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| Anno 2001 | |
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La Russia ha una superficie di 17 milioni di chilometri quadrati, sulla quale vive una popolazione di 146 milioni di abitanti. La densità è una delle più basse fra i paesi industrializzati. Nel 2015, secondo quanto ha dichiarato il presidente Putin, gli abitanti scenderanno a 123 milioni, quanti gli iraniani previsti per il 2025. Oggi i russi sono in un rapporto di 9:1 con i cinesi. Ad oriente del lago Aral, il rapporto passa a 50:1. Nel trattato di Aiquin e di Pechino del 1858 la Cina fu depredata di 900.000 km quadrati di territorio lungo i fiumi Amur e Ussuri. Sullo stesso territorio sono state costruite Vladivostok, la più importante base navale dell'Estremo Oriente russo, e la ferrovia Transiberiana, chiavi di volta della presenza di Mosca nella regione.
Insomma, per farla breve, l'integrità e la sopravvivenza della Russia come stato eurasiatico dipende, dal punto di vista geopolitico, dai rapporti con la Cina o meglio da come sarà possibile tenere a bada le rivendicazioni e l'invadenza demografica dell'Impero di Mezzo, tamponando contemporaneamente la pressione meridionale dei popoli islamici che hanno una dinamica demografica persino superiore a quella cinese.
La qual cosa significa soprattutto che la Russia si deve consolidare come Stato, trovarsi dei buoni alleati non occasionali e opportunistici, acquisire una sua convincente ragion d'essere e tradurla in una vigorosa dinamica geopolitica, riuscendo ad offrire al contempo ai propri cittadini le condizioni adeguante per far riprendere loro la voglia di vivere una vita piena e degna di essere vissuta insieme al massimo possibile numero di figli. Problema opposto a quello dei cinesi. In questa situazione di fondo stupisce come dopo dieci anni dall'implosione dell'impero sovietico, farsesca e drammatica allo stesso tempo ma priva del fattore di tragedia che accompagna di solito questi epiloghi - morte, carestie, distruzioni materiali, invasioni dello straniero, collasso morale - la Russia si sia venuta finalmente a patti con se stessa, autoassolvendosi con formula piena ma scaricando tutta la sua frustrazione contro e solo l'Occidente. E ripensando la sua identità in termini sostanzialmente ostili a quella matrice paneuropea in senso lato, derivante da una comune radice greco-romana e giudeo-cristiana, alla quale tutta la sua storia conduce, come quella dell'Europa Occidentale e degli Stati Uniti d'America. E fa riferimento, come risulta anche dalla vocazione mai sopita, neanche durante gli anni Bolscevichi, di Mosca come Terza Roma. Non Terza Pechino o Seconda Samarcanda. Non parliamo poi della cultura, della letteratura, della musica, dei regnanti di sangue germanico, degli stessi ispiratori europei delle utopie socialrivoluzionarie che l'hanno così caratterizzata. Questo fenomeno di rigetto si è concretizzato soprattutto dopo l'assunzione del potere da parte del Presidente Putin. Un qualche tentativo di spiegazione, o almeno una riflessione mirata, non avrebbero solo un interesse analitico e storico, ma servirebbero a cercare di capire dove si sta muovendo questo grande Paese, così essenziale per gli equilibri del mondo. Prima considerazione: gli uomini sono sempre quelli, sovietici ieri, liberisti e puntiniani oggi. I migliori elementi del Regime sovietico, i più promettenti giovani degli anni 70 - 80 oggi sono nella stanza dei bottoni. Nulla ha fatto cambiare loro veramente opinione. Non sono tanto convinti di avere sbagliato qualcosa, quanto di essere stati travolti da una specie di evento storico catastrofico, un terremoto, un meteorite che ha spazzato tutto, azzerando il mondo della loro gioventù, quello nel quale avevano creduto. Un cataclisma. Non c'è stato un pentimento, una catarsi, la Sindrome di Stoccolma che prende i perdenti di una dura e cruenta lotta, i tedeschi e i giapponesi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ad esempio. E che consente di azzerare tutto e ricominciare veramente da capo. Se a qualcosa può essere vagamente assimilato, il decennio dell''1991- 2001 assomiglia alla vicenda di Weimar, che si alimentò di frustrazione per la mancata metabolizzazione da parte dei tedeschi della sconfitta del '18, che non era stata militare ma nondimeno autenticamente tale. E i paralleli no finiscono qui. Come Weimar rovinò economicamente la borghesia tedesca e spianò la strada al nazismo, così il decennio Yeltziniano ha rovinato il tessuto sociale della Russia, distruggendo il vecchio senza costruire granché di nuovo, almeno nella percezione popolare. La gente comune ha capito che la cura di liberalismo selvaggio