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| Anno 2001 | |
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Gli Stati Uniti e la Cina non possono essere più considerati "partner strategici" (ammesso che lo siano mai stati) ma sono più correttamente assimilabili a "competitori geopolitici", come ha ripetutamente messo in chiaro il Presidente Bush nella sua campagna elettorale. Appena eletto ha avuto modo, forse casualmente, di sperimentare le proprie asserzioni in una delle più prolungate crisi dei rapporti cino-americani che si siano verificati dal 1996, quando il lancio di due missili balistici cinesi in prossimità di Taiwan obbligò la US Navy ad una dimostrazione di forza negli stretti formosiani che lasciò una serie di strascichi da allora non completamente risolti.
Abbiamo già riferito sulle fasi più eclatanti di tale crisi, riguardante l'incidente aereo occorso ad un velivolo da ricognizione elettronica della Marina Americana ad est dell'isola di Hainan. Proprio mentre le conseguenze dirette dell'evento si stavano sflemmatizzando, un'altra questione si è posta prepotentemente all'attenzione internazionale, e cioè la definizione da parte di Washington di un pacchetto di forniture militari che saranno consegnate al governo di Taipei nel prossimo futuro. Erano previste da tempo, essendo collegate ad una cadenza circa decennale. Nel decennio '87-'97, le forniture sono state equivalenti a 11.7 miliardi di dollari, tutti pagati fino all'ultimo cent dal ricco Governo taiwanese. L'ultima tranche importante risale al periodo 1992-95, con la costruzione su licenza nei cantieri dell'Isola, autorizzata da Bush padre, di otto moderne fregate lanciamissili della classe Oliver Perry, diventate le omologhe "Cheng Fung", e il trasferimento di ben 160 cacciabombardieri F 16. Questa volta gli aiuti hanno avuto una particolare rilevanza mediatica per la loro sovrapposizione con la crisi suaccennata, e perché avrebbero potuto rappresentare un salto di qualità dei rapporti triangolari fra gli USA, la Cina e Taiwan. Così non è avvenuto e lo dimostra il fatto che le decisioni americane divergono sia dalle richieste di Taipei che dalle intimazioni di Pechino. Scontentano tutti, chiaro indizio, nella situazione esistente, di una mossa equilibrata. Come noto tali decisioni prevedono la fornitura di una serie di armamenti definiti difensivi ed effettivamente in gran parte in tal modo assimilabili. Si tratta di quattro caccia lanciamissili della classe Kidd (originariamente costruiti per l'Iran dello Scià, poi incorporati nella US Navy), otto sommergibili convenzionali, dodici velivoli da pattugliamento antisommergibili, un numero non precisato di elicotteri dragamine MH-53E, e altre armi e mezzi minori, siluri autoguidati, mezzi anfibi, d'artiglieria e contraerei campali. Si tratta di armenti seri, credibili, anche se non non futuribili e destabilizzanti, come chiedevano i taiwanesi. La loro esigenza era di porsi in condizione di difendersi dalla crescente minaccia missilistica cinese. Questa esigenza non viene soddisfatta, ma le forniture saranno tuttavia in grado di rafforzare la difesa convenzionale dell'Isola e la sua capacità di sopravvivere ad un blocco navale cinese, che rappresenta la minaccia più credibile e insidiosa che può essere messa in atto da Pechino. Il rifiuto americano di equipaggiare la Marina di Taipei con unità dotate del sistema antimissile AEGIS ha costituito il cuore delle polemiche che si sono incrociate prima e dopo l'annuncio americano. I motivi che stanno alla base di esso meritano qualche approfondimento specifico. Innanzitutto, le navi non sarebbero potute essere in linea prima di 8-10 anni, troppo tardi per contrastare effettivamente la minaccia missilistica di Pechino, che secondo fonti dell'intelligence americano nel 2005 sarà di 800 armi puntate contro i bersagli Nazionalisti (cresce di 50 all'anno). Se dovesse essere proprio necessario fornire navi AEGIS, sono già disponibili nella US Navy una cinquantina di caccia classe "Arleigh Burke" alcuni dei quali potrebbero essere trasferiti alla Marina Taiwanese nel tempo necessario ad addestrarne gli equipaggi. In realtà gli Stati Uniti non intendono trasferire a nessuno dei Paesi protetti i mezzi necessari per la loro protezione