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| Anno 2001 | |
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Comincia a profilarsi un nuovo assetto delle relazioni internazionali di primo livello, quelle cioè che riguardano le superpotenze, nucleari e/o strategiche in senso lato. Esso si sta configurando di nuovo - e sorprendentemente per molti - attorno al rapporto russo - americano che sembrava una reliquia del passato buona solo per i libri di storia. Il vertice del G-8 ha sanzionato quella sostanziale adesione di massima della Russia alle nuove idee del Presidente Bush sul deterrente strategico che si era cominciato a intravedere anche al precedente vertice di Lubiana.
Come noto tali idee si basano su due capisaldi: la riduzione drastica delle armi nucleari e la messa in opera di un sistema di difesa antimissili che ponga al riparo gli Stati Uniti e i loro alleati, fra i quali potrebbe trovarsi molto presto la Russia, dagli effetti della proliferazione atomica indiscriminata che si vanno verificando. Quasi nessuno ha messo in evidenza come la condizione posta a Genova dal Presidente Putin per aderire allo Scudo Spaziale - una riduzione bilaterale e significativa degli armamenti nucleari - era appunto organica al progetto americano sin dalle sue prime battute. Sorvolo diplomatico o disinformazione voluta, fidando sulla intricata articolazione di tali questioni, nonché sulla scarsa audience mediatica dei tecnicismi che le riguardano. L'evoluzione del rapporto russo - americano può essere attribuito in larga parte all'attivismo del Presidente Putin, che ha compiuto in pochi anni un'operazione di apprendistato politico internazionale veramente rimarchevole per gli standard russi, ponendosi in grado di padroneggiare senza pregiudizi e con grande cognizione di causa tutti i principali dossier che riguardano il suo Paese. Ha contribuito in una misura che appare sempre più determinante l'avvento a Washington della nuova Amministrazione Bush, più autorevole (nonostante le vicende elettorali che avevano appannato la sua entrata in scena), innovativa e indipendente da quei condizionamenti ideologici o d'altra natura (scandali finanziari ed erotici, malcostume vario, arroganza del potere) che avevano tarpato le ali all'ultimo Clinton. E' difficile individuare quale sia stato dei due "motori" quello prevalente: probabilmente entrambi, in misura analoga, e soprattutto la loro combinazione opportunistica, che è risultata sinergica forse oltre le intenzioni, come spesso avviene nei rapporti umani, si tratti di un innamoramento o di un Patto d'Acciaio. Il Presidente russo ha focalizzato la sua percezione dei veri obiettivi del suo Paese, e soprattutto l'effettiva praticabilità del loro conseguimento, man mano che si sviluppava la frenetica offensiva diplomatica tout azimuth che ha caratterizzato il suo stile di governo. Non lo ha mai dichiarato esplicitamente ma risulta evidente che ad un certo punto è giunto alla conclusione che la ripresa della nuova Russia, dopo il disfacimento dell'impero zarista e bolscevico e il decennio di stagnazione yeltziniana, si sarebbe potuta basare solo, o soprattutto, sull'utilizzazione dei veri asset strategici che le erano rimasti: la ricchezza energetica e le vestigia della potenza sovietica. Ossia un deterrente strategico smodato per le dimensioni post-imperiali, la seconda capacità mondiale di produzione degli armamenti e un sistema educativo dimensionato per dar corpo alle ambizioni della classe dirigente di un aspirante leader planetario. All'inizio l'idea del nuovo gruppo dirigente sembrava essere quella di utilizzare questi strumenti per cercare di coagulare la tradizionale "Internazionale degli Scontenti" antioccidentale, arruolando nuovi soci: rivali geopolitici, rancorosi d'ogni risma, fuorilegge, rogue state, etc. Vendendo armi, tecnologia nucleare, energia e contemporaneamente assecondando le smanie antiglobalizzatrici di una