senza regole e contrappesi che gli è stata propinata non andava bene per un Paese con la storia e i limiti della Russia. Un Paese che è al contempo un immenso forziere di materie prime, di ricchezze che aspettano di essere sfruttate e un soggetto economico ancora non in grado di operare in quel contesto aperto che pretendevano gli occidentali, tutto e subito. Per i russi liberalismo può voler dire "frontiera" all'americana, con il rischi che a dominare siano i più aggressivi e i più spregiudicati, le multinazionali straniere o addirittura i racket criminali transnazionali. E' quello che è successo negli anni Yeltziniani e che un popolo fiero e orgoglioso come quello russo non accetta. Anche perché è consapevole della forza del loro Paese e l'ha usata senza particolari patemi fino ad un altroieri storico. La Russia è stato uno dei Paesi più aggressivi, egemonici ed espansivi dell'era moderna e contemporanea, dal '500 in poi, e quello che ha conservato di più le sue conquiste, tutto sommato. L'impero britannico, quello francese, quelli ispanici sono tramontati, quello russo è in gran parte ancora in mano ai conquistatori. Ha perso cinque milioni di kilometri quadrati ma gliene rimangono diciassette, quanto tre Stati Uniti. Nell''800e i primi del '900 i russi erano arrivati a pochi chlometri da Vancouver, e si proiettavano verso i mari caldi di tutta la massa euroasiatica tenuti faticosamente a bada da britannici, turchi, francesi, statunitensi, cinesi, giapponesi. Nel '45 erano arrivati nel cuore dell'Europa occidentale. Questo insistere in termini di sconfitte, implosioni collassi, catastrofi, a proposito di un Paese che si estende su una decina di fusi orari può essere molto fuorviante,. L'etnia russa potrebbe non aver esaurito la sua spinta egemonica, come quella latina, teutonica, nipponica e forse anglosassone. O se l'ha fatto, è da poco. Sotto sotto si crede ancora investita di una missione civilizzatrice nei confronti dei barbari dell'est e del sud, anche perché ci convive, con questi barbari. Dopo il trauma posto bolscevico, i russi stanno rientrando nei loro veri panni. Nei settantaquattro anni successivi alla Rivoluzione d'Ottobre volevano realizzare la palingenesi sociale di tutta l'umanità, prendendo a prestito un'ideologia che non era farina del loro sacco. Era veramente un'ambizione smisurata, che gli è costata cara. L'altruismo non paga. Ora hanno ridimensionato le loro aspirazioni, focalizzandole meglio su un sano egoismo nazionale, molto più gestibile. Si sono ritirati su posizioni più difendibili, ricompattati, riorganizzati, sostituito una leadership debole e compromessa, trovato tre o quattro solidi pilastri sui quali ricostruire le fortune del paese - il KGB, il complesso militare-industriale, il Gazprom, la nuova imprenditorialità rampante, e stanno ripartendo. Le modalità sono scoordinate e abbastanza caotiche ma un filo conduttore può essere individuato. All'interno è stata completata l'operazione più importante, quella di fissare una leadership credibile e condivisa, proveniente dal più prestigioso e qualificato pilastro di cui sopra, l'ex KGB. Del quale tutto si può dire fuorché non abbia vinto la sua battaglia, anche se non è bastato a vincere la guerra. La stessa leadership ha provveduto a ricompattare l'Unione, focalizzando nuovamente il livello politico centrale a scapito delle 89 province e repubbliche costituenti la Federazione, che stavano dando il via ad una deriva centrifuga estremamente pericolosa. Sono state messe in cantiere molte riforme economiche e costituzionali e avviata fattivamente la deregulatuion delle attività economiche. E' in costruzione la cosa più difficoltosa e lontana dalle tradizioni russe di tutte, e cioè un sistema legale efficiente e giurisdizionalmente accettabile, che consenta una vita sociale ed economica aperta e giusta allo stesso tempo, svincolandola dal controllo autoritario e paternalistico del vertice Istituzionale. E una piena interoperabilità del sistema normativo russo con quello internazionale, senza la quale gli investimenti esteri diventano aleatori e rarefatti. Le difficoltà incontrate sono innumerevoli, ma non poteva essere altrimenti. Accuse di autoritarismo a Putin, la criminalità organizzata che ha pervaso i gangli dello Stato, il pluralismo politico e informativo, piuttosto pericolante, la difficile ristrutturazione delle FFAA, con periodici tintinnii di sciabole in sottofondo, la storia infinita della Cecenia, della quale nessuna tattica politica o militare sembra venire a capo, le disastrose condizioni ecologiche dell'industria e delle centrali nucleari, eccetera.. La storia non si cancella per decreto, e la democrazia liberale autentica