Anno 2001

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India e Stati Uniti: la vera nuova partnership strategica dell'Asia?

Andrea Tani, 28 maggio 2001

In queste ultime settimane sembra stia avviandosi a conclusione uno dei più importanti processi di mutazione degli equilibri strategici planetari che si siano sviluppati negli ultimi anni, e cioè il ravvicinamento fra Stati Uniti e India. Si tratta di un fenomeno che mette in ombra, anche se pochi se ne sono accorti, la maggioranza degli eventi del nuovo millennio che sono stati presentati dai mass media e dagli analisti come fondamentali. Tale fenomeno ha avuto formalmente inizio un anno fa , con la prima visita di un Presidente americano - Bill Clinton - nel Subcontinente da svariati decenni. Essa ha messo fine a una autentica inimicizia geopolitica, confinante e a volte tracimante in un'ostilità vera e propria, la prima fra due popoli di lingua, cultura e lascito inglese (quale anche l'India può essere considerata) dal 1812.

Pur essendo stata lunga (una settimana) e molto positiva, anche perché gremita di quei bagni di folla e di élite nei quali il Presidente "piacione" eccelleva, la visita ha prodotto risultati limitati agli aspetti commerciali ed economici dei rapporti fra i due Paesi, che hanno sanzionato le crescenti interrelazioni fra i due universi, soprattutto nel settore informatico. Come noto l'India è il principale costruttore mondiale di software "off shore" e gli USA ovviamente il loro maggiore cliente. Anche dopo la partenza di Bill Clinton è infatti continuata a permanere quella freddezza americana per la politica nucleare indiana che era esplosa sulla scena internazionale, letteralmente, con le cinque bombe di tre anni fa e il susseguente pervicace rifiuto di New Dehli di firmare il Trattato contro la Proliferazione nucleare (rifiuto peraltro condiviso da altri Paesi in rapporti eccellenti con Washington, come Israele).

Da quella visita ad oggi sono venute a maturazione una serie di eventi che hanno completamente mutato i termini del problema, o meglio hanno disvelato chiaramente una mutazione che era già in atto da diverso tempo senza che se ne fossero tratte le necessarie conclusioni. Il più importante di questi eventi è stato l'ingresso nella stanza dei bottoni di Washington di una nuova amministrazione americana, pragmatica, meno condizionata da impegni passati, poco propensa ad un rapporto privilegiato con la Cina (principale macroavversario dell'India) e non legata a schemi ideologici antiproliferativi per principio.

O meglio, intenzionata a rovesciare decisamente l'approccio concettuale nei confronti delle contromisure possibili verso i parvenue del monopolio nucleare, invertendo l'ordine delle priorità seguito finora dagli Stati Uniti sul tema. Da una quasi esclusiva enfasi sulla punizione diplomatica e "sanzionistica" di tutti i reprobi, sempre e comunque - che penalizza soprattutto i Paesi democratici e relativamente aperti in cerca di lievitazione di rango e di status - il nuovo Presidente Bush vuole passare a una difesa attiva nei confronti degli effetti più nocivi della proliferazione. Tali effetti riguardano i cani sciolti, i banditi, i fuorilegge internazionali, coloro che possono usare l'arma nucleare senza soverchi timori perché non hanno nulla da perdere, non hanno una cultura della moderazione e sono abbastanza disperati e fanatici per farlo realmente. O minacciare di farlo, per ricattare chi ha qualcosa che a loro interessa.

Di fatto la nuova politica di Washington significa luce verde allo status nucleare dei Paesi buoni e amici, anche se non appartengono al tradizionale club del Consiglio di sicurezza dell'ONU, e massima determinazione nel mettere i cattivi in condizione di non nuocere, innanzitutto proteggendosi dai loro fendenti atomici. Fra questi cattivi, potrebbero fare la loro comparsa anche i pakistani - altra sorpresa a favore dell'India - per i quali, a Washington, non valgono più le preferenze acritiche da Guerra Fredda ma in compenso crescono le riserve. Se non bastassero i tradizionali legami con la Cina, l'introduzione della "sharia" e il discutibile tasso di autocrazia della storia recente del Paese (50% sotto un regime militare, l'altro 50 oppresso da una delle classi dirigenti civili più corrotte del pianeta), le cinque bombe detonate in contemporanea con quelle indiane e orgogliosamente proclamate come "islamiche" hanno fatto suonare sulle rive del Potomac un allarme fragoroso, non certo placato dal continuo e incessante travaso di tecnologia nucleare e missilistica dalla Cina al Pakistan.

Islambad non è percepita come un nemico degli USA ma potrebbe diventare presto un nemico assai pericoloso di amici fraterni degli USA, e comunque rischia di essere già da subito un destabilizzante "troublemaker" regionale.