certa parte dell'Occidente, sia a livello istituzionale che sociale e culturale, senza formalizzare tale politica più dello stretto necessario. E senza consapevolizzare troppo gli Stati Uniti, evitando di uscire allo scoperto. Trattendosi infine da quella specifica propensione all'ideologizzazione, sempre e comunque, che tanti guai ha provocato alle vicende storiche della madre Russia. Tutti gli analisti e i prefiguratori delle future rivalità planetarie avevano in mente l'inevitabile Cina, il gigante che stava per svegliarsi, come prossimo competitore strategico globale degli USA, ma chi effettivamente forniva gli artigli più pericolosi al dragone cinese (nonché all'ayatollah iraniano, al bramino indiano, al generale serbo e al bandito iracheno) era proprio la Russia. Per far cassa, sostenevano i suoi leader. Certo, per far cassa e anche per moltiplicare i focolai di crisi a ridosso o all'interno della compagine occidentale. O meglio - dati i sempre più numerosi distinguo fra le due rive dell'Atlantico - per creare il maggior numero possibile di impegni operativi al dispositivo militare statunitense (l'unico rimasto a sostenere con i fatti le posizioni occidentali nel mondo) cercando di indebolirlo con una serie incessante di difficoltà di livello sub critico piuttosto che con una sfida esplicita e globale, come aveva cercato di fare per quarantacinque anni. Caposaldo di tale politica sarebbe dovuto essere la Triplice (o Empia) Alleanza fra Cina, India e Russia vagheggiata da Primakov (e quindi, presumibilmente elaborata all'interno degli ambienti ex KGB dei quali Putin era un'emanazione) che avrebbe messo a disposizione dei quasi due miliardi e mezzo di han e indù l'energia, gli armamenti e l'esperienza strategica di Mosca. A questo gruppo si sarebbe potuto aggiungere in un secondo tempo l'Iran, se non formalmente - data la frenesia islamica del regime integralista di Teheran, destabilizzante di certi equilibri interni di tutti e tre i partner - almeno nei fatti. Fidando sulla capacità persiana di dar fastidio agli Stati Uniti, ancora ineguagliata. Questo approccio non era univoco e così chiaramente definito. Esso scaturiva dalla combinazione, solo parzialmente affiorante, di un complesso eterogeneo di impulsi provenienti soprattutto dall'apparato governativo russo, rimasto in mano a una generazione formatasi nell'epica nazional-popolare di stampo sovietico e mai rigeneratosi. La tecnocrazia più moderna e aperta ai contatti - e ai confronti - con l'Occidente si rendeva conto delle carenze di un tale disegno, della sua irrealizzabillità, e pericolosità (se si fosse realizzato) perché avrebbe scatenato una nuova competizione globale con il mondo occidentale che si sarebbe ricompattato sotto la guida degli Stati Uniti. Una Russia dal PIL equivalente a quello dell'Olanda non avrebbe potuto sostenere neanche una frazione di una simile competizione che aveva stroncato la ben più potente URSS in condizioni molto più favorevoli per Mosca di quanto non fosse adesso. Inoltre l'intesa internazionale prefigurata sarebbe stata caratterizzata dalla storica animosità fra i giganti asiatici rivali, e alla lunga la Russia si sarebbe trovata in una condizione di minorità rispetto alla Cina, che aveva uno spessore storico immenso, piena consapevolezza della sua forza e una dinamica economica e demografica ben più potente. A ridosso peraltro, quest'ultima, della spopolata e indifendibile pianura siberiana. Evidentemente, dati gli ultimi avvenimenti di Lubiana, Genova e oltre, la linea del dubbio ha finito per prevalere a Mosca, e con essa il realismo, più rapidamente e esplicitamente di quanto non fosse da immaginarsi. A tutto ciò hanno contribuito molti altri fattori: uno dei più importanti sembra essere il rapprochment indo - americano, del quale abbiamo parlato su queste pagine, qualche mese fa. L'India ha improvvisamente preso coscienza di essere la più grande democrazia di lingua inglese