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| Anno 2001 | |
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Dopo la luna di miele dei primi cento giorni - in realtà una velocissima gravidanza - conseguenza forse di un matrimonio riparatore fra gli Stati Uniti e la loro consapevolezza geopolitica - l'Amministrazione Bush ha già una progenie in ottima forma. Si tratta della più completa revisione di missioni, interessi strategici, obiettivi militari (e dispositivi operativi per conseguirli) dai tempi del passaggio dalla "rappresaglia massiccia" degli anni di Eisenhower / Foster Dulles alla "risposta flessibile" di Kennedy / Mac Namara, all'inizio degli anni '60. Tutto quello che è venuto dopo non è stato che un aggiornamento dei risultati di tale metamorfosi.
I due capisaldi di tale revisione - in realtà una vera e propria nuova formulazione - sono costituiti dalla riconsiderazione della strategia e della struttura delle forze convenzionali statunitensi in corso di messa a punto dal Pentagono, in base a una direttiva del nuovo Segretario alla Difesa Rumsfeld, e dalla nuova impostazione della deterrenza strategica che è stata espressa personalmente dal Presidente Bush durante un discorso alla National Defence University di Washington che probabilmente sarà considerato di capitale importanza dagli storici futuri. Questo dualismo corrisponde forse a una precisa ripartizione di ruoli. Al Presidente compete direttamente la gestione del simbolo più eclatante della condizione di Iperpotenza, quello con maggiore valenza politica generale, e cioè lo strumento della deterrenza, sotto l'aspetto nucleare e antiproliferativo. Al Segretario alla Difesa, che negli Stati Uniti ha poteri e responsabilità di indirizzo notevolmente superiori a quelli dei suoi omologhi europei, è affidata la condotta dello strumento militare americano nei suoi aspetti ordinari, per così dire, anche se si tratta di un'ordinarietà di oltre trecento miliardi di dollari all'anno. Gli elementi essenziali di entrambe le iniziative sono stati resi noti nelle ultime settimane, cominciando dalla componente convenzionale. Il Segretario alla Difesa dopo le prime settimane di vita dell'Amministrazione repubblicana, aveva affidato a una delle più prestigiose personalità storiche del Pentagono, il 79enne Andrew Marshall, la guida di una commissione speciale incaricata di effettuare in tempi brevissimi una analisi critica dei compiti delle FFAA statunitensi nei nuovi scenari internazionali e della loro idoneità a farvi fronte con la tipologia di mezzi ed equipaggiamenti tradizionali. La commissione ha operato a tempo di record e verso la metà di aprile i primi risultati dei suoi lavori sono stati trasmessi ai vertici dell'Amministrazione. Date le idee di Marshall, note da sempre anche se spesso disattese da un complesso militare industriale molto sensibile all'aspetto economico dei programmi di equipaggiamento, oltre che alla loro effettiva validità operativa, le conclusioni preliminari non hanno stupito nessuno, anche se spaventato molti. In sostanza la commissione ha concluso che lo strumento militare statunitense, così come è oggi e come dovrebbe configurarsi con i programmi di acquisizione in atto o previsti per l'immediato futuro, è troppo lento, ingombrante, vulnerabile e inefficace per corrispondere alle effettive necessità difensive del Paese e giustificare gli enormi investimenti che sono stati allocati. Sono inadeguate sia la filosofia che sta alla base di tale strumento che la sua configurazione effettiva. Per la prima, ad esempio, è stata criticata l'orientazione "Europe first " della strategia militare americana in un contesto geopolitico caratterizzato dalla riappacificazione del Vecchio continente al suo interno e con il suo ex minaccioso vicino russo. I pericoli veri per l'America vengono - secondo Marshall (e non solo) - dal