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| Anno 2001 | |
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Per la prima volta nella loro storia, gli Stati Uniti non hanno, in quella che è stata definita una "guerra" (dopo dieci anni di gerundi esemplificativi della pace), un preciso nemico da demonizzare, concreto, credibile, localizzato, formalizzato. Dopo gli inglesi, gli indiani, i sudisti (o i nordisti), i messicani, i tedeschi, i giapponesi, gli italiani, i sovietici, i nordcoreani, i vietcong, gli iracheni, i serbi, questa volta, dopo due secoli di battaglie, le Stelle e Strisce devono fronteggiare un'ombra, una congettura, una rete transazionale, una cultura millenaria, addirittura una trascendenza fanatizzata. Troppo e troppo poco.
Non aiuta l'intrinseca ambiguità della quasi totalità degli stati islamici arabi e non solo (si pensi a Iran, Pakistan) - messa abbondantemente in luce da molti autori - che hanno un atteggiamento bifronte nei confronti dell'egemonia planetaria degli USA e del fondamentalismo integralista che lo combatte, al di là delle generiche dichiarazioni di comprensione e appoggio al difficile momento che gli Stati Uniti attraversano. E' stato ripetutamente messo in luce che le stesse classi dirigenti arabe che vestono all'occidentale e usano il lap top per il loro affari (con l'Occidente) si sono segretamente rallegrate per vedere gli USA metaforicamente in ginocchio a patire gli stessi guai dei quali soffrono, secondo una percezione molto diffusa nella cultura islamica, i confratelli libanesi, palestinesi, iracheni, algerini e afghani. Tutte vittime dirette o indirette , secondo la stessa cultura, dell'imperialismo statunitense. L'insieme di questi fattori mette molto in crisi la capacità americana di fare la cosa giusta, come succederebbe a qualunque altro popolo. Si fa sempre più concreta, allo stesso tempo, la impossibilità per gli stessi Stati Uniti di tenere a freno le proprie impotenti e giustificatissime frustrazioni evitando di menare fendenti alle ombre e alla cieca e di fare quei "danni collaterali" che proprio ora è l'ultima cosa da auspicarsi evitando di cadere, se possibile, nella trappola dell'evidente provocazione dei mandanti del terrore suicida di New York e Washington. Il pericolo è stato messo in luce da numerosi e autorevoli analisti, ed è presente all'Amministrazione americana, tanto da aver determinato al suo interno una certa dicotomia sull'approccio da seguire nella gestione della ritorsione. Alcuni, come il Segretario alla Difesa Rumsfeld, ritengono che "gli Stati che supportano i terroristi hanno forze armate e capitali e infrastrutture di alto valore" che forniscono concretezza e obbiettivi alla possibile azione militare statunitense. Gli fa eco il suo vice Wolfowitz che ha parlato di "terminare (ending) i Paesi che sostengono i terroristi". Altri, fra i quali gran parte dei veterani di Desert Storm del '91 (fra i quali forse lo stesso ex Presidente George Bush senior) ritengono che contemporaneamente ad una iniziale e inevitabile azione militare di facciata si debba mettere insieme, a sostegno della strategia di Washington, la più larga coalizione internazionale possibile in modo da conferire profondità, autorevolezza e legittimità mondiale alla lunga e difficile guerra che l'America muoverà al terrorismo integralista. Comportando, insieme ad esse, le inevitabili approssimazioni e compromessi dei larghi consessi. Non è chiaro per ora quale delle due concezioni (e conseguenti approcci operativi) prevarrà, se ciò avverrà, o piuttosto come si configurerà la probabile sintesi complessiva delle varie posizioni. Non è inverosimile ritenere che alla fine l'atteggiamento americano sarà da falco all'inizio e - se non da colomba - da aquila, più riflessiva e ponderata (se la situazione non sarà nel frattempo sfuggita di mano) nel prosieguo dell'azione. Questa sarà - come messo ripetutamente messo in luce dal Presidente Bush - lunga, complessa, capillare, multidisciplinare e incentrata, più che sulla flessione dei muscoli militari, sulla politica, l'intelligence, il rafforzamento delle misure di sicurezza internazionale e dei legami di interdipendenza culturale e economica fra le diverse parti del mondo. Per ora, se non altro per ragioni temporali ed emozionali (e per dare un indispensabile segnale di forza a chi rispetta sostanzialmente solo quella) è il momento del falco. La fase è decisamente militare. Si afferma la sindrome di Pearl Harbour e il riflesso condizionato alla Dolittle, lo spericolato raid aereo su Tokio che seguì immediatamente il "giorno dell'infamia" sulle Hawai, il 7 dicembre 1941, reso popolare nel mondo da un recente film di successo, quanto mai profetico in modo del tutto casuale. Fare qualcosa di eclatante, subito, per mostrare al nemico e a se stessi che non si è a terra, che la riscossa è già cominciata. Il 'Can Do", risorsa tipica dello spirito americano, alieno dai ritmi lenti dei millenni della storia (che non ha mai conosciuto) e dalle sue ipocrisie, e propenso all'azione immediata, spettacolare, quasi cinematografica, sempre e comunque. Troppi film hanno mostrato che in sole due ore, dopo novanta minuti di nefandezze dei cattivi, Harrison Ford prevale, e anche abbastanza rapidamente. Il problema qui è che Harrison Ford potrà fare la sua apparizione significativa, da protagonista, non prima di svariati mesi, se non anni. Al suo posto potrebbe addirittura fare una decisiva anche se sommessa comparsa una miriade di grigi comprimari: sherpa politici, diplomatici, prelati, intellettuali, uomini d'affari, spie, personaggi della cultura e dell'entertainment. Tutti all'interno di un brulicare sommesso di iniziative che tentino di fare l'unica cosa sensata: convincere definitivamente le elite e le nascenti classi medie della Rinascita Islamica che, nonostante tutto, il futuro loro e dei loro Paesi sta dalla parte della modernità e non di quella del medioevo. Le frustrazioni e le ferite dell'orgoglio determinate dall'impatto della contemporaneità con le loro società sono ben poca cosa a confronto dell'abisso e del nulla che si spalancherebbe dovunque se essa fosse sconfitta su base planetaria - cosa poco probabile - o anche solo estromessa dal mondo arabo, ricacciata ai tempi dell'Egira da qualche calcolo sbagliato o da uno sciagurato confronto globale con l'Occidente che nessuno vuole ma dal quale la Rinascita dell'Islam uscirebbe con le ossa rotte. L'Occidente e l'America possono aver commesso molti errori, anche gravi, e alimentato diverse suscettibilità giustificate e non ma l'alternativa non possono essere i talebani e le televisioni impiccate, e neanche il crollo dei falansteri rappresentativi della modernità, con i detentori del know how dentro. Quello stesso know how che ha reso il mondo un luogo infinitamente più sicuro, giusto e degno di essere abitato di quanto non sia stato mai, per merito di tutti. Anche di coloro che oggi rinnegano se stessi, e la loro grande civiltà che un tempo lo aveva illuminato. |