del mondo e di dipendere per il proprio futuro dalla tecnologia americana, che viene appresa dalle élite indiane, che studiano e lavorano con molto successo negli Stati Uniti, e travasata nel sistema economico del subcontinente con altrettanto e crescente successo. Le fortune dell'India dipendono ormai, più che dalla rivoluzione verde o dall'industria pesante di modello sovietico, soprattutto dalla padronanza dell'inglese e dall'attitudine alle scienze matematiche dei suoi abitanti. Combinate con la casualità della longitudine, queste consentono alla sterminata software community di Bangalore e dintorni di attivarsi quando quella americana va a dormire, assicurando, insieme all'omologa europea, un h-24 altamente proficua per l'informatica mondiale. Gli Stati Uniti, a loro volta, hanno realizzato che la loro tradizionale propensione per il Pakistan, nella contesa del Subcontinente, andava bene per sbarrare le aspirazioni ai mari caldi dell'impero sovietico ma non risulta più adeguata alle nuove condizioni della Pace Calda, nonchè, se vogliamo, agli "Scontri di Civiltà" prefigurati dal Professor Huntington in un suo celebre saggio. La Bomba Islamica di Islamabad non ha migliorato certamente questa percezione e sembra rappresentare un pessimo viatico per assicurarsi la benevolenza di Washington negli scenari del nuovo millennio. La combinazione di questi ed altri elementi ha portato l'India a compiere in questi ultimi sei mesi un plateale rovesciamento di alleanze che ha fatto mancare la terza gamba al tavolo ipotizzato da Primakov. Le altre due hanno fatto finta di niente e hanno lo stesso celebrato, una settimana prima del G-8, la loro storica riconciliazione dopo un quarantennio di ostilità, che tale è rimasta (la riconciliazione), perdendo in concreto quel carattere di evento epocale per la ridefinizione degli equilibri mondiali che i suoi propugnatori avevano vagheggiato. Sono seguiti gli accadimenti che abbiamo ricordato, il G-8, che passerà alla storia soprattutto per l'incontro Bush - Putin, più che per le convulsioni italiote che lo hanno seguito, la missione del Consigliere per la Sicurezza Nazionale americano Condoleezza Rice a Mosca, i colloqui Powell-Ivanov ad Hanoi, a margine dei lavori dell'ASEAN , sulle prospettive di riduzione degli arsenali strategici dei due Paesi, la decisione di procedere a consultazioni operative sullo scudo stellare fra esperti americani e russi e così via. Si dà per certo il superamento del contenzioso nucleare fra Stati Uniti e Russia, e lo stabilirsi di un autentico rapporto di alleanza fra i due antichi avversari , tenendo presente naturalmente i rapporti di forza complessivi e la consapevolezza su chi ha vinto (o ha perso) la Guerra Fredda. Una malinconica telefonata di Putin a Jiang Zemin del 26 luglio, puntualmente ripresa dalla agenzie, che ha ribadito che "la posizione russa sull'AMB non è cambiata in via di principio", non fa che mettere in evidenza l'ineluttabilità di questo processo. Come ha scritto acutamente Mario Platero sul Sole 24 Ore del 26 luglio, "oggi l'America punta al recupero della Russia per collocarla, da ex nemica, su un piano non diverso da quello sul quale si trovarono Germania e Giappone alla fine della Seconda Guerra Mondiale". Si può aggiungere che da allora i due ex nemici dell'Asse sono diventati i pilastri della comunità occidentale e i più fedeli alleati - almeno fino ad ora - degli USA in Europa e in Asia. Succederà lo stesso per la Russia? Non è inverosimile ritenere che l'adesione alla NATO del gigante eurasiatico sia solo una questione di tempo, e che avverrà nel pieno rispetto dei simbolismi rappresentativi della situazione in atto. Il mantenimento dell'Alleanza Atlantica con il suo nome e tutto il resto verrà sicuramente garantito e, se possibile enfatizzato, e non, come hanno chiesto i dirigenti russi cominciando a mettere le mani avanti, mascherato o minimizzato, cambiando acronimi e statuti. |