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| Anno 2001 | |
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Il Gran Tour del Presidente Bush si è sviluppato in una delle settimane più importanti e significative della storia delle relazioni transatlantiche: quella appena conclusa. Ha avuto tre capisaldi principali, legati tutti a grandi questioni strategiche con importanti o esclusivi risvolti di sicurezza militare: la presentazione formale all'assise della NATO della politica di difesa antimissile della nuova Amministrazione, e relative intenzioni operative, l'allargamento ad est, ai Paesi ex sovietici, dell'Alleanza, e la situazione in Macedonia, che ha bisogno di un intervento diretto delle forze NATO presenti nell'area e aggiuntive per non scivolare verso la solita periodica deflagrazione balcanica.
Le due prime questioni si trovano avviluppate in un complesso intreccio diplomatico che travalica abbondantemente i confini dell'Alleanza e meritano qualche riflessione specifica. Vediamo la prima, mediaticamente sintetizzata nello "Scudo Spaziale", con qualche imprecisione. Il Presidente Bush ha effettuato mercoledì, al Quartier Generale NATO, un'ampia disamina della tematica, di alto profilo, corretta da quegli errori iniziali di unilateralismo presenti non tanto e non solo nelle prime formulazioni della nuova Amministrazione repubblicana ma soprattutto nell'impostazione americano-centrica - "US Eyes Only" - della precedente formulazione Clinton. Volendo essere quest'ultima sommessa e di basso profilo, dato l'argomento, poco gradita dalle sinistre, sempre e dovunque. Tale impostazione era risultata inaccettabile agli alleati europei, che si erano molto irritati, con Bush soprattutto, per un curioso caso di strabismo prospettico al quale non è forse estraneo il rapporto cromatico fra le due Amministrazioni americane e i più importanti governi europei, di allora e di ora. L'approccio franco e aperto adottato dal nuovo Presidente è servito a dissipare l'irritazione e le ostilità pregiudiziali. Rimangono le obiezioni di sostanza, di fondo. Esse riguardano in gran parte il destino del Trattato ABM , che ha regolato l'equilibrio strategico nucleare fra i Supergrandi nell'ultima parte della Guerra Fredda. Bush ha chiaramente espresso l'intenzione della sua Amministrazione di superare il trattato anche formalmente, dopo il superamento sostanziale già avvenuto da parte dei sovietici prima e russi poi con le loro difese antimissili che , come tutti sapevano e facevano finta di ignorare, eccedevano i livelli permessi dall'ABM, e da parte degli Stati Uniti con i ripetuti esperimenti prodromici allo Scudo, in buona parte conclusi. Il governo americano, confortato da un unanime sentire della opinione pubblica e delle élite intellettuali del suo Paese, si è convinto che il trattato sia manifestamente superato, non adeguato ai tempi e alla situazione di multipolarità nucleare del mondo, e ai pericoli della proliferazione. Riguarda due soli Paesi, quando il club nucleare, fra soci effettivi e associati (o surrettizi), ha raggiunto ormai le nove o dieci unità, ognuna ben equipaggiata di missili balistici e altri vettori, per quanto se ne sa ufficialmente a livello di informazione aperta. Può darsi che i Servizi più aggiornati abbiano un quadro ancora più preoccupante della realtà, e idee più precise, rispetto alle ignare teleplatee occidentali. Per esempio su che fine abbiano fatto le trentamila testate dell'ex arsenale sovietico nei momenti più confusi dell'implosione imperialproletaria. Le genesi del Trattato ABM sono quasi casuali, come abbiamo già messo in luce in un'altra riflessione, e anche la sua valenza etica è assai discutibile. L'umanità intera, non solo i popoli russo e americano, costituisce l'ostaggio che garantisce la pace fra i due antichi contendenti. Secondo il governo americano l'ostinazione europea o di alcuni paesi europei della NATO a considerare l'ABM un dogma inattaccabile è speciosa, pretestuosa e ha le gambe molto gracili. E' bene combattere a fondo per una causa, ma che sia giusta e difendibile, non un mostro giuridico e di sostanza. Il mondo è sopravvissuto al pericolo di annientamento nucleare non grazie all'ABM - sostengono gli americani - ma "nonostante" l'ABM. Su una questione così importante e fondamentale l'Europa ha tutto il diritto di dissentire dal suo alleato transatlantico, ma in nome di un obiettivo strategico di alto profilo, non per un generico rancore da parente povero, per sciovinismo, o per cercare