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| Anno 2001 | |
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E' difficile esprimere qualcosa che non sia stato già detto, a proposito dell'evento più trattato - in tempo reale, o quasi - di tutta la storia dei mezzi d'informazione. Al di là della sua tragica spettacolarità, della risonanza mediatica che giustamente ha avuto e dello shock che ha provocato, per la Pearl Harbour dell'11 settembre 2001 (quasi sessanta anni esatti dopo l'originale) sembrano profilarsi una serie di conseguenze che potrebbero andare in direzione opposta a quella che gli autori presunti (o che vengono indicati come tali dai media) verosimilmente si prefiggevano. E' il caso di accennare a qualcuna di tali conseguenze.
Dopo la spaventosa giornata alla quale tutti abbiamo assistito il mondo occidentale (e Atlantico in particolare) si è ricompattato come non succedeva dai tempi della crisi di Berlino del '48 o di Cuba nel '62. E rispetto ad allora, si è verificato un grado molto maggiore di assunzione di consapevolezza da parte di un consesso assai più variegato di posizioni nazionali. Russia, India, Cina, eccetera. Non si è trattato di un processo essenzialmente politico, o limitato a particolari intese di vertice, ma ha interessato uno spettro di valenze emozionali, culturali, ideologiche, affettive così profonde e afferenti a milioni di individualità da non aver riscontri o esperienze precedenti. I cittadini del mondo avanzato hanno sentito l'evento come la perdita di un loro parente o caro amico, con un'intensità e un coinvolgimento personale che può avere qualche riferimento in recenti eventi di forte impatto mediatico, come la morte e i funerali di Lady Diana Spencer, su una scala naturalmente molto più vasta. La gente dovunque ha visto nel crollo dei mitici Twins, idolatrati in decine di film e telenovelas e zeppi di segretarie in carriera e di finanzieri alla Tom Cruise un personale e collettivo lutto che tra l'altro ha messo bruscamente fine alla visione ludica di una New York spensierata e gaia che non dorme mai perché è costantemente impegnata a sognare e a far sognare. Sono stati spazzati via di colpo, un po' dovunque, gran parte delle idiosincrasie antiamericane, le rivalità pregiudizievoli, i pregiudizi ideologici, i contrasti di interesse, le espressioni più radicate di odio e irriducibile ostilità che a volte risalivano a molti decenni di contrapposizione totalizzante. Tutti si sono riscoperti un po' yankee, da Chirac a Bertinotti, da D'Alema a Fisher, a Bossi, al direttore di Le Monde, a Heider, a Putin, ai mandarini cinesi, persino agli ayatollah. Parafrasando Croce, tutti si sono resi conto di "non potere non sentirsi americani". La cultura europea, in particolare, tradizionalmente antipatizzante verso i valori e i modelli d'oltre oceano - non solo la sua componente marxista ma un po' tutta - si è scoperta sulla mano sul cuore a cantare God Bless America. Non era mai successo dopo il 1945. Anche la Russia. L'evento più impensabile dopo l'attentato a un Papa sembra aver accelerato l'avvicinamento fra la Terza Roma e la sua matrice occidentale verso il suo naturale e prevedibile epilogo, cioè l'integrazione completa della Federazione russa - e probabilmente delle propaggini europee dell'ex impero autocratico - nel sistema atlantico allargato, con la riassunzione da parte di Mosca del suo ruolo di Grande Potenza nel concerto europeo, stretto e allargato, a la carte, con Nordamerica e Pacific Rim. Il tradizionale blocco giudeo-cristiano sembra aver ritrovato la sua dimensione e le ragioni della storia riprendono il sopravvento sulle estemporaneità delle scienze sociali tracimate oltre il dovuto. Di tutto ciò si erano avuti evidenti e importanti anticipazioni, sia nel rapporto cordialissimo e le interdipendenze economiche che i leader russi avevano stabilito in Europa, che nel più recente sboccio di simpatia e interessi convergenti fra americani e Russi a Lubiana, Genova, e Mosca. Non solo, in quest'ultima capitale, nella missione di Condoleeza Rice, ma soprattutto nella più recente missione di Sharon, mentore di un'inedita alleanza antislamica. Questo evento assume quasi una valenza profetica e anticipatoria. Uno dei principali argomenti in agenda nell'incontro del Primo ministro israeliano con Putin riguardava la necessità dello stabilirsi di una collaborazione triangolare dei principali servizi di intelligence dei Paesi bersaglio dell'integralismo islamico - Mossad, CIA e Fsb, l'ex KGB - volta soprattutto ad arginare la marea montante del terrorismo sponsorizzato dalle varie specificità locali di tale integralismo. L'argomento era talmente importante, e talmente indispensabile la necessità di una convergenza fra le più agguerrite capacità professionali del settore nel campo del SIGINT e dell'osservazione satellitare (NSA statunitense) e dell'Humint (Mossad), con le frequentazioni quarantennali dei russi con il mondo arabo (associate