non si impara i dieci o in due anni. Ma la strada forse è quella giusta, anche se in mezzo a tante contraddizioni e difficoltà. Dal punto di vista economico, in attesa di vedere i frutti delle riforme strutturali avviate, le migliori prospettive di crescita sono state individuate nei tre pilastri lasciati in eredità dal regime sovietico, e cioè l'energia, le armi e il sistema educativo. Sulle prime la Russa vanta un virtuale record mondiale, se si considerano la capacità complessiva di produzione di petrolio, gas, elettricità e centrali nucleari e le riserve accertate e probabili. Il solo Caucaso pare nasconda riserve pari a quelle dell'Arabia Saudita. Poi c'è il gas, i giacimenti siberiani, eccetera. Nessun Paese al mondo può vantare sul proprio territorio una capacità equivalente, neanche gli Stati Uniti che non sono più autosufficienti nella produzione degli idrocarburi. La citata Arabia Saudita non ha lo stesso gas, e non esporta elettricità e centrali nucleari. Se si considera poi che la Russia sta riprendendo eccellenti rapporti politico economici con due grandi produttori, l'Iran e l'Iraq, e si batte con vigore per tutelare i suoi interessi nelle repubbliche ex sovietiche del Caucaso dove sono stati scoperti mega giacimenti oggetto del desiderio di tutta l'industria petrolifera mondiale, la valenza energetica della Russia lievita ulteriormente. La vendita di energia è vitale per la bilancia dei pagamenti russa, ed è ampiamente utilizzata come arma politica e di influenza sulle nazioni vicine, ad esempio sulle adiacenti repubbliche ex sovietiche che stanno quasi tutte tornando ordinatamente sotto l'orbita di Mosca per ragioni di mera sopravvivenza energetica. Oppure all'estero "vero", insieme alle vendite di armamenti Per quanto riguarda questi ultimi, la Russia tornerà ad essere a breve il secondo esportatore al mondo dopo Stati Uniti .Nel 2000 ha esportato per poco meno di quattro miliardi di dollari, il doppio che nel '95. Putin è il principale piazzista del complesso militare industriale, con un attivismo che contrasta nettamente con l'inerzia sanitaria del suo predecessore. Negli ultimi diciotto mesi ha effettuato numerose azioni di marketing presso i tradizionali mercati dell'URSS, India, Cina, Cuba, Vietnam, Iran, arrivando a catturarne qualcuno di nuovo e sorprendente, come la Grecia, Paese NATO, al quale sono stati venduti quattro grossi hovercraft anfibi. Anche in questo caso le esportazioni di armi hanno profonde implicazioni militari, in gran parte indirette, non particolarmente desiderate, ma indubbie, soprattutto se collegate a forniture nucleari civili, che possono essere utilizzate con qualche astuzia per applicazioni militari. Gli Stati Uniti si sono molto adirati e preoccupati, soprattutto di quest'ultimo aspetto e non ne fanno mistero. Le conseguenze potrebbero essere molto negative per la Russia. Per quanto concerne infine l'ultimo asset economico (il sistema educativo) i russi stanno capitalizzando sul suo elevato livello qualitativo e numerico. La Russia produce più scienziati e ingeneri di qualsiasi altro Paese al mondo, eccetto gli Stati Uniti e il Giappone. Il loro costo medio è molto più basso di quello giapponese e americano e la loro produttività è elevata. Un'immediata applicazione risiede nell'Information Technolgy, che sta crescendo a ritmi del 40% all'anno. Ciò ha immediate ripercussioni nel cosiddetto "off shore software", cioè produzione di Software per clienti esteri, una disciplina nella quale l'India primeggia nel mondo, con un fatturato annuo di 6.3 Miliardi di dollari, superiore a tutto l'export di armi russo. La qualità del personale russo e le possibilità di telelavoro intercontinentale offerte dall'utilizzo di Internet aprono promettenti prospettive. La proiezione di tutto ciò all'esterno è implicita in molte delle informazioni e considerazioni che sono state sottolineate. L'attivismo energetico-militare della Russia, nato forse all'inizio da considerazioni essenzialmente economiche come strumento di sopravvivenza di un qualsivoglia export, si è saldato con una diffusa richiesta a Mosca, da parte di molte grandi potenze emergenti, di un ruolo russo che aiuti a controbilanciare l'iperismo statunitense. La Russia si sta rendendo conto, con una certa soddisfatta perfidia, c'è da credere, che esistono le premesse per stabilire una non dichiarata ma esplicita "Internazionale degli Scontenti" che non apprezza affatto il Nuovo ordine mondiale sotto l'egida Stellata e morde il freno. Qualche nome: le citate Cina, India, Iran, Iraq, Cuba, Venezuela, Siria, ovviamente la Serbia, forse il Vietnam, se la sua storia prevarrà sulle sirene degli investimenti americani che la visita