ribollire del complesso e contraddittorio magma asiatico, con le sue propaggini occidentali - Medio Oriente e Repubbliche centroasiatiche, Afghanistan - centrali, India-Pakistan, Indonesia, Indocina, e orientali, Cina, Corea e Giappone. Non che i Balcani, il Caucaso, il Maghreb e le periferie ex sovietiche della Russia europea non siano importanti e preoccupanti, ma è in Asia dove si gioca la vera grande partita dell'egemonia mondiale e soprattutto è dall'Asia che possono venire i maggiori pericoli alla stabilità e alla pace del mondo. E anche agli interessi degli Stati Uniti. Per quanto riguarda la configurazione dello strumento militare, la commissione Marshall sta passando al setaccio tutti i programmi di ammodernamento e acquisizione di nuovi mezzi delle FFAA. Pochissimi si salvano da critiche e censure generalizzate, tanto da far sorgere il sospetto che la vicenda stia portando ad un regolamento di conti finale fra opposte fazioni dell'establishment statunitense che investe gli ultimi venti anni di procurement militare. Quasi nessuno degli attuali fondamenti classici del dispositivo militare è accettato senza commenti negativi. Le portaerei, simbolo dell'egemonia stellata e protagonisti indiscusse della Guerra Fredda vengono giudicate troppo ingombranti, vulnerabili e costose, da sostituire con unità più piccole, spendibili e polivalenti. I caccia stealth F22 dell'USAF sono considerati troppo cari e limitati nell'autonomia, che deve tenere conto della vastità del teatro Asia-Pacifico, e non più delle angustie europee. Dei carri da battaglia Abrahams, gli eroi di Desert Storm, viene messa in evidenza la pesantezza e l'ingombro, che non ne consentono la trasportabilità per via aerea. Messi in discussione anche il convertiplano da trasporto d'assalto F 22 Osprey, cruciale per i Marines del nuovo Millennio, nonché il Joint Strike Fighter, il caccia multiruolo interforze universale, del quale sarebbe prevista la costruzione di 3000 esemplari( 6000 se si considera anche l'export). Non si salva neppure il DD 21 Zumwalt, il nuovo avveniristico caccia navale "furtivo" per la "Battle Space Dominance" dei litorali costieri e il modernissimo elicottero Comanche, programma da 1290 unità. Eccetera. Sono a rischio investimenti per 500 miliardi di dollari e la stessa credibilità del complesso militare industriale statunitense che avrebbe portato avanti per anni programmi costosissimi e abbastanza sfasati rispetto alle necessità operative soprattutto per compiacere le lobby politico economiche del Congresso, delle industrie costruttrici e degli Stati dove queste aziende sono localizzate. La tesi è discutibile, anche se non è inverosimile che la combinazione fra un tenace conservatorismo dottrinale e corporativo dei militari si sia sposata nel tempo con gli interessi del mondo produttivo e quindi della sua cassa di risonanza istituzionale a Washington. E' da sottolineare che in uno Stato federale come gli USA il maggiore erogatore di spesa a livello centrale è di gran lunga il Pentagono, che è quindi oggetto delle maggiori sollecitazioni clientelari di tutto il sistema. Non è ancora chiaro dove tutto ciò porterà. Può darsi che le conclusioni verranno ridimensionate e sarà operato un compromesso fra lo studio, tecnicamente ineccepibile, a detta degli esperti, e le necessità politiche, industriali e occupazionali del mondo reale. Ma è difficile che tutto rimanga come prima. Il sistema americano consente e promuove questi periodici lavacri di purificazione efficientistica che sono una delle forze dell'America. L'opinione pubblica li ama e il ricambio politico completo che periodicamente avviene al vertice li consente, senza soverchi imbarazzi. Si tratta comunque di un affare interno degli Stati Uniti, anche se potrà servire come esempio agli altri, influenzerà decisamente lo stato dell'arte e fra qualche tempo