Anno 2001

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Cosa è cambiato dopo l'11 settembre nei rapporti fra le Grandi Potenze

Andrea Tani, 1 ottobre 2001

E' stato ripetutamente affermato, e con ragione, che l'11 settembre rappresenta uno spartiacque fra due differenti fasi storiche della contemporaneità. Una di esse è stata analizzata con dovizia di mezzi e di intelligenze. Sull'altra, quella che è cominciata da neanche due settimane, non sappiamo praticamente nulla, perché, pur teorizzandola estesamente nella fiction e nelle analisi dei Servizi Segreti - largamente inascoltate, queste ultime - non ce l'aspettavamo e quindi non ci eravamo mai realmente concentrati su di essa. Ogni giorno scopriamo novità che non dovrebbero essere assolutamente inedite.

Per focalizzare meglio la massa di informazioni che scaturiscono a getto continuo potrebbe non essere inutile qualche considerazione preliminare sull'atteggiamento che hanno assunto i principali attori geopolitici all'indomani del fatidico giorno, soprattutto in relazione alla posizione assunta dagli Stati Uniti. Sono naturalmente escluse le Potenze islamiche, direttamente impegnate nella contesa, per le quali non si può parlare di una variazione permanente del proprio atteggiamento strategico, quanto di una navigazione a vista, dettata dalle urgenze del giorno. Le principali posizioni dei Grandi possono essere così sintetizzate:

L'avvicinamento della Russia agli Stati Uniti, e all'Occidente in genere, può essere considerato come uno dei maggiori risultati positivi indotti, incidentalmente, dall'evento. In una prospettiva storica, esso avrà probabilmente una tale importanza da sovrastare, forse, il significato del crollo delle Twin Towers, anche se oggi ciò appare impossibile. Il citato avvicinamento preclude con tutta probabilità ad un rientro della Russia, con tutti gli onori e gli orpelli del caso, nel club ristretto dell'Occidente, in quel ruolo di grande potenza conservatrice e stabilizzante che era sempre stata prima della follia della Rivoluzione d'Ottobre, e del conseguente rovesciamento di vocazione, in un'operazione che aveva snaturato il ruolo storico tradizionale della Grande Russia. Stiamo presumibilmente per assistere alla riedificazione della tradizionale barriera cristiana dell'Europa contro quella minaccia asiatica alla quale, peraltro, si può far corrispondere in senso storico e geografico anche l'attuale islamismo fondamentalista, dopo i mongoli, i tartari e tutto il resto.

Tutto ciò comporta per la Federazione moscovita la conferma di un ruolo da Grande Potenza, con una sua area di influenza geopolitica e uno spettro di interessi diversificati, che vengono riconosciuti legittimi e accettati dall'Occidente. Senza più interferenze delle Cancellerie, dei Servizi e, si spera, dei media dell'Occidente. A questo punto non è tanto verosimile un'adesione di Russia nella NATO, come avevamo scritto qualche settimana fa, ma una vera e propria stipula di un'alleanza formale fra la NATO e la CSI guidata dalla Russia, anche se non formalmente reincorporata nell'Impero. Una siffatta alleanza poi già esiste, in nuce, e si chiama "Partnership for Peace". La guerra fredda è veramente finita, ed è anche conclusa la degradante parentesi yeltziniana - la Weimar russa - forse inevitabile, anche se certamente utilizzata da qualcuno oltre i limiti del buon senso. Fortunatamente, e non per merito di quel qualcuno, non si è avuto un altro Hitler.

Per la Cina non si può affermare che sia successo altrettanto. L'Impero di Mezzo ha dato, sì, benigna prova di comprensione, ma limitata alla cooperazione nell'intelligence e alla generica condanna di un fenomeno eversivo che preoccupa Pechino non poco. Ma sempre con l'occhio attento ai puntini sulle i, e soprattutto a che l'egemonismo (vero o presunto) di Washington non straripi, approfittando di una utilizzazione sapiente della solidarietà mondiale che l'evento ha generato. In prospettiva la Cina si augura che gli USA non ne siano agevolati più del necessario dalla tragedia di Manhattan. E d'altra parte gli episodi di Sarajevo, Taiwan e Hainan non sono stati dimenticati, né lo potrebbero essere, da parte di una realtà politica che può permettersi di pensare in termini di centinaia di anni, e per la quale la perdita di vite umane dei Twins equivale a quella di una media alluvione primaverile di uno dei suoi immensi fiumi, in qualche sperduto distretto. Le realtà della geopolitica non possono essere dimenticate neanche dopo il fatidico 11 settembre.

