere insieme.

Occorre non dimenticare che gli estremisti e i falchi esistono anche negli Stati Uniti e potrebbero facilmente approfittare dell'occasione per rovinare definitivamente quell'intesa di fondo, per non chiamarla alleanza virtuale, fra Cina e gli Stati Uniti che ha consentito al mondo di diventare un posto molto più sicuro e vivibile di trenta anni fa, quando ebbe luogo la famosa partita di pin pong, il 10 aprile 1971. Molti avrebbero interesse che questa intesa salti, da Taiwan, alla Russia, all'India, agli ambienti militari-industriali americani. Al Giappone, chissà. Meglio non offrire occasioni.

E' una fortuna, peraltro abbastanza casuale, che a gestire questa crisi ci sia nella Casa Bianca un signore il cui padre è stato uno dei più efficaci incaricati d'affari americani in Cina, dopo il disgelo nixoniano. E che il Segretario di Stato in carica sia un protegé dello stesso padre. Probabilmente se non ci fosse questa parentela, Bush Jr potrebbe essere trascinato dalle sua apparenti propensioni ideologiche ad un atteggiamento più aggressivo.