di compiacere il suo periferico fornitore di energia russo, traballante e malfermo nei suoi propositi, molto incerto su cosa farà quando sarà grande. Nonché un immenso mercato ancora più lontano, la Cina, che non è affatto solo un mercato ma qualcosa di molto più complesso e serio, e avrebbe bisogno di approfondimenti assai più articolati di quanto l'Europa non faccia (o non sia in condizione di fare). In realtà non è tutta l'Europa che ha assunto la posizione che i cugini americani le attribuiscono, ma essenzialmente il nocciolo duro neo-carolingio, Francia e Germania, per ragioni in parte concomitanti in parte differenti. Le periferie, o interfacce con il mondo extraeuropeo, a vario titolo, Regno Unito, Spagna, Italia e il grato est recentemente ammesso alla corte Atlantica, Ungheria e Polonia, sono tutto sommato favorevoli alla strategia di Bush, o meglio sono pronti ad essere favorevoli a qualsiasi strategia gli americani decidano di mettere in atto. La Gran Bretagna per ragioni di parentela biologica e storica, affinità di destini geopolitica e prolungato cameratismo militare che ha visto i due principali membri della famiglia anglosassone combattere gomito a gomito le stesse guerre da quasi un secolo. Il colore politico in una tale simbiosi diventa un dettaglio. Lloyd George, Bevin, Attlee e Blair hanno collaborato e collaborano con gli Stati Uniti con la stessa naturalezza ed efficacia delle quali hanno dato prova Churchill, Mac Millan, Thatcher e Major. Italia e Spagna sono due recenti acquisizioni alla cerchia degli intimi del Principe. Le ragioni anche qui sono legate non solo e non tanto alle affinità ideologiche, che piacciono molto ai media, ma a obiettive ragioni strategiche di tipo classico: due penisole proiettate verso gli oceani e il mare più cruciale della "landmass" eurasiatica, due bastioni logistici e operativi per i dispositivi militari americani a protezione dei forzieri energetici dell'Occidente, due matrici culturali di importanti componenti della società americana, che confluiscono in una complessiva latinità in prorompente ascesa che sta cambiando la composizione e gli equilibri etnici degli Stati Uniti. Ce n'è d'avanzo per un rapporto preferenziale, che dovrebbe diventare una costante delle relazioni internazionali. Sui Paesi dell'Est abbiamo detto, e anche qui non occorre sottovalutare il peso delle emigrazioni polacche e ungheresi negli USA, che hanno giocato un ruolo decisivo nelle fasi iniziali della Guerra Fredda, nello sviluppo della bomba all'idrogeno (il Professor Teller, ungherese, ne fu l'ispiratore) e nel sostegno alla rivoluzione di Solidarnosc condotto in tandem dalla "mafia" polacca che era molto intima del Presidente Carter ( Brezinski e C) e dalla Santa Sede di Karol Wojtyla. Non a caso il Presidente Bush venerdì ha fatto tappa a Varsavia, dove ha pronunciato un importante discorso, prima di essere stato in quasi tutte le altre capitali europee. I nucleo neo - Carolingio, invece… La Germania. E' il Paese più importante della strana coppia, quello che gli Stati Uniti considerano maggiormente, anche se antipatizzano molto di più la Francia. E' la colonna dell'Europa, anche senza la bomba. Anche in questo caso, la geopolitica impone le sue regole. Berlino è il cuore di un'Europa dall'Atlantico agli Urali. Senza la Russia, la Germania è prossima ad essere una marca di frontiera. Il "Drang nach Osten" vale anche per questa edizione modernista, tecnologica, globalizzata e cosmopolita, nonché fortemente pacifista, della landa teutone, come è sempre successo da almeno mille anni, con alti e bassi, dai cavalieri missionari del Medioevo - Teutonici appunto - alla prevalenza di sangue tedesco nella casa regnante russa, al vagone piombato nel quale lo Stato Maggiore tedesco rispedì in Russia Lenin, alle farneticazioni di Hitler - pedissequamente applicate ed esiziali anche per l'autore - al ruolo decisivo di Khol nel convincere Gorbaciov a dare la via alla mutazione epocale dell'URSS, terminando definitivamente la Guerra Fredda. Il destino della Germania è strettamente legato a quello della Russia, nel bene e nel male, e non si tratta solo dei venti o quaranta billions US$ con la quale la Repubblica Federale si è comprata la sua riunificazione e che Mosca forse non restituirà mai. E' una scusa "geopolitica" per non affermare l'ovvio: e cioè che la Russia è il retroterra della stirpe (o della "cultura", come si dice adesso) tedesca, e la Germania a sua volta è la chiave di volta della modernizzazione