di Clinton ha aperto. Naturalmente i pezzi dell'ex URSS che stanno rientrando nell'ovile russo, e che abbiamo citato in precedenza. La stessa Europa non è più appiattita sulle posizioni americane come ai tempi della Guerra Fredda. Qualche distinguo si sente. I rapporti con la Russia sono discreti, l'interscambio è forte, la dipendenza energetica dal gas russo, o almeno la convenienza economica dello stesso, è ragionevolmente crescente. Lo stesso dicasi della dipendenza russa dalla tecnologia europea e dai suoi capitali. Nonostante la NATO, qualche distinguo fra le due rive dell'Atlantico si sente. Quando sarà consolidata la struttura difensiva europea e operativo l'Eurocorpo, i distinguo potrebbero aumentare. Già sull'iniziativa di difesa spaziale americana, l'NMD, le posizioni iniziali della Russia e dell'Europa continentale non erano così difformi. Il Giappone tace, come sempre, anche se una volta fosse risolto il problema delle Kurili, la sinergia fra la tecnologia nipponica e le risorse e gli spazi russi potrebbe sembrare quasi fisiologica, considerando anche la pericolosità, per Mosca, di giocare fino in fondo la carta cinese, e l'obbiettiva rivalità e scarsa simpatia fra Tokio e Pechino. Tutto questo si salda a sua volta su un deterioramento obiettivo dei rapporti russo-americani che ha origini precedenti a Putin, e che si basa sulla considerazione obiettiva che i due Paesi sono rimasti gli unici al mondo a potersi annichilire l'un altro con le varie migliaia di testate nucleari rimaste loro. Nessuno dei due si può permettere di perdere d'occhio l'avversario per troppo tempo. Naturalmente ciò si traduce inevitabilmente nel fatto che i due apparati militari continuano a prendersi vicendevolmente come riferimento della propria pianificazione militare, con tutte le conseguenze del caso. Gli USA fanno avanzare verso est la NATO, bombardano un alleato di sangue come la Serbia, simbolo storico di eroismo ortodosso, vogliono dotarsi della NMD in spregio al trattato ABM, espellono cinquanta spie sopportate per decenni, sostengono una televisione privata critica di Putin, dilagano nel Caucaso adiacente ai confini della Federazione, tramano oleodotti in Georgia e Azerbaijan che taglierebbero fuori i russi, cercano di scardinare i fondamenti dell'autorità di vertice in un paese che non ne può fare a meno. Compiono sgarbi gratuiti, come incontrare al livello di funzionari del Dipartimento di Stato terroristi ceceni e boicottando i festeggiamenti solenni a Mosca del quarantennale dell'impresa di Gagarin. E i russi vendono armi avanzate e tecnologia nucleare ai peggiori e conclamati nemici di Washington, uno per uno, per mano non di un oscuro funzionario ministeriale ma del Presidente Putin in persona. E dichiarano che a luglio firmeranno un trattato di amicizia con la Cina, ristabilendo potenzialmente quell'asse continentale eurasiatico che è stato il peggiore incubo geopolitico dell'America durante la guerra fredda. Nel frattempo gli USA si impelagano in una seria crisi con Pechino scaturita proprio dalla necessità di tenere sotto sorveglianza elettronica un modernissimo caccia cinese tipo Sovremenny che i russi hanno loro venduto, in quattro esemplari, insieme a sommergibili e velivoli d'attacco ad ampia autonomia. Se tutto questo è scaturito da accordi puramente commerciali, c'è da chiedersi cosa succederà quando sarà operante il trattato di amicizia. E, sempre i russi, ricevono al Cremlino i ministri degli esteri di Siria e Iraq proprio mentre la crisi mediorientale tocca uno dei suoi periodici parossismi. Eccetera. Serve a poco chiedersi chi ha cominciato prima. Diciamo che volenti o nolenti i russi hanno ripreso il loro ruolo di Superpotenza relativamente indipendente, su basi non più ideologiche e totalizzanti, ma pragmatiche, commerciali, economiche e militari. Qualche commentatore ha scritto che le due Superpotenze avevano una gran nostalgia della loro rivalità, di quel senso di equilibrio e stabilità che essa conferiva al mondo. Può darsi. Quel che è certo - e qui torniamo al discorso iniziale dal quale eravamo partiti - che la Russia ha probabilmente trovato un suo ruolo postbellico, non occidentale e non antitetico completamente all'occidente. Ambiguo e un po' opportunista, come si confà alla sua anima mezza asiatica. Navigando a vista e approfittando di tutte le opportunità per rendere meno incoerente la sua configurazione complessiva. La denominazione di Superpotenza Sottosviluppata non è più accettabile, come non lo è il fatto che si tratta dell'unico Paese industrializzato nel quale l'aspettativa di vita sia diminuita dopo il 91. Lo sviluppo credo sia la grande vera sfida del Paese, più che l'egemonia. |