quando la minaccia è strategica, nucleare , chimica o missilistica. L'ombrello protettivo - solo nucleare fino ad ora, anche missilistico "antibalistico" fra poco - è prerogativa della Iperpotenza dominante, che esercita un suo tangibile segno del comando e regola le dinamiche strategiche in modo confacente alla propria visione. Questo soprattutto con gli Stati clienti minori. Nel caso di un rapporto complessivo con Europa e Giappone, il discorso è diverso e si parla di compartecipazione, anche se essa non sarebbe mai totale. Le chiavi essenziali del sistema rimarrebbero sempre in mani americane. Vi sono anche altre ragioni, meno fondamentali, che hanno sconsigliato di accogliere le richieste di Taipei. La Marina Taiwanese non è all'altezza di gestire mezzi così complessi e tecnologicamente avanzati come gli AEGIS, come del resto le altre FFAA del loro Paese. Si trovano tutte ad un livello professionale piuttosto modesto e risentono dell'isolamento di questi decenni. Le forniture americane agli alleati non riguardano mai mezzi allo stato dell'arte, ad eccezione di quelle al Regno Unito e, in misura minore, a Israele. Gli americani faranno anche un discreto affare sotto il profilo economico. I caccia Kidd che verranno trasferiti sono di difficile collocazione, nel mercato degli armamenti, perché sono piuttosto grossi, costosi a mantenere e manutenere e richiedono equipaggi numerosi. La US Navy aveva già provato a fornirli a Grecia o Turchia, ma senza successo. Taiwan ha le riserve auree maggiori del mondo dopo il Giappone e quindi possiede le risorse necessarie. Infine esiste un'ultima ragione che nessuno dice apertamente, ma che è ben presente negli ambienti militari statunitensi: la spiccata permeabilità intelligence di Taiwan da parte di Pechino, ossia la pratica impossibilità di evitare che tecnologie sensibili fornite all'Isola attraversino lo stretto di Formosa in tempi molto brevi. L'AEGIS è uno dei cinque o sei sistemi cruciali del dispositivo militare americano, e sarebbe veramente avventato perderne l'esclusiva, soprattutto a favore della maggiore preoccupazione strategica degli Stati Uniti nei prossimi venti anni. Per quanto riguarda gli altri armamenti del pacchetto approvato dal Presidente Bush, essi dimostrano, come accennato, un deciso orientamento a privilegiare la protezione dell'isola dal blocco sottomarino e dal minamento offensivo cinese, che potrebbero mettere in ginocchio Taiwan senza bisogno di sparare un colpo di fucile. Per una nazione che vive di commercio marittimo e di credibilità industriale, essendo uno dei principali fornitori di semilavorati high tech del mondo, un blocco navale che facesse schizzare verso vette siderali i premi di assicurazione delle navi mercantili che trafficano con l'Isola, o interdicesse l'utilizzo dei porti mediante qualche centinaio di mine posate fuori delle loro ostruzioni sarebbe una catastrofe. Ed è il tipo di pericolo che Taipei corre con maggiore grado di probabilità, non così eclatante da determinare reazioni internazionali maggiori contro la Cina, come un bombardamento missilistico massiccio, ma abbastanza efficace da indurre una capitolazione alle condizioni di Pechino. Si spiegano così le forniture di velivoli antisom Orion (la stessa piattaforma del velivolo ELINT americano della crisi di Hainan, mai venduto ai taiwanesi), elicotteri dragamine e degli stessi sommergibili, che hanno destato le ire di Pechino più di ogni altra cosa, perché considerate armi offensive e quindi fuori dal campionario di mezzi tacitamente ammessi. Sui sommergibili esiste un particolare problema, derivante dal fatto che gli Stati Uniti non ne costruiscono più in versione diesel-elettrica (fanno solo sottomarini nucleari, da oltre trenta anni) e le nazioni europee che detengono il know how non sono disposte ad incorrere nelle ire (e negli annullamenti contrattuali) di Pechino concedendo agli USA la licenza di produrli, come sembrerebbe che questi avrebbero intenzione di fare. Non parliamo poi di forniture dirette: l'Olanda, che negli anni 80 vendette una coppia di sommergibili moderni a Taiwan, fu messa la bando dalla Cina ufficiale per parecchi anni. Le relazioni diplomatiche furono interrotte e così quelle commerciali. Esiste poi un altro ostacolo, interno