Anno 2001

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La conferenza dell'ONU sulle armi portatili

Andrea Tani, 16 luglio 2001

Si sta svolgendo a New York, presso le Nazioni Unite, la prima conferenza internazionale che affronta il tremendo problema della diffusione nel mondo delle armi portatili, le cosiddette "small arms", che contendono agli incidenti d'auto il primato di prima causa di morte violenta nel pianeta. Si intendono sotto questa denominazione non solo pistole, fucili e armi automatiche, ma anche mortai, mitragliatrici, bombe a mano, armi anticarro e missili antiaerei spallabili. Ossia quello che una volta era il normale armamento delle fanterie e che oggi sembra stia diventando quello delle famiglie, diffondendosi presso tutti i meandri delle strutture sociali, soprattutto in certe aeree del mondo dove il confine della legalità è indefinito e non esiste un forte e riconosciuto potere statuale centrale.

Il costo delle armi portatili è risibile, in rapporto ai danni che provocano: un fucile automatico AK 47 Kalashnikov, che può uccidere o ferire una decina di uomini, scaricando un solo caricatore, può costare fino a 15 dollari, o un sacco di grano, o quattro capi di bestiame, a seconda dei contesti. La loro disponibilità è quasi illimitata, dopo le enormi sovrapproduzioni della competizione est-ovest della seconda metà del secolo XX. Hanno bisogno di scarsissima manutenzione e quindi durano decenni e conservano la loro letalità ben oltre gli scenari per i quali sono state costruite. Sono oggi impiegate dai bisnipoti degli ingegneri che le hanno progettate.

Il know how è relativamente elementare, alla portata, oggi, di quasi tutti i Paesi del mondo. Non solo di strutture industriali, ma anche di semplici artigiani. Al confine fra Pakistan e Afghanistan, ad esempio, vengono riprodotti alla perfezione, in botteghe di fabbri, tutti i fucili d'assalto di seconda generazione d'origine sovietica e occidentale. Ad ogni cambio di arma base dei grandi eserciti, si riversano sul mercato internazionale centinaia di migliaia, milioni di armi dalla potenza di fuoco spesso ampiamente superiore alle necessità operative degli utenti che ne vengono in possesso.

Nel mondo sono "operative", per così dire, 550 milioni di armi portatili, che provocano circa mezzo milione di decessi all'anno, milletrecento morti al giorno. Di esse circa duecento milioni sono in dotazione agli eserciti regolari, altrettanti in mano a civili regolarmente autorizzati (soprattutto negli USA), cento alle forze di sicurezza interne e il resto - qualche decina di milioni di armi, anche fra le più moderne, provenienti dagli arsenali di stati in dissoluzione - in mano a malavite più o meno organizzate, terroristi, guerriglieri, pirati, criminali di ogni genere e bande di fuorilegge.

Sono soprattutto queste ultime armi, che possono essere nascoste e trasferite con estrema facilità per anni, a portare la devastazione e la morte ai quattro angoli del mondo, non solo rendendo ingovernabili e interminabili i conflitti che si sviluppano secondo le ragioni consuete del contenzioso internazionale e intersociale, ma determinando nuove tipologie con la loro sola presenza - "causando" le guerre, non solo combattendole - e provocando fratture e rivolgimenti epocali del tessuto connettivo delle società, soprattutto quelle a sfondo etno-culturale , come in Africa.

Ad esempio determinando uno stravolgimento dell'autorità, che in certi contesti tribali si sta trasferendo sempre più dagli anziani ai giovani armati modernamente i quali diventano i punti di riferimento per l'emulazione, il consenso e la legittimità di governo (ammesso che in tali condizioni la parola "governo" abbia un significato). La saggezza e la moderazione è così soverchiata dall'aggressività e dal fanatismo tipici della gioventù più proterva, che si crede invincibile e onnipotente. Le conseguenze sono terribili e vanno molto a di là della semplice sfera della violenza. Fra le armi e l'AIDS è in atto una autentica competizione per decidere quale sarà il motivo principale che gli storici futuri chiameranno in causa per spiegare le ragioni dello sfacelo africano a cavallo del passaggio fra il secondo e il terzo millennio.