avrà anche conseguenze strategiche sul resto del mondo per l'ottimizzazione dello strumento militare statunitense che comporterà. Conseguenze immediate e dirette avrà invece l'altro pilastro della revisione strategica operata a Washington, e cioè la riformulazione della dottrina della deterrenza operata dal Presidente Bush. I suoi elementi qualificanti sono costituiti, come noto, dalla difesa contro missili balistici, che è diventata una Dottrina Nazionale degli Stati Uniti, e dalla conseguente revisione del Trattato ABM (firmato a Mosca nel 1972 da Nixon e Breznev) che si impone come corollario. Mai formalmente ereditato, quest'ultimo - a quanto dicono gli esperti - dalla nuova Federazione Russa. Sul primo elemento, la NMD, sappiamo già tutto o quasi tutto. Esso si basa sul convincimento raggiunto dalla nuova Amministrazione repubblicana che la dottrina della deterrenza così come la conosciamo, basata cioè sulla "distruzione mutuamente assicurata" (MAD, pazza, ma anche Mutual Assured Distruction) dei due Supergrandi ha servito bene le esigenze della Guerra Fredda, con i due scorpioni nucleari chiusi nella stessa bottiglia, ma non serve a niente contro i lanci accidentali o deliberati di pochi rudimentali missili armati di teste nucleari o chimiche dei "Rogue States". Questi ultimi non hanno niente da perdere nel ricattare i Grandi, solo magari per estorcere benefici economici o via libera ad ambizioni particolari in aree specifiche (per esempio nel Kuwait). Nei confronti dei suddetti lanci, invece, una limitata difesa antimissili, può essere determinante e impedire vulnerabilità alle estorsioni e guai maggiori, anche se era inutile contro le salve massicce di migliaia di SS - 18 sovietiche. Questa la ragione ufficiale. In prospettiva ce ne possono essere altre, ma per il momento si tratta di un motivazione che ha basi reali e condivisibili, corrispondente a una situazione di fatto che si è radicata nel mondo. Oltre alle tradizionali cinque potenze nucleari ufficiali esistono oggi tre potenze conclamate, Israele, India e Pakistan, un'altra probabile, Corea del Nord, e due molto vicine, Iraq e Iran. Il Sud Africa ha realizzato sei bombe atomiche negli anni 80, distruggendole dopo la fine dell'apartheid. E' dubbio che abbia distrutto anche i piani relativi ed eradicato la capacità di tornare sull'argomento. Lo stesso dicasi per Brasile e Argentina, che ebbero velleità nucleari durante gli anni della Guerra Fredda. Non si sa bene fino a che punto siano arrivati. Sulle Repubbliche ex sovietiche che dopo la dissoluzione dell'Impero hanno conservato per un certo periodo armi nucleari a vario titolo è meglio sorvolare. Come sulla contabilità delle trentamila testate dell'URSS, che oggi sarebbero ridotte a settemila, o cinque mila. Mille più, mille meno è da augurasi solo che le eccedenze siano in mano a governi istituzionali, Rogue o meno, e non anche a gruppi di pressione privati, illegali, criminali, terroristici. Oltre a questa quindicina di attori nucleari, o quasi tali, altri venti paesi hanno capacità missilistiche balistiche e altrettanti chimiche. Le combinazioni possibili non sono solo l'argomento dei fantathriller di successo. Motivi di riflessione e di preoccupazione non difettano, quindi. Il fatto che qualcuno cominci a prenderli sul serio non dovrebbe indurre ulteriori preoccupazioni ma semmai un principio di sollievo. Il piano esposto dal presidente Bush prevede una difesa completa, anche se limitata a più livelli, contrariamente a quanto previsto dalla precedente Amministrazione. Anche se la linea complessivamente seguita nel tempo dagli Stati Uniti appare abbastanza bipartisan, dipendendo essenzialmente da una percezione intelligence della minaccia e dai risultati delle ricerche nel campo specifico, le varie linee politiche hanno posto l'accento su tonalità diverse della stessa