russa, esattamente come ai tempi nei quali gli zar sposavano principesse tedesche e importavano manodopera specializzata dalla Sassonia e dal Brandeburgo. Berlino rappresenta, interpreta e comprende le istanze strategiche russe meglio di qualsiasi altro Paese in Europa e nel mondo. Non è solo interesse, anche se non è ancora accorata partecipazione e forse non sarà mai affetto. Nessuna preoccupazione americana sulla deterrenza internazionale ha lo stesso impatto, sui convincimenti dei governanti germanici, di una possibile destabilizzazione russa che uno scudo spaziale potrebbe comportare, alterando la percezione sul proprio status, e svelando nudità del re che sono inaccettabili, per ora. Una presa di coscienza che la labile psiche collettiva della Federazione e soprattutto i suoi precari equilibri di potere interni non si possono ancora permettere. Si tratta di processi conoscitivi e autoconoscitivi che nessuno può capire meglio dei tedeschi che hanno inventato e interpretato fino alla inevitabile soluzione la "Sindrome di Weimar". Brecht è molto più vicino a Checov che a Hemingway La Germania è talmente preoccupata e cosciente delle vicende del proprio spazio regionale, del quale la Russia (o almeno la sua parte europea fa parte, insieme a Ucraina e Polonia) da disinteressarsi sostanzialmente delle questioni che lo travalicano. Dei Rogue States e della minaccia futura cinese non se ne cura più di tanto. I destini e persino gli stati d'animo della Russia sono molto più importanti. E non si tratta solo di questo: La Germania, che le vicende della storia hanno devirilizzato strategicamente (se si associa alla virilità la potenza e la valenza militare, metafora tutt'altro che indiscutibile), si rende conto che il suo peso politico internazionale è inversamente proporzionale al grado di militarizzazione dei contenziosi internazionali. Berlino è pregiudizialmente ostile a un tale processo, e non è in grado di assecondarlo, per una modifica permanente e irreversibile al proprio DNA nazionale che le tragedie del secolo XX hanno determinato. Un panorama internazionale pacificato, o che si ritiene ipocritamente tale, offre ampi spazi alle grandi potenzialità economiche e culturali tedesche, ricostituendo quel magnete di attrazione centripeto rispetto all'Europa centrale che le summenzionate tragedie (causate paradossalmente da un tentativo di mondializzarlo) hanno distrutto. Una nuova corsa agli armamenti internazionale, anche determinata dalle migliori intenzioni e rispondente alle necessità strategiche dei nuovi scenari, o addirittura eticamente motivata, per allontanare definitivamente dall'umanità l'incubo dell'annientamento nucleare, sminuirebbe e minimizzerebbe il ruolo della Germania. Essa non può assecondarla. Anche se forse sul piano speculativo ed astrattamente realpolitico , ne comprende le ragioni. La Francia. Grande e complesso Paese, che sta facendo grande strategia, al di là dei velleitarismi apparenti delle sue posizioni. Da un lato sembra che Parigi non abbia ancora metabolizzato definitivamente la supremazia anglosassone nata dopo la Guerra dei Sette Anni, tre secoli or sono, e punti a ricostituire attorno alla Francia un polo continentale europeo che possa sfidare nel modo più classico, anche se depurato dalle sue pulsioni più violente, l'America, il nuovo centro di gravità dell'egemonia anglosassone. Anche, ma non solo, per riconquistare quegli spazi di autonomia che l'omnicomprensività di tale egemonia restringe sempre più. I francesi non vogliono perdere la loro specificità, e non vogliono farsi omologare. In tale azione, il loro modo di procedere corrisponde a quegli schemi molto tortuosi, anche se estremamente brillanti dal punto di vista intellettuale, che sono una caratteristica comune del decision making transalpino (fra una soluzione semplice ma efficace e un'altra brillante anche se dall'esito dubbio gli ENArchi preferiscono tradizionalmente la seconda, ora sta cambiando un po' tutto, il pragmatismo anglosassone fa breccia anche sulle rive della Senna), e che sono quanto di più lontano dalla prassi americana si possa immaginare, aumentando a dismisura la difficoltà di comprensione reciproche. Come noto, non esiste negli USA una significativa comunità francofona di emigrati recenti o antichi ad eccezione dello sparuto e arcaico gruppo dei cajun in Luisiana e la lobby che Parigi può mettere in campo è infinitamente meno influente di quella italoamericana, ispanica o polacca. Il risultato di tutto ciò è che la Francia viene