Ma i problemi non sono concentrati solo in Africa. Dovunque ci sia un collasso o una indefinizione dell'autorità centrale, uno stato di guerriglia endemica o di criminalità diffusa, la diffusione di queste armi, che hanno ormai perso la loro iniziale caratterizzazione di "leggere" e sono diventate delle vere e proprie macchine da guerra con un formidabile potenziale di fuoco, si traduce in una sorta di setticemia sociale che richiede sempre più l'intervento di autorità superiori e apparati militari pesanti con costi e perdite che la comunità internazionale è sempre meno disposta a sopportare. Diventa sempre più comune la politica delle braccia alzate al cielo, e dell'asserzione di impotenza, seguita generalmente dall'abbandono dell'attenzione mediatica sulla specifica area di infezione. Le grandi potenze si concentrano solo dove sono in gioco interessi prima alla loro sicurezza, abbandonando il resto alla legge del più forte. Probabilmente non c'è altro da fare, nelle condizioni attuali.

E, come noto, i danni non si limitano alle società sottosviluppate o in preda all'anarchia. Anche la cittadella dell'innovazione e l'emblema del futuro, gli Stati Uniti d'America, sono alle prese con il problema in termini certamente meno drammatici ma caratterizzati da un impatto mediatico incomparabilmente superiore. Una strage di centinaia di poveri cristi in uno sperduto villaggio africano o indocinese è riportata a fatica in una o due righe dei notiziari internazionali. Una strage di tre o quattro adolescenti lentigginosi in una scuola media americana diventa l'evento mediatico del mese. La perdita di prestigio e di influenza che l'America riceve da questo tipo di eventi è forse superiore a qualsiasi altro e diventa il simbolo di una presunta brutalità e decadenza del modello americano nel suo complesso, modificando percezioni molto più razionali e meditate che possono essere dedotte dalla analisi complessiva del medesimo contenitore sociale.

I costi a livello planetario che questo straripare delle armi leggere comporta in termini di sofferenze umane e perdite economiche stanno diventando intollerabili. Forse proprio la focalizzazione di queste ultime - calcolate ad esempio dall'American Development Bank in 140 - 170 miliardi di $ all'anno per la sola America Latina (secondo le dichiarazioni di Kofi Annan all'International Herald Tribune) - ha determinato la decisione di cercare di arginare in qualche modo il fenomeno. La conferenza di New York è un primo passo, e segue la serie di iniziative internazionali ONU che si sono sviluppate negli ultimi anni (decenni) a proposito di temi umanitari di ampia portata, come il controllo della proliferazione nucleare, chimica e batteriologica, la messa la bando delle mine antiuomo, la tutela dei diritti della persona e il peace keeping in genere.

L'obbiettivo questa volta è piuttosto minimalista, per la difficoltà di porsene altri più ambiziosi: si tratterebbe di stabilire una normativa internazionale che cerchi di ostacolare ed eliminare la produzione e il commercio illegale di tali armi, facendolo passare esclusivamente per venditori registrati, e contemporaneamente procedere al disarmo delle milizie irregolari armate, recuperando gli uomini che stanno "dentro" i combattenti e riavviandoli ad attività lecite. Allo stesso tempo distruggendo dovunque possibile gli stock di armi accumulate nel tempo, provenienti in genere dai residui della Guerra Fredda. Nonché ponendo in atto le opportune strutture operative per far rispettare gli standard approvati, diffondendo al contempo una cultura antitetica ai valori che la diffusione delle armi sottintende e determina.

Questo genere di iniziative è stato sperimentato ampiamente sui campi di battaglia residui della Guerra Fredda, in Africa e America Latina, nonché nelle iniziative di pacificazione dei primi focolai della Pace Calda, ad esempio nei Balcani. Ultimo e più recente caso, le 800.000 armi da fuoco diffuse presso le famiglie cossovare, due milioni di individui, un'arma per ciascuna famiglia, che la KFOR sta metodicamente scovando e distruggendo.

I risultati sono incoraggianti, se si mantiene fermo il principio del relativismo che deve improntare il giudizio sulla efficacia di una politica del tipo di quella descritta. L'obbiettivo non è, e non può essere, quello di estirpare la malapianta, la cultura della violenza dalle aree che hanno visto da sempre la guerra, la morte, la sopraffazione, l'illegalità, ma piuttosto quello di ricondurre la violenza nell'ambito delle patologie, non facendola diventare fisiologica ai rapporti sociali, evitando soprattutto che diventi "normale", cioè si articoli attraverso armi che uccidono con una efficienza e su scale che travalicano ampiamente i motivi del contendere. Le risse paesane e le faide intertribali possono essere regolate anche da scimitarre, kriss, trappole sui sentieri e frecce avvelenate, se le consuetudini e tradizioni locale lo prevedono. Ma non da missili antiaerei e mitragliatrici Gatling a tremila colpi al minuto, che determinano stragi indiscriminate che travalicano ampiamente i motivi del contendere e attivano faide e odi inestinguibili.