La Cina ha messo molta enfasi sul ruolo dell'ONU, che secondo Pechino e non solo dovrebbe essere investito in modo globale della materia antiterrorismo, come già succede per le grandi tematiche mondiali, la droga, l'ambiente, le malattie, le valenze universali, eccetera. E forse potrebbe essere una buona idea, per dare sostanza ideologica e fondamenta etiche a una battaglia che prima di tutto è contro un metodo di lotta, più che contro uno specifico episodio. Si deve poter affermare il diritto delle comunità umane a vivere senza rischiare di essere spazzate via dal primo gruppo che non condivide i loro valori, o si ispira a dottrine fortemente ostili ad esse. In un certo modo, la "guerra" che ha avuto inizio contro il terrorismo ha molte analogie con la citata lotta contro la droga, per i pericoli di annichilimento della convivenza umana che entrambe comportano e il loro potenziale di destabilizzazione del contesto sociale. Anche se, a rigore, lo scopo fondamentale della droga è volto ad una esaltazione artificiale delle condizioni di spirito del singolo, che poi alla lunga paga duramente l'ebbrezza, e non alla sua distruzione, tout court, come è invece il caso del terrorismo. La distruzione indotta dagli stupefacenti è una loro conseguenza farmacologica, non un fine, come nel caso del nichilismo terrorista.

Analogamente al caso della Russia, l'11 settembre ha impresso una fortissima accelerazione a un idillio indo-americano che già stava nascendo e del quale avevamo già riferito su queste pagine. Essendo accomunati, entrambi i paesi, dalla eguale militanza antifondamentalista, dalla diffidenza verso la Cina, dalla comune simpatia (ora) per la Russia, dagli interessi comuni in campo economico (informatica e tecnologia), e dall'inglese. E se vogliamo anche dalla comune sintonia verso la trascendenza, che ha un enorme ruolo in entrambe le società senza interferire nelle competenze di Cesare, ossia senza mettere in discussione la natura laica delle istituzioni. Sotto quest'aspetto le due esperienze dovrebbero trovare il massimo possibile di imitatori, non solo nei Paesi del Terzo Mondo. E infine, i due Paesi sono accomunati dalla natura democratica delle due grandi e composite comunità multirazziali e multiculturali. Assonanze non marginali e non episodiche, che potrebbero avere una decisiva influenza sul futuro dell'Asia e, in prospettiva, sugli equilibri complessivi del mondo, appena l'India varcherà quella soglia dello sviluppo alla quale potrebbe essere non così distante come si crede.

Il Giappone ha approfittato della richiesta americana di aiuto per fare un altro piccolo passo avanti verso la riassunzione di un ruolo strategico corrispondente alla sua statura economica. Ha promesso sostegno logistico, medico, economico, intelligence, e persino l'invio di unità navali nell'Oceano Indiano, con esclusivi scopi di supporto informativo. Pare sia una mossa di un'audacia impensata. I tempi e le modalità attraverso le quali questo processo si esplica sono imperscrutabili per la cultura occidentale e lasciano intravedere l'ampiezza e la profondità del trauma della sconfitta del '45. D'altra parte l'omogeneità razziale e le diversità somatiche rendono pressocché inesistente il problema di una pressione islamica alle frontiere nipponiche, o minacce terroristiche islamiche all'interno del Paese, anche perché l'integralismo musulmano dell'Asia occidentale è ben poca cosa, limitato soprattutto alle Filippine. Il pericolo terroristico in Giappone è un fatto interno, legato a quella cultura imperscrutabile di cui sopra. Sfido chiunque ad aver capito, esternamente alla cerchia degli specialisti, le motivazioni e la stessa ragion d'essere delle sette fanatiche che hanno provocato l'unico serio attacco chimico della modernità, nella Metropolitana di Tokio.

Sull'Europa, conferme e novità. Le prime, sono legate all'immediata, affettuosa e partecipe solidarietà della quale i Paesi del Vecchio Continente hanno dato prova all'indomani della tragedia, solidarietà culminata nell'immediata approvazione in sede NATO del famoso articolo 5 della Carta Atlantica (approvazione che a suo tempo era stata negata all'Italia, e anche con una certa condiscendenza, dopo i missili di Lampedusa). Le novità riguardano lo smorzamento dei toni critici contro l'egemonismo dell'Iperpotenza americana (e l'abbandono dell'attribuzione stessa di Iperpotenza a quest'ultima, data l'evidente manifestazione di vulnerabilità dell'11 settembre) da parte dei governi europei normalmente più polemici. Anche a causa di una pressione maggiore del prevedibile da parte delle varie opinioni pubbliche, ferite in uno dei loro simboli personali e collettivi, nel loro privato pezzo di America. Lo spessore di entrambi - solidarietà e smorzamento delle diatribe - si misurerà quando l'Europa continentale verrà chiamata a dare gli appropriati contributi militari alle iniziative americane che si profilano per la seconda fase di "Enduring Freedom", dopo le cooperazioni intelligence, di polizia, normativa, economica, comportamentale e logistica dell'attuale prima fase.