Questa nuova percezione delle realtà strategiche nucleari e asiatiche da parte di Washigton è stata accolta con comprensibile entusiasmo da New Dehli, che è stata l'unica capitale a plaudire all'annuncio di Bush sulla National Missile Defence, a parte Taipei. Neanche i più fedeli alleati della NATO sono stati così favorevoli. Alcuni esperti indiani ritengono che le nuove proposte del Presidente Bush contengono nel loro insieme alcuni principi che l'India, una potenza nucleare "riluttante", come si è definita, ha sempre propugnato. Ad esempio, la necessità di fondo di ridurre ovunque gli arsenali nucleari, e l'ammissione che la dottrina MAD (o della "distruzione mutua assicurata", il pilastro fondamentale della deterrenza nucleare nel periodo della Guerra Fredda) non rappresenti il modo più corretto di esorcizzare il pericolo dell'olocausto atomico. Sono indispensabili approcci meno rozzi e più attenti alle sfaccettature delle varie realtà regionali e globali.

La nuova Amministrazione americana ha reagito molto positivamente a queste prese di posizioni indiane. E' stato avviato un nutrito programma di visite di esponenti governativi di Washington, fra i quali il Generale Henry Shelton, Capo degli Stati Maggiori Congiunti delle FFAA statunitensi, che si recherà a New Dehli il mese prossimo.

Naturalmente all'entusiasmo indiano non è estranea la circostanza che la nuova politica statunitense ha una valenza essenzialmente anti-cinese, al di là delle dichiarazioni di circostanza. L'NMD non è in grado di neutralizzare un dispositivo nucleare offensivo delle dimensioni e sofisticazione di quello russo e neanche europeo (UK+ Francia) ma è certamente efficace, per molti anni ancora, nei confronti di quello cinese. Dalla nuova dottrina Pechino subirebbe un ridimensionamento politico, oltre che militare, e questo non può dispiacere agli indiani. In assenza di un differenziale nel potenziale nucleare i due giganti asiatici potrebbero finire per risultare appaiati, con il maggior dinamismo economico degli Han compensato dall'apertura già completata dell'India alle regole della liberalizzazione politica, economica e normativa della globalizzazione , unita a quel grande fattore di interoperabilità costituito dall'inglese più o meno masticato da 300 milioni di indiani, e forse più.

Non tutti i commentatori del Sub continente condividono l'ottimismo ufficiale prevalente. Viene messo in luce che l'NMD potrebbe spingere la Cina ad un riarmo accelerato, con un inevitabile effetto domino, e che un riavvicinamento indo-americano imporrà necessariamente l'arresto della tradizionale alleanza strategica con la Russia, pilastro della politica di sicurezza di New Dehli degli ultimi trenta anni. Nonché l'inevitabile apertura del mercato indiano degli armamenti al made in USA, portando a quattro il numero dei fornitori dell'hardware militare del Sub Continente, dopo il Regno Unito, la Russia(ex URSS) e la Francia. Un incubo logistico, addestrativo e alla fine anche operativo.

Ma gli effetti positivi di tale riavvicinamento, che pone fine ad una situazione innaturale, non priva di connotazioni minacciose, dovrebbero superare largamente le controindicazioni.

E' bene rammentare che la contrapposizione fra le due più popolose Nazioni di lingua inglese, nata nei primi anni della Guerra fredda per l'adesione dell'India al movimento dei non allineati sponsorizzato da Mosca, trovò un pericoloso momento di catalisi nel 1971, in occasione della seconda guerra indo-pachistana, quando gli Stati Uniti inviarono nel golfo del Bengala, nel bel mezzo del conflitto, la portaerei Enterprise, massimo simbolo della potenza egemonica stellata, per fare non si sa bene cosa, salvo che irritare massimamente una potenza regionale emergente e molto permalosa in pieno slancio patriottico e guerriero. Espresso peraltro nel cortile di casa propria.

L'URSS e più tardi la Francia non aspettavano altro e si sostituirono al Regno Unito come fornitori militari del Paese, nonché, la prima, come partner strategico. L'alleanza, non formalizzata, ma di fatto, fu correttamente percepita dagli Stai Uniti come in grado di alterare la relatività di forze nell'Oceano Indiano, trasformando quello che era un lago occidentale in un'area da disputarsi. In tutte le loro pianificazioni ed esercitazioni, le due Marine di lingua inglese e derivazione "Royal Oak" si prepararono in quei trenta anni a spararsi addosso, e lo avrebbero fatto, se la Guerra Fredda si fosse riscaldata abbastanza. Se per l'esercito Indiano il nemico era l'Armata popolare cinese e il suo collega pakistano, per l'Indian Navy l'avversario principale era la US Navy.

Il nuovo corso pone definitivamente fine anche a questa situazione, abbastanza assurda, consentendo anzi alla stessa US Navy di delegare alla Marina Indiana la potestà regionale sugli affari correnti nell'Oceano Indiano, come sta facendo progressivamente dovunque in Asia (e non solo), a favore delle Marine giapponese, australiana, tailandese e singaporese . Riservando a sé le aree di elevato e primario valore strategico, principalmente il Golfo Persico e il Mar Cinese.