Si tratta di veri e propri mezzi di distruzione di massa, che alla lunga sono in grado di far scomparire la civiltà umana secondo un processo "bottom up", altrettanto efficace, anche se non in tempi più dilatati, di quello "top down" della bomba atomica.

I primi risultati della conferenza di New York sulle armi portatili non sono stati molto incoraggianti, come spesso accade in questo genere di iniziative. Ha gelato l'assise, in particolare, un intervento del Sottosegretario di Stato americano per il Controllo degli Armamenti e la Sicurezza Internazionale John Bolton, il quale ha dichiarato che Washington non sosterrà qualsiasi accordo internazionale che metta in discussione il diritto costituzionale degli americani a portare armi (e, si può dedurre, il diritto di qualsiasi cittadino del pianeta a fare altrettanto se la Costituzione del suo Stato lo prevede).

Tale posizione si trova in una obiettiva (anche se involontaria) concordanza con le opinioni degli Stati a sfondo militaristico, come Russia e Cina, che non vogliono restrizioni di sorta nel loro utilizzo delle forniture d'armi come strumento di politica estera e di acquisizione di influenza. Analoga concordanza si era già verificata a suo tempo a proposito delle mine antiuomo, a conferma forse che le autentiche Grandi Potenze non possono permettersi soverchi buonismi, a qualunque titolo, quando si tratta di capacità militari. Anche se tali buonismi sarebbero forieri di consensi e simpatie mediatiche.

Questa mescolanza da parte americana di politica interna e sicurezza internazionale non sembra comunque particolarmente appropriata, anche se forse doveva essere messa in conto. Il diritto ad armarsi da parte di ogni cittadino è un pilastro essenziale dello spirito americano, di tipo fondamentale, etico, con precise corrispondenze nella stessa epopea storica dell'Unione. Probabilmente tale diritto è, ancora oggi, un elemento cruciale del funzionamento del sistema sociale statunitense, essendo articolato in modo tale da consentire lo stanziamento, su territori immensi e spopolati, di vaste e sparse comunità multietniche e multiculturali, senza bisogno della legge marziale o di uno stato di polizia.

Ogni capofamiglia è la prima linea di difesa della compagine sociale. Se dovesse disarmarsi, sarebbero necessarie diverse centinaia di migliaia, forse milioni di carabinieri/equivalenti, con tutte le conseguenze che si possono immaginare per la fruibilità di un sistema che è nato e resta libero come connotazione fondamentale.

Nelle prigioni americane è ospitato un milione di detenuti. Confrontando tale numero con il corrispondente dato nostrale (cinquantamila) e facendo un raffronto analogo fra la consistenza di una ipotetica Benemerita americana e i trecentomila poliziotti e carabinieri che mettono dentro i detenuti italiani e ce li tengono, verrebbe fuori una cifra iperbolica: sei milioni di sceriffi. Quale sistema democratico potrebbe sopravvivere a un apparato di sicurezza di tali dimensioni?

Al posto dei milioni di sceriffi c'è l'autodifesa dei cittadini armati. Al di là delle facili critiche e di ovvie generalizzazioni, questa è la realtà obiettiva. L'unica alternativa, per un gigante demografico e territoriale di dimensioni continentali come gli USA, sarebbe un'autocrazia alla russa o alla cinese. Tenendo presente che l'autocrazia russa non ha retto alla multietnicità e multiculturalità e si è ridotta a un nocciolo duro slavo e ortodosso, mentre la Cina è un unicum irripetibile. Il suo nocciolo duro Han è prossimo al miliardo (o già lo oltrepassa), costituisce un caso a sé nell'etnografia mondiale, e l'autocrazia è congenita alla storia e alla natura dell'Impero di Mezzo.

Gli Stati Uniti sono molto vulnerabili ad ogni tipo di sfaldamento interno e hanno già vissuto sulla loro pelle i mali dello scissionismo e non si possono permettere un'autocrazia lontana anni luce dalle loro radici e dai loro riferimenti di base. Il loro è un difficile equilibrio, molto meno scontato di quanto il resto del mondo non realizzi. Fortunatamente per tutti.

La percezione di questa realtà non è immediata e non è facile esternamente al contenitore americano. Mescolare i suoi effetti con il problema della diffusione delle armi da fuoco in vaste aree del mondo che civili e autogestite non sono (e forse non potranno mai essere), appare non pertinente e potrebbe rivelarsi foriero di equivoci non opportuni.