agli ambienti navali americani. La US Navy vorrebbe poter disporre, come la Marina Russa, di una limitata aliquota di sommergibili convenzionali moderni, che sono più adatti di quelli nucleari ad operare nelle acque basse, costiere, vicino ai più consueti punti di frizione strategica del pianeta, dai Balcani al Golfo Persico agli stretti asiatici (appunto). L'industria di costruzioni navali americana e la lobby collegata vedono questa ipotesi come il fumo agli occhi perché metterebbe in pericolo il dogma statunitense dell'obbligatorietà dei componente subacquea nucleare e il loro conseguente monopolio per ragioni di sicurezza nazionale. I sottomarini atomici hanno costi di 5-6 volte superiori a quegli convenzionali e profitti corrispondenti. Qualunque ipotesi di riprendere a qualsiasi titolo la costruzione di sommergili convenzionali negli Stati Uniti è stata soppressa sul nascere. E' accaduto anche per Israele, che non difetta di argomenti convincenti nei circoli dirigenti americani. Quindi l'argomento è tutt'altro che definito, nelle sue modalità esecutive. Dovrà essere trovato un escamotaggio, oppure rassegnarsi e fare un grosso favore, oltre che alla Marina Taiwanwese, anche a quella americana, riprendendo effettivamente, nonostante tutte le obiezioni sovrariportate, la costruzione dei sommergibili convenzionali. La cosa non sarebbe poi così negativa anche per l'industria, dato che contentirebbe di contendere il relativo mercato planetario a tedeschi e russi, che oggi la fanno da padroni. Il mercato domestico americano dei sommergibili nucleari si è contratto, con la fine della Guerra Fredda, mentre quello internazionale, dei convenzionali, è lievitato e si affacciano tecnologie innovative, come quella AIP (Air Indipendent Propulsion) che sarebbe poco saggio lasciare completamente al monopolio europeo. Quaranta Marine nel mondo possiedono sommergibili, in numero sempre crescenteIl business è notevole. Questioni tecniche e marketing a parte, occorre dire che in questa vicenda gli Stati Uniti si sono mossi bene. Sono rimasti arbitri della situazione, senza farsi condizionare dall'incidente di Hainan più di tanto. Concedono a Taipei le armi per difendersi fino all'arrivo dei rinforzi(americani) ma non abbastanza per alimentare le velleità di indipendenza, le quali sono in grado di scatenare una reazione cinese assai destabilizzante, in grado di avvitare il contenzioso in una spirale difficilmente controllabile. E allo stesso tempo la decisione americana salva la faccia a Pechino, lasciando credere alla sua opinione pubblica - sempre più importante, dopo la relativa liberalizzazione dei decenni passati, e sempre più accesamente nazionalistica( avendo il regime sostituito lo sciovinismo patriottico all'ideologia comunista come pilastro del sentire comune) - che non sussistono ostacoli fondamentali al processo di irrobustimento militare cinese verso Taiwan. Esso potrebbe portare in tempi non lontani a una tale pressione sulla "Provincia Rinnegata" da costringerla all'unificazione alle condizioni di Pechino. O almeno così i revanscisti cinesi più accesi sperano. Se la faccia non dovesse bastare, e i cinesi volessero passare ai fatti, le armi avanzatissime in corso di sviluppo negli USA nel quadro della National Missile Defence poterebbero essere in grado di minimizzare la minaccia missilistica cinese, assieme ai tradizionali mezzi di pressione strategica. L'importante è guadagnare quei cinque - dieci anni che dovrebbero servire alla messa a punto della NMD nonché alla relativa normalizzazione della società cinese e del suo sistema economico, integrando entrambi nel circuito internazionale in modo irreversibile. Rendendo quasi pleonastico, così, il contenzioso fra le due Cine, salvo il fatto che in realtà non è un contenzioso fra due Cine, ma fra la Cina e un'isola abitata da un'etnia in parte differente, che non dipende da Pechino dal 1895 (salvo un intervallo di quattro anni, dal 1945 al 1949) e non era soggetta agli Han fino al 1660. Assimilabile quindi ad una Scozia che fosse stata separata dal Regno Unito da 106 anni. Insomma un fenomeno autonomistico con potenti basi etniche e storiche. Ma appartenente, come tale, a un'altra tipologia di quella odierna, e affrontabile con diversi strumenti. |