Anno 2001

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Guerra al terrorismo: le prospettive dell'opzione militare

Andrea Tani, 24 settembre 2001

Raramente nella storia un'operazione militare e stata caricata di tante aspettative e timori a livello di opinione pubblica intenzionale come quella che il mondo sta attendendo da un momento all'altro da parte del dispositivo che Stati Uniti e Regno Unito stanno ammassando nell'area dell'Oceano Indiano e del golfo Persico. Dovendo necessariamente svilupparsi - l'operazione militare in questione - attraverso modalità che sono da presumersi segrete, clandestine, irregolari, fuori dagli schemi convenzionali e tradizionali, e senza particolari vincoli temporali. Questa duplice esigenza - l'urgenza di una reazione clamorosa, esemplare e deterrente, e la necessita operativa di una protratta furtività - è contraddittoria e pone non pochi problemi al Governo americano e ai suoi pianificatori americani.

Essi si trovano alle prese con un'ulteriore complicazione. La componente militare della manovra complessiva per sconfiggere il terrorismo islamico fondamentalista e le sue ramificazioni internazionali dovrebbe tendere sia alla neutralizzazione immediata della minaccia più pericolosa e immanente - come, oggi, Bin Laden e tutto quello che sottintende e rappresenta - che all'esercizio di una decisiva e convincente pressione strategica su tutti i mandanti e i sostenitori del suddetto terrorismo, che gode di vaste e ramificate complicità. Se quest'ultimo è presente in un numero incredibilmente elevato di Paesi - da venti a sessanta, a seconda delle varie interpretazioni - non è certo solo per una distrazione, voluta o inconsapevole, delle autorità di polizia, come certamente e avvenuto in qualche santuario dei diritti civili.

Nel mondo islamico, in particolare, ciò e avvenuto perché il potere protegge e incoraggia consapevolmente il terrorismo anche non combattendolo o ignorandone le attività, secondo un atteggiamento schizofrenico che non può essere completamente compreso in diversi contesti culturali e storici, e non certamente in Occidente. Se la maggioranza dei Paesi arabi filoccidentali, totalmente controllati dalle autocrazie dominanti, come tutti gli altri, hanno mantenuto rapporti diretti con movimenti integralisti che hanno un'ala militante terroristica, non è solo per proteggersi. E' anche per un profondo e inconfessabile convincimento ideologico basato sulla credenza diffusa in vasti strati di tali società, anche quelli più evoluti, che alla fine i terroristi rappresentino gli interpreti più autentici, anche se irriducibili e negati ad ogni compromesso, dello spirito islamico originario. "Compagni che sbagliano" nei mezzi ma non nei fini. Essi sono percepiti come tradizionalisti duri e puri, e non come rivoluzionari eversivi. Rappresentano quindi una sorta di custodi ipernazionalisti dell'identità araba.

Questa situazione di fondo rende molto difficoltosa la traduzione in una strategia militare delle generali istanze di sicurezza generate nei mondo occidentale e in particolare negli Stati Uniti dagli eventi dell'11 settembre. Come si è detto tale pianificazione deve provvedere all'immediato soprattutto per rincuorare l'opinione pubblica del Paese, depressa e colpita dalla catastrofe dei Twins più di quanto era sembrato in un primo momento, consentendo di dare significato a quell'esortazione del Presidente Bush a rimettersi in marcia. In una prospettiva più ampia deve costruire un architettura di sicurezza e prevenzione che dia stabilità al mondo e superi la terribile crisi che si sta profilando. In particolare convincendo i poteri forti e deboli che sostengono il terrorismo - senza distinzione o riguardi per alcuno - ad abbandonare l'impresa, perché i danni che il prosieguo di un tale atteggiamento comporterebbe, in assenza di una vera prospettiva di successo, superano di gran lunga gli ipotetici vantaggi e la gratificazione connessa con l'appagamento di rancori storici repressi.

Questa duplice esigenza si riflette nella composizione delle strutture militari angloamericane che sembrano prendere forma (o si profilano) in questi giorni. Da un lato un agile dispositivo offensivo volto alla cattura e alla neutralizzazione immediata del bersaglio visibile e certo (o presunto tale): Bin Laden e i suoi reparti combattenti in Afghanistan e forse nei Paesi più riottosi e fuorilegge, Yemen, Iraq, Sudan, Valle della Bekaa. Quindi unità aeree da bombardamento "speciale", armi di precisione e da penetrazione, missili da crociera, "gunship" e assetti EW, tutti associati a reparti specializzati per la soppressione delle difese aeree e il Combat SAR. Nonché un esteso impiego di forze speciali, che potrebbero avere in questa fase delle operazioni un ruolo dominante. Comunque si voglia chiamare, questa campagna potrebbe rappresentare per Berretti Verdi, Delta Force, SAS, SEALs ed epigoni quello che è stata la campagna di Francia dell'estate del Quaranta per le forze corazzate e la guerra del Pacifico per Aviazione navale: il vero battesimo del fuoco su vasta scala e la loro applicazione più decisiva.

E' possibile che per le operazioni nel solo Afghanistan siano sufficienti le forze che sono già presenti in zona o stanno affluendo in questi giorni dagli USA (due portaerei, circa quattrocentocinquanta aerei da combattimento e un numero imprecisato di reparti speciali) considerando che per una circostanza non si sa quanto casuale e prossima alla scena d'azione una forza da battaglia britannica di una consistenza mai raggiunta dai tempi della campagna delle Falkland: una portaerei, due sommergibili nucleari, marines, SAS, e diverse altre unita della RAF e della Royal Navy. Ventimila uomini in totale. La forza era destinata a mostrare bandiera nel Golfo, a rappresentare il Regno Unito presso i lucrosi mercati di armamenti dell'area e a svolgere esercitazioni con le FFAA dell'Oman, ma probabilmente si occuperà d'altro (per esempio del teatro yemenita prossimo allo stesso Oman).