Senza contare che qualsiasi possibile accordo scaturito dalle iniziative dell'ONU che tenesse fuori i duecentocinquanta milioni di "small arms" americane, la metà del motivo del contendere e quella probabilmente più aderente allo stato dell'arte (se tale si può definire), rischierebbe di rimanere lettera morta.

I trafficanti di armi statunitensi non sono certo meno attivi ed efficienti dei loro colleghi europei e asiatici, anche se i loro documenti commerciali sono quasi sempre formalmente ineccepibili. Le forniture belliche non sono mai state condizionate minimamente da trasparenze formali, da quando sono state inventate le triangolazioni. L'unica cosa che può realmente ostacolarle o addirittura interromperle è una autentica e condivisa volontà politica che si basi sul consenso della propria polis.

Quella americana, per ora e per molto tempo ancora, non è assolutamente ricettiva a qualsiasi limitazione al diritto costituzionale di "bear arms". Il suo governo ha preso atto di ciò e ha correttamente messo le mani avanti, facendo il proprio mestiere, che è quello di rappresentare il sentire e il volere dei propri cittadini, e non evocare utopie impossibili.

In Europa questa complessiva posizione americana non è popolare e l'argomento non è percepito negli stessi termini. L'utopia è nata qui e non ha mai trasmigrato anche se la stessa Europa, così prona all'indignazione e a sermoneggiare i suoi cugini transatlantici, trova nel suo stesso ambito, nelle sue propaggine sudorientali, ampia applicazione di altre sfaccettature dello stesso tema, compreso l'armamento individuale di civili non autorizzati e particolarmente mal disposti verso il prossimo. Senza contare il contributo che i produttori europei hanno dato e danno alla proliferazione delle armi portatili nel mondo, più spesso dirette ufficialmente a Governi legittimi, a volte triangolati in ogni dove.

E' chiaro che la posizione europea, che cerca complessivamente di ridurre a proporzioni gestibili il problema delle armi portatili, proponendo per tutto il mondo il suo modello di stretto controllo governativo della loro diffusione, ha una grande valenza etica e rappresenta un punto d'arrivo del tutto condivisibile, sia nei suoi principi ispiratori che nei suoi effetti pratici.

Punto di arrivo, tuttavia, e non di partenza. E comunque non di agevole accesso, perché presuppone quattromila anni di sofferenze, di esperienze meditate e di crescente civiltà: la Grecia, la citata polis, il diritto romano, la pietas cristiana, la Magna Charta, le Sette Province olandesi, due teste di re che rotolano dal patibolo, le rivoluzioni antiautoritarie, i diritti dell'uomo, l'illuminismo e la catarsi di due immani massacri, le guerre civili europee del secolo scorso. Quattromila anni, non quattrocento e neanche quaranta.

L'Europa può permettersi il lusso storico della generosità e della mansuetudine anche come suprema forma di realpolitik, basata sull'esito di un cammino di consapevolezza irripetibile, molto doloroso peraltro, come tutte le consapevolezze. E' auspicabile che molti si ispirino alla sua posizione prima o poi anche se è plausibile che non lo faranno tutti ed è sicuro che non lo faranno presto.

Siamo comunque alle prime battute di questa vicenda ed è possibile che le dichiarazioni iniziali dei rappresentanti statunitensi siano soprattutto volte a rassicurare l'opinione pubblica domestica che, oltre ad essere favorevole al mantenimento del diritto di portare armi, è molto influenzata dalla potentissima National Rifle Association (vicina peraltro alle posizioni repubblicane). Quando verranno focalizzate meglio le implicazioni internazionali del tema è possibile che le posizioni americane diventeranno più duttili, come del resto si rivelano in tutti gli scenari nei quali tale tema si è presentato in tutta la sua drammaticità.

Un primo punto di partenza, sul quale esiste già una concordanza universale da parte delle élite culturali internazionali, potrebbe intanto concretizzarsi nella progressiva fuoriuscita della principale fabbrica di sogni mondiale, l'infotainment di Hollywood e dintorni, dall'epica mitologica delle armi individuali, soprattutto pistole e mitragliette, che hanno un ruolo decisivo nell'assuefare la gioventù di tutto il mondo alla "normalità" dell'uccisione violenta. Se si cominciasse a ridurre di un settanta - ottanta percento le quindici - ventimila esecuzioni che il ragazzino medio vede in TV e al cinema nei suoi primi quindici anni di vita, secondo accreditate indagini sociologiche, restituendo alla morte la sua gravitas e la sua tremenda dignità, sarebbe più facile, in un secondo tempo, eliminare gli strumenti con i quali sempre più spesso, gli stessi ragazzini passano dalle favole ai fatti.