Non occorre soffermarci troppo, invece, sulla conferma del ruolo di un Paese geograficamente europeo ma oceanico in senso virtuale come il Regno Unito, che in effetti si può considerare a tutti gli effetti un compare di sangue degli Stati Uniti, un fratello che, quando la famiglia Wasp ha bisogno, accorre e si rimbocca le maniche senza fare domande. "Wright or wrong, is my Country", intesa, la "Country", in un senso etnico, culturale , storico e linguistico molto estensivo, non limitato all'Union Jack. Oltre alla parentela, la Gran Bretagna gode di una meritata credibilità per le operazioni militari del mondo contemporaneo che nessun altro ha e che rende assai apprezzato, nella stessa famiglia, la disponibilità di cui sopra. A dispetto della sua declinante economia, e della sua obsoleta industria (anche di quella della difesa), ben indietro a Russia e Francia come dimensioni e aggiornamento tecnologico, le FFAA di Sua Maestà sono sempre all'avanguardia nello schieramento dei popoli di lingua inglese, forse a conferma che Winston Churchill aveva ragione quando parlava dei comuni destini della schiatta anglosassone. Almeno dal 1917, come ha scritto il curatore di questo e-magazine, i due Paesi procedono di concerto con i loro fratelli minori, soprattutto Australia e Canada e, in misura più ridotta, Nuova Zelanda e Olanda (che non è anglosassone ma è come se lo fosse). E anche questa volta reparti britannici fanno parte fin dalla prima ora dello schieramento americano, tanto da suscitare il dubbio se esista una sostanziale differenza fra i due dispositivi operativi e se i non anglofoni abbiano capito bene i termini dell'accordo del dicembre '62 di Nassau, fra Kennedy e Mac Millan, rimasto in gran parte segreto, che ha governato la partnership transatlantica degli ultimi quaranta anni.

L'America latina ha solidarizzato, senza troppo trasporto, forse, essendo stata interessata in passato a certe sfasature comportamentali degli yankee che ricordano quelle che hanno forse facilitato il cammino dei fondamentalismi islamici. Tuttavia, la massima e più autorevole espressione dell'antiamericanismo latino, Fidel Castro, ha messo coerentemente in evidenza che in alcun caso metodi di lotta come quello che ha portato all'episodio dell'11 settembre sono giustificabili. La sua battaglia contro gli stati Uniti è stata aspra e interminabile, ma caratterizzata da un certo fair play da ambo le parti e da regole di condotta precise, almeno da quando l'azzardo krusceviano del 62 non aveva rischiato di precipitare il mondo in una guerra nucleare.

In un certo senso, i vecchi comunisti come Fidel, figlio, o nipote, di teorie di puntigliosa ed esclusiva laicità, che si rifanno alla Rivoluzione Francese (e quindi all'Illuminismo, alla lontana) come fonte originaria di ispirazione, assistono all'affermarsi di dottrine come quelle collegate all'integralismo religioso con una autentica repulsione. Tali dottrine rappresentano la negazione assoluta di quell'immancabile progresso che libera man mano l'uomo dalle oscurità e dalle superstizioni della condizione originaria, al quale i comunisti tendono o si illudono di tendere. E' probabile che i vecchi bolscevichi preferiscano di gran lunga l'anatema, il "Kapitalismo", cugino primo e mutuato dallo stesso ceppo al quale anch'essi appartengono, a quelle che vedono come folli barbarie scaturite da una incomprensibile dissonanza della storia.

Questo spiegherebbe anche certe ragionevolezze nostrane e lascia ben sperare sul futuro della dialettica politica in un Paese come l'Italia nel quale convivono stranamente molte delle pulsioni caratteristiche delle Entità che abbiamo visto, dalla trascendenza indiana, del tutto assimilabile ai complessi rapporti della Penisola con la Divinità, allo spessore storico cinese, che trova corrispondenza in Occidente solo nella menzionata penisola e porta forse ad un distacco prospettico che altri non hanno, ai criticismi carolingi e socialdemocratici, a quel ruolo di bastione della propria civiltà verso diversità inquietanti che in qualche modo condividiamo con la Russia, con la quale un tempo ci accomunavano oltretutto assonanze ideologiche non marginali. E all'amicizia fraterna che sentiamo con gli Stati Uniti, con i quali non siamo fratelli, come gli inglesi, ma almeno cugini di primo grado e grandi compagni di strada. Percorsa assieme, tutto sommato, in modo soddisfacente per entrambi. Anche per noi, per la nostra identità, l'11 settembre sarà lo spartiacque fra due epoche?