Le altre unità che si stanno dislocando in zona - soprattutto due altre portaerei provenienti dalla Virginia e dal Giappone - non arriveranno prima di una dozzina di giorni e quindi sono indisponibili per quell'attacco imminente e limitato che gran parte dei commentatori danno per certo. Potranno unirsi alle forze già impegnate in un secondo momento e/o dedicarsi a neutralizzare obiettivi in altri scacchieri. Ad esempio nella terra di nessuno della citata valle della Bekaa, in Libano, magari durante il transito verso il Mar Rosso della portaerei "Roosevelt", che entrerà in Mediterraneo fra pochi giorni, per proseguire verso l'Oceano Indiano via canale di Suez, Fratelli Musulmani egiziani permettendo.

II tutto nella prospettiva di dare man mano consistenza alla costruzione di quel potente dispositivo di forze che stazioni in permanenza nell'area del Mar Rosso - Golfo - Oceano indiano con una funzione deterrente verso queste e altre avventure. Esso dovrebbe comprendere anche un contributo dei Paesi europei, sotto egida UE o NATO (anche se l'area in questione ed esterna ai limiti formali di copertura del Trattato del Nord Atlantico), nonché forse di altri partner, come la Russia e l'India, i quali hanno approfittato della crisi per accelerare il loro processo di avvicinamento all'Occidente. La seconda, in particolare, sta dimostrando un attivismo filoamericano superiore a quello di qualunque altro Paese, ad eccezione del cugino britannico, offrendo basi nel nord del Paese (prossime ai santuari afgani dei fondamentalisti), intelligence, sostegno logistico e comprensione totale.

La collaborazione di tutti questi Paesi, e di altri dalle prospettive più incerte - come ad esempio il traballante Pakistan, diviso fra le necessità e le attrattive della realpolitik e le pulsioni di affinità razziale e religiosa con gli ex alleati Talebani - renderà possibile lo stabilirsi di una rete di basi organica e articolata, che permetterà di ovviare al principale problema dello stazionamento di grossi dispositivi militari in queste aree, le distanze e l'esiguità del supporto logistico possibile. E' verosimile, in un futuro non cosi lontano, la prospettiva di una NATO traslata di 5-6 fusi orari verso Est (una riedizione della CENTO degli anni '60) e integrata con le massime potenze regionali dell'area. Se cosi dovesse essere, si tratterebbe di un importante risultato, che potrebbe ridare serenità al mondo e consentire di stabilizzare un'area che sotto diverse modalità sta provocando i peggiori mal di testa strategici dalla fine della Guerra Fredda. In tale prospettiva, nella NATO traslata di vari fusi, quale potrebbe essere il contributo del nostro Paese Tralasciando gli aspetti di politica interna e le problematiche connesse con il fatto di ospitare il massimo centro religioso dell'occidente, i quali, da soli, richiederebbero un trattato, si può dire che tale contributo potrebbe essere considerato solo nel quadro di un accordo europeo, per esempio nell'ambito dell'Eurocorpo. In tale contesto, come noto e come abbiamo già messo in evidenza in precedenza, l'Italia si e impegnata a fornire un ragguardevole complesso di forze, soprattutto navali, attingendo ai suoi centri di eccellenza, che non sono moltissimi.

E' improbabile che, perdurando gli attuali impegni balcanici che di fatto saturano le risorse dell'Esercito, le nostre FFAA possano mettere a disposizione di un dispositivo occidentale dell'Oceano Indiano - Golfo Persico più di una task force navale bilanciata, con velivoli, reparti di fanteria di marina e incursori, e un'aliquota di velivoli da combattimento della consistenza analoga a quella della Guerra del Golfo (10-12 velivoli). Dipenderebbe molto dal citato teatro balcanico, che potrebbe anche scadere rapidamente di importanza e priorità per l'Occidente Atlantico (liberando anche risorse italiane) ed essere riconsegnato in gestione a una Serbia democratica, più ragionevole e rispettosa delle diversità. E' da considerare, però, che l'Italia ha speciali responsabilità verso l'Albania, paese islamico avversario secolare degli slavi ortodossi. Tali responsabilità non possono essere verosimilmente assunte dalla Serbia, ne ora ne mai. E nessun altro e in grado o vuole subentrare. E' possibile quindi che il nostro esercito sia costretto a confermare una vocazione balcanica dalla quale non sarà tanto facile uscire.

Se dovesse concretizzarsi da parte degli USA una richiesta di collaborazione militare ai suoi alleati europei più anticipata, nei prossimi mesi o settimane, e probabile che una eventuale partecipazione italiana di sostanza, che non aggravasse cioè i problemi logistici dei grandi protagonisti, potrebbe limitarsi agli incursori della Marina e dell'Esercito (che si trovano, soprattutto i primi, ad uno standard operative di primissimo piano, quasi ai vertici della categoria) nonché a selezionate aliquote navali ed aree. Le prime sarebbero forse più plausibili e gradite, per la credibilità operativa che hanno raggiunto in cinquanta anni di attiva militanza NATO, e la loro indipendenza dalle basi, non di facile reperibilità all'undicesima ora, come le vicende del Golfo nel '91 hanno insegnato.