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| Anno 2001 | |
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I preliminari sembrano ultimati. Le prime mosse militari nel teatro principale di Enduring Freedom - l'Afghanistan - sono state avviate. Le bombe iniziano a cadere su Kabul insieme a queste parole sulla pagina bianca. L'azione angloamericana si sta avviando nelle classiche modalità iniziali di queste operazioni: pioggia di missili da crociera e armi intelligenti lanciate a distanza sui bersagli chiave del dispositivo politico militare nemico, centri di comando e controllo, ministeri, centri di comunicazione e di erogazione dell'energia, sistema di difesa aerea, aeroporti, batterie missilistiche, caserme e apprestamenti dei reparti più qualificati del nemico.
Per quanto rudimentali, sono tutti obbiettivi che devono essere eliminati prima di procedere con una fase di appoggio tattico ai reparti amici sul terreno, siano questi l'Alleanza del Nord, del Sud, o le forze speciali angloamericane. Alla loro eliminazione devono concorrere tutti i tipi di armi in possesso della coalizione, per utilizzare il ventaglio delle loro prestazioni e verificare la loro efficacia sul terreno nelle varie condizioni. E anche per ragioni di prestigio di forza armata e di Nazione, Marina - Aeronautica, Gran Bretagna - Stati Uniti. Si assiste così, anche questa volta, ad una panoplia di missili cruise differenti, lanciati dai più diversi vettori (persino dai sommergibili, che devono ribadire la loro essenzialità persino nei confronti di uno degli Stati più continentali che esistano), ai quali seguirà una sventagliata di sigle gergali che sono diventate consuete in questi casi, almeno da Desert Storm in poi: JDAM, SOW, OTHT, eccetera. In sostanza armi non intelligenti ma solo un po' precise in senso cartesiano - cioè sul piano delle ascisse e delle ordinate - che vengono guidate sul loro bersaglio da una combinazione di sistemi in concorrenza fra loro: GPS, illuminazione laser e radar, mappatura digitalizzata, filoguida e altro, probabilmente, in corso di sperimentazione. Una volta conquistato il completo controllo dei cieli ed eliminato del tutto il pericolo della contraerea alle alte e - soprattutto - alle basse quote (risultato, quest'ultimo, non raggiunto nel recente conflitto del Cossovo, come si ricorderà, con un pesante condizionamento per tutta la strategia della NATO), i velivoli da trasporto e gli elicotteri a lungo raggio dei Green Berets e dei Rangers (nonché, a quanto pare, della RAF, a favore dei SAS, gli incursori di Sua Maestà) basati in Pakistan, nelle Repubbliche centroasiatiche ex sovietiche e sulle quattro portaerei alleate, saranno liberi di veicolare a piacimento i commandos alleati. Questi designeranno con i loro puntatori laser, a beneficio dei cacciabombardieri orbitanti, i bersagli più difficili da eliminare. Effettueranno ulteriori missioni di neutralizzazione del dispositivo pesante dei talebani a favore delle armate pesanti dei mujaidin, veri protagonisti dell'azione convenzionale terrestre, che sono state rifornite di mezzi, munizioni e intelligence da russi e americani. E nel frattempo cercheranno di scovare e catturare il vertice del Al Qaida, la rete terroristica a copertura mondiale che costituisce il principale bersaglio, ma non il solo, dell'azione antiterroristica statunitense. Un'efficace collaborazione fra i due alleati - gli angloamericani e i guerriglieri afgani antitalebani - è il fattore più importante di questa campagna, ed è in grado di determinarne l'esito in tempi più ridotti di quanto si possa immaginare. La mancanza di strade e infrastrutture e i residui campi minati rallentano l'avanzata delle colonne blindate mujaidin, ma potrebbero essere l'unico ostacolo che esse incontreranno. Risulta difficile ipotizzare che i talebani riusciranno a schierare e impiegare efficacemente gli armamenti pesanti - artiglieria e carri - che sole possono bloccare le avanzate dei loro avversari, in presenza di una supremazia aerea alleata tanto schiacciante. E' chiaro che lo scenario attuale è molto diverso dagli innumerevoli esempi di tentata, e quasi sempre fallita, invasione dell'Afghanistan (che peraltro Alessandro il Macedone portò avanti con successo). In questo caso si tratta di dare la spallata finale a un regime minoritario e screditato, che risulta in piena crisi militare. Le conseguenze ci potranno essere altrove, attraverso atti terroristici che molti esperti danno per scontati. Ma l'aereo russo caduto nel Mar Nero, gli attentati in Arabia Saudita e altrove - e gli stessi Twins - dimostrano che si tratta di una fase già avviata già da molto tempo. Il Comandante Richard Kidd, un veterano degli incursori della Marina Americana, i SEALS, grande esperto della desolata regione centroasiatica - dove è stato a più riprese come responsabile delle operazioni di sminamento sponsorizzate dall'ONU (posizione che gli ha assicurato largo credito nel Paese e anche un eventuale posto nel paradiso islamico come "martire" potenziale della causa, secondo un preciso decreto ad personam del Mullah Omar) - ha recentemente espresso, su un circuito Internet fra esperti politico-militari, una serie di considerazioni sulle possibilità combattive dei talebani, basate sulle sue esperienze che sono di grande interesse in questo momento. Esse possono aiutare a capire il tipo di strategia che i responsabili USA stanno mettendo in atto. Vediamone qualcuna. Viene ribadito che il nemico degli Stati Uniti non è il popolo afgano, che vive in condizioni terrificanti e che è la prima vittima inconsapevole, anche perché disperatamente arretrata, della tragedia in corso. L'avversario è in realtà una banda di usurpatori stranieri, che gli afgani chiamano "arabi", anche se non sono tutti tali, capeggiati dalla star del millennio, OBL (Osama Bin Laden secondo la vecchia denominazione CIA), nonchè i citati Talebani, una minoranza fanatizzata e oggi plagiata dai primi. La presenza di entrambi i gruppi e la loro fanatica arroganza, aggiunta a tutte le privazioni per la popolazione civile che sono derivate dall'isolamento dei Talebani, hanno dato luogo a una crescente frizione con la maggioranza degli afgani che potrebbe precludere a un progressivo abbandono di quel relativo favore popolare del quale entrambi hanno goduto nella fase iniziale, moralizzatrice e unificante, del loro potere. Soprattutto se si concretizzasse un'alternativa praticabile. Gli afgani, contrariamente a quanto si è detto e letto, non sono affatto invincibili in battaglia. Sono combattenti molto duri e determinati, senza paura e senza scrupoli, dotati di una resistenza alle asprezze della vita e della guerra che nessun occidentale può conseguire. Bevono l'acqua delle pozze dove si abbeverano gli animali, stanno settimane senza mangiare, combattono con ferite addosso che manderebbero in coma