partitura. L'attuale Amministrazione ha deciso di chiamare le cose con il loro nome e non farsi condizionare più di tanto da fattori estranei alla tutela della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. I livelli previsti dalla NMD sono essenzialmente quattro: spaziale (per i sensori d'allarme e di tracciamento dei bersagli); aereo, con i velivoli B 747 dotati di laser a grande potenza; navale, mediante le unità della US Navy dotate di sistema AEGIS, e infine terrestre, con batteria antimissili di vario tipo. I missili vengono scoperti dai satelliti, attaccati nella lenta fase booster di accellerazione dai laser aeroportati dei B 747 e dai missili Standard degli AEGIS navali, e, se qualcuno sopravvive, dai missili basati a terra (THAAD e MEADS) in batterie mobili e fisse, durante la fase di picchiata finale a distanze comprese fra 800 e poche decine di chilometri dal punto di impatto. In prospettiva non è inverosimile ritenere che il problema verrà definitivamente risolto quasi esclusivamente dallo spazio, sia come scoperta e tracciamento che come difesa, mediante laser ad alta potenza installati su satelliti posizionati in modo geostazionario in corrispondenza dell'area critica, che agiranno soprattutto sulla fase "booster". Ma non è cosa del domani immediato e comunque le sue conseguenze, a quel punto, non si limiteranno alla difesa dai Rogue States. Potrebbe essere messa in discussione la stessa validità complessiva dello strumento nucleare vettorato da missili balistici. La fattibilità tecnica di tutto ciò pare acclarata. Il sistema che viene considerato al momento, basato essenzialmente sui segmenti terrestre e aeronavale parrebbe configurarsi più come "evoluzionario" che come "rivoluzionario". Ossia mette insieme e utilizza le sinergie di numerosi sottosistemi che hanno avuto vita indipendente o addirittura sono già operativi presso le varie FFAA statunitensi (spesso in forte competizione fra loro). La contromisura che renderebbe il sistema inutile contro sofisticati attacchi massicci di saturazione (cioè dotati di centinaia di falsi bersagli (decoys) che accompagnano l'ogiva principale del missile nella picchiata finale) non sussiste nel caso della minaccia dei "Rogue" perché questi possiedono poche armi e non sono in grado di applicare le complesse tecnologie, raffreddamento criogenico, materiali speciali, etc, che stanno alla base dei decoys. E comunque la NMD enfatizza la fase iniziale della difesa, quella cioè contro le armi in fase booster, quando esse sono più vulnerabili e non possono essere protette da decoys. Questo tipo di difesa è oggi espressamente proibita dal trattato ABM, e questo ci porta all'aspetto più propriamente politico del problema. Il trattato AMB è un figlio primogenito della citata dottrina MAD, è la sua formalizzazione. Ha funzionato bene finché i giocatori erano due. Già dopo l'entrata in gioco della Cina, che non ha mai aderito al Trattato, i suoi limiti sono apparsi manifesti. Oggi, con quindici o venti potenziali utenti, si tratta di un rottame di trattato, manifestamente inadatto a rappresentare la realtà effettiva. Tutti lo sanno ma fanno finta di non saperlo per diversi motivi. Non si tratta solo di un difetto di rappresentatività. Se una dottrina strategica che regola una materia così fondamentale e rigida come la deterrenza nucleare non funziona, o non corrisponde alla realtà sul campo, si corrono grossi pericoli, per la pace e l'esistenza del vivere organizzato su questo pianeta. Ne è una prova la crisi di Cuba del '62, rievocata in un recente film di successo, che comportò i rischi che sappiamo anche perché fu affrontata con gli strumenti operativi del tempo, che facevano immediato riferimento alla Dottrina della Rappresaglia Massiccia in un confronto maggiore fra le due Superpotenze. La necessaria flessibilità per uscire dal "cul de sac" nel quale la