alle esperienze operative in Cecenia), da far ipotizzare un patto di ferro fra i tre Paesi sul tema e conseguentemente su tutto il resto. Per la Russia lo Scudo Stellare diventava quasi un dettaglio, a fronte del rango recuperato nell'entrare a far parte del più importante direttorio a tre della regione eurasiatica, insieme alle maggiori potenze militari del pianeta. Senza contare la possibilità di avere accesso alla tecnologia israelo-americana e di poter godere della benevolenza globale della comunità finanziaria ebraica internazionale. Alleggerendosi al contempo di un altro milione di ebrei russi che gli israeliani richiedono insistemente - dopo il milione già emigrato - per fronteggiare le demografie arabe. E' più che evidente che se una tale collaborazione fosse stata in atto già da tempo forse sarebbero state possibili precauzioni e avvisaglie che apparentemente non si sono verificate prima dell'11 settembre. In due ore - tornando alle conseguenze impreviste dell'attacco - gli USA hanno completamente rovesciato la loro riverberazione più recente verso il mondo esterno. Da Iperpotenza arrogante e isolazionista, un po' forcaiola e irresponsabile, l'America è stata improvvisamente percepita come una comunità aperta e operosa, vittima di un atto talmente odioso e sproporzionato rispetto agli eventuali demeriti da risultare incomprensibile ai più. Atto che trae la sua apparente origine da un'ossessione patologica verso il ruolo dell'America nel contenzioso israelo-palestinese, dato che gli atti terroristici che ne sono scaturiti riguardano solo la Superpotenza stellata, unico protettore di Gerusalemme, e non anche le Potenze che hanno avuto un ruolo non marginale nel contenimento di altre arroganze arabe, come ad esempio il Regno Unito. Gli aerei della RAF pattugliano da dieci anni la no fly zone sopra l'Irak e ne bombardano le postazioni antiaeree, mentre la diplomazia britannica si oppone fieramente alla rimozione dell'embargo antiracheno. Ma gli inglesi non hanno mai tenuto un atteggiamento particolarmente filoisraeliano e condividono la sostanziale equidistanza dell'Europa fra i due contendenti in Terrasanta. Anche le accuse antiamericane che venivano da una parte dell'Europa (ma non solo, si pensi al Giappone) di superficialità edonistica, consumistica e un po' codarda, che sembrava aver corrotto e svilito lo spirito americano, si sono liquefatte di fronte alla straordinaria prova di compostezza, stoicismo e compattezza sociale dei quali i cittadini statunitensi hanno dato prova, senza enfasi e retorica e, ancora più straordinario, senza propositi di sfracelli e proclami di vendetta. Si è espresso un senso virile e austero di contenimento del dolore, un grande sangue freddo e la massima determinazione a non farsi atterrire e annichilire psicologicamente dal disastro. La battaglia mediatica, elemento cruciale del moderno terrorismo, è stata vinta dagli Stati Uniti, senza ombra di dubbio. Dopo un primo pomeriggio di sbigottimento e di panico, la platea mediatica del mondo si è ripresa proprio assistendo alla ripresa del popolo americano, della gente della strada, con la sua dignità e il suo eroismo multietnico e multiculturale, così moralmente superiore al fanatismo sostanzialmente razzistico dei terroristi. Per contro, l'episodio ha determinato un effetto di screditamento e quasi di demonizzazione per la causa della rinascita araba e islamica in genere. I palestinesi, i ceceni si sono trasformati quasi all'istante da simboli del martirio a una genia di fanatici irresponsabili e dannati della terra, irrimediabilmente persi a qualsiasi recupero di convivenza. Una feccia. Non è escluso che tutto ciò porti a rafforzare e riabilitare le pulsioni xenofobe presenti in Occidente, con un forte ispessimento delle barriere contro l'immigrazione clandestina e l'apertura all'Islam. La visione huntingtoniana di un inevitabile scontro fra civiltà ha molte probabilità di affermarsi surrettiziamente come filosofia di base per la difesa del mondo avanzato e condurre allo stabilirsi di una visione autoritaria, o più autoritaria di quanto non sia stato finora, dei rapporti sociali e internazionali. Anche a detrimento della incondizionata fruizione delle libertà individuali, considerata ormai un lusso non più sostenibile, con la quale è arrivato il momento di saldare il conto. In un tale contesto, nello stesso Occidente si potrebbe assistere ad un rilancio degli strumenti militari e di sicurezza in genere. Il "dividendo della pace" del "dopo Muro" si è esaurito. E quindi: ripresa delle spese militari, potenziamento dei servizi di intelligence (e loro riabilitazione culturale, dopo le accuse di fellonia irresponsabilmente distribuite per un trentennio), assunzione di una prospettiva di tipo strategico-militare nella definizione delle linee di sviluppo di ogni società. In sintesi, affermazione del modello "Israele" come riferimento operativo per strutturare l'articolazione dei moderni Stati. |