percepita dall'opinione pubblica statunitense - e dai suoi media, che traboccano di articoli antifrancesi - come un avversario geopolitico, secondo solo alla Cina. Probabilmente allo stesso livello della Russia, con la non trascurabile eccezione delle molte più numerose testate nucleari russe, sul targeting delle quali esistono ancora dubbi che nel caso delle omologhe francesi non vi sono mai stati. D'altra parte è indubitabile che la Francia si ponga oggi, insieme alla Cina e più della Russia, come l'unico centro di potere in grado di sfidare culturalmente, tecnologicamente e strategicamente gli Stati Uniti, fermo restando le differenti scale economiche e militari dei due Stati. La Francia si considera anche l'Atene del mondo, un faro di civiltà e di convivenza, in contrapposizione con le smodatezze rozze ed eccessive del predominio americano. La sua economia, pur essendo di scala inferiore a quelle nipponica e tedesca, è molto più equilibrata in tutte le sue componenti, inclusa le sempre più preziose autonomie energetica e alimentare. E quindi meno soggetta alle tempeste cicliche nelle forniture delle commoditites e ai condizionamenti della superpotenza stellata. Le sue tecnologie di punta rivaleggiano con quelle del molto più forte rivale transatlantico, in un modo che sarebbe sembrato inverosimile trenta anni fa. Le imprese francesi costituiscono il cuore e il nucleo dell'high tech europeo. Airbus e Ariane, realtà aggregate su un nocciolo duro francese e molto consapevoli di ciò, hanno raggiunto la leadership mondiale nell'area dei velivoli commerciali e dei vettori spaziali non reimpiegabili grazie alla "propulsione" di una politica di investimenti tecnologici che risalgono alla lungimiranza del Generale De Gaulle, il padre della rinascita transalpina. Tutto questo per dire che la posizione di Parigi, ostile fino allo specioso allo Scudo Spaziale, che ridurrebbe di significato e di consistenza il suo deterrente, simbolo e metafora di questo nuovo ruolo mondiale del Paese, ha fondamenti del tutto razionali e realistici, e utilizza la retorica e le celebrali e un po' irritanti capziosità nelle quale eccelle come uno strumento di lavoro per difendere le proprie posizioni e non favorire un ulteriore incremento dell'Iperpotenza americana. Nel caso, più che probabile, che gli americani vadano comunque avanti con il loro piano, con gli Europei o senza di loro, se non altro perché gli avanzamenti tecnologici di tipo militare hanno una loro dinamica che è impossibile fermare o invertire, è più che probabile che i francesi negozieranno rapidamente una loro salita in corsa a bordo del carro tecnologico statunitense e trarranno il massimo beneficio conoscitivo dall'impresa. Cosa che non è altrettanto scontata per i loro colleghi tedeschi, per il quale la prospettiva è differente, come abbiamo accennato. Nel loro caso, il problema sarebbe tirare a bordo del carro spaziale anche la Russia. Per la quale, a questo punto, viene spontanea la domanda, anche in relazione con l'argomento successivo: ma perché la Russia non aderisce alla NATO e diventa uno dei "nostri" risolvendo di blocco queste e altre difficoltà? Tutto sommato Mosca sembrerebbe non pregiudizialmente ostile a tale ipotesi, come sembra di capire dall'atteggiamento e dalle dichiarazioni di Putin nell'incontro di Lubiana con Bush che ha concluso il Gran Tour del Presidente americano. Anche se l'episodio svelato dal Leader russo circa una richiesta sovietica di adesione alla NATO del 1954 respinta dall'Alleanza, pretestuosamente - allora come ora, si lascia capire - appare più un colpo di teatro propagandistico che un serio argomento per mostrare la malizia occidentale. Nel '54 era appena finita la Guerra di Corea, combattuta accanitamente da est e ovest con strascichi ancora non risolti e milioni di morti, stava concludendosi tragicamente, con Dien Bien Phu, quella di Indocina, la Cina Popolare assaliva il ridotto nazionalista di Quemoy, difeso strenuamente dalla Settima Flotta americana, e l'URSS stava per far esplodere la sua prima bomba H. Il blocco comunista sovieto-cinese era più saldo che mai e in piena espansione ideologica e territoriale. Il momento non poteva essere meno adatto per un ramoscello d'ulivo. Ammettendo comunque una disposizione non sfavorevole dei russi all'ipotesi di oggi e tralasciando interpretazioni comportamentali e parapsicologiche slavofile (o -fobe), sul tipo di quelle che abbiamo azzardato pocanzi, la principale obiezione che si para d'innanzi è che a quel