mossa sovietica aveva messo gli Stati Uniti non era disponibile sul Manuale delle Crisi a disposizione, e fu necessario improvvisarla (non è un caso che poco dopo gli Stati Uniti cambiarono Manuale, e passarono alla Dottrina della Risposta Flessibile ideata dal Generale Maxwell Taylor). Lo stesso potrebbe succedere affrontando una scheggia impazzita che disponga di un paio di armi nucleari inastate su qualche vecchio SS dismesso, nei confronti del quale non c'è difesa perché lo vieta l'ABM. Sarebbe potuto succedere nel Golfo, se Saddam avesse avuto la tecnologia per infilare la sua chimica letale nelle testate degli Scud. Se fosse stato in grado di farlo, i Patriot sarebbero stati completamente inutili e impotenti, come accadde, al di là delle dichiarazioni del momento, nei confronti degli Scud convenzionali iracheni che colpirono a decine Israele e l'Arabia Saudita. Il Kuwait sarebbe ancora una provincia irachena, e l'Iraq il principale produttore mondiale di petrolio, nonché la potenza egemone dell'area. Il Presidente Bush, che è assolutamente intenzionato a svelare la nudità del re e aggiornare anche i formalismi, oltre che la sostanza della quale abbiamo parlato, ha tuttavia compreso che su certi argomenti la franchezza texana non paga, soprattutto quando si ha a che fare con culture politiche antitetiche. Prima del suo annuncio del 1° maggio, ha telefonato al Presidente Putin, informandolo di quello che avrebbe detto in anticipo e sostanzialmente cooptandolo, se si presta fede alle reazioni russe alle sue dichiarazioni, molto più sfumate delle precedenti. Con questa mossa Bush ha tranquillizzato anche gran parte delle riserve europee, segnatamente tedesche, che sono preoccupate delle reazioni di Mosca e vorrebbero che la tematica fosse portata avanti non in contrasto con i suoi interessi legittimi. Analoga mossa non è stata fatta nei confronti di Pechino, fornendo un segnale politico inequivocabile, per il quale l'incidente dell'EP-3 di Hainan può essere servito di pretesto o di occasionale copertura. In sintesi, la Russia viene invitata ad uscire da quella sua ambiguità euroasiatica della quale abbiamo parlato in una occasione precedente. Deve decidere da che parte vuole stare e che ruolo vuole ricoprire. A quel punto una rinegoziazione dell'ABM o un suo aggiornamento sarà solo un dettaglio, corrispondente del resto alla natura quasi occasionale del Trattato che, secondo quanto ha dichiarato Kissinger, nacque su sollecitazione statunitense per cercare di ricavare qualche vantaggio dall'autointerdizione dei primi tentativi americani di difesa antimissili che il Congresso stava per mettere in opera nel corso del 1971, per ragioni di costo e di protagonismo parlamentare, senza che l'Esecutivo potesse far niente per impedirlo. Aneddoti a parte, l'operazione che questa Amministrazione sta tentando potrebbe assumere valenze storiche ed essere ricordata come una dei passaggi cruciali della stabilizzazione degli equilibri internazionali del dopo Guerra Fredda. Incidentalmente, essa potrebbe avere qualche conseguenza anche alle nostre latitudini, se l'Italia fosse chiamata a fare una sua parte, anche modesta, nell'impresa. Ad esempio ospitando uno dei radar di scoperta del segmento di terra della NMD orientati verso le potenziali basi di lancio mediorientali e/o maghrebine o addirittura, come già richiesto al Giappone, partecipando con suoi mezzi militari (per esempio le fregate lanciamissili della Marina Militare di nuova costruzione) al dispositivo antimissile sul campo. Sembra di capire che fra le due coalizioni elettorali italiane che si fronteggiano esistono sensibilità diverse su questo tema, anche se il frastuono delle innumerevoli polemiche in atto rendono difficile l'intellegibilità dei segnali. Qualche focalizzazione specifica e una maggiore attenzione al tema potrebbero non essere inutili. |