punto la NATO confinerebbe con la Cina, con niente in mezzo. E' pronto l'Occidente e in particolare l'Europa alle brutalità, ai rischi e alle schiettezze di una situazione del genere? La Germania e la sua vocazione eco-pastorale, gli estenuati buonismi cattomediterranei, i rarefatti ed egoisti scandinavi, la stessa Francia, che non disdegna la grande strategia e le avventure ma che ha certamente maggiori consonanze culturali con l'Impero di mezzo, statalista e assoluto come il regno di Luigi XIV, che con la confusa anarchia globalista degli Yankee? Cosa accadrebbe alle prospettive di un eldorado commerciale cinese in sedimentazione per le economie europee, al più importante mercato del mondo, di qui a pochi decenni, dovendo difendere le rarefazioni siberiane dal miliardo e mezzo di Han che premono? Si tratta di quegli stessi europei che non sono capaci di risolvere i problemi della ex Iugoslavia che qualche divisione tedesca (e persino italiana) di seconda schiera ha gestito efficacemente dal '41 alla fine della guerra. E che ora sono in gravi ambasce al pensiero di mandare un paio di compagnie di istruttori per assistere l'esercito macedone nella sua controguerriglia. Non se ne parla molto, anzi affatto, ma temo che il problema sia tutto qui. La Russia deve continuare a fare il suo mestiere storico, di barriera spaziale fra l'Occidente e le minacciose demografie asiatiche, con uno status formale di Superpotenza, o almeno di grande Grande Potenza , e l'economia dell'Olanda (anche se in realtà non è proprio così, come abbiamo visto in qualche analisi precedente). Rimanendo contemporaneamente fuori da ogni rapporto troppo preferenziale con l'uno o l'altro dei suoi vicini. Nel frattempo è più che verosimile che gli USA approfittino delle esitazioni di tutti e, tornando al discorso iniziale, procedano con i loro piani di difesa antibalistica, magari rallentando un po' e cooptando maggiormente gli alleati, con contratti di altissima tecnologia e consistente lucro per le loro industrie aerospaziali, francesi in testa. L'argomento a quel punto potrebbe finire per riguardare più gli sherpa che i grandi capi. L'intera operazione potrebbe impegnare i prossimi decenni, quindi si tratterebbe di un lascito alla generazione successiva, più lungimirante di quello che i "cold warrior" degli anni '50 e '60 hanno riservato alla nostra. Un'ultima considerazione, che riguarda il secondo argomento della Missione Bush, l'allargamento ad est della NATO. E' in gran parte implicito nelle considerazioni che sono state fatte, talmente implicito che alcuni commentatori hanno avanzato l'ipotesi che esso potrebbe costituire merce di scambio con la Russia - che vede l'allargamento come il fumo agli occhi, riguardando fra l'altro le tre Repubbliche baltiche ex sovietiche - ove questa facesse cadere le sue pregiudiziali anti Scudo. Considerato anche che è previsto un allargamento ad est dell'UE, non ostacolato da Mosca, nello stesso periodo (fine 2002). Esso potrebbe fornire alle repubbliche Baltiche garanzie sufficienti anche nell'area della sicurezza, dato che la UE ha assunto anche una valenza militare. Il problema vero è che la garanzia offerta dalla NATO significa protezione americana, e quindi è molto più credibile e allettante per i garantiti, ma soprattutto essa rappresenta un'estensione ad est della zona di influenza di Washington in Europa. La UE è un'altra cosa. Il motivo del contendere è anche questo e non è di non facile risoluzione, anche perché al momento la UE è ancora più in crisi di quanto non sia la NATO, e non è facile ipotizzare la dinamica e la geografia del suo futuro. Una rinuncia americana ad esercitare quella che è obbiettivamente un'opzione di allargamento di influenza, in cambio di un via libero europeo allo Scudo, sarebbe molto saggia e permetterebbe di assicurare definitivamente lo sviluppo della difesa antibalistica, con tutte le ricadute positive per Washington, anche in termini di aumento di influenza internazionale che si possono immaginare. Oltre che aiutare gli europei a consolidare la loro identità e il loro processo di unificazione continentale, che corrisponde a un vero interesse di fondo degli Stati Uniti. Naturalmente un'ipotesi di alleanza strutturale fra la NATO e la Russia potrebbe far cadere gran parte degli ostacoli. Potrebbe essere un altro argomento a favore, e far cadere le diffidenze subliminali dell'Europa su questo e altri argomenti. L'opinione di chi scrive è che prima o poi questo sarà lo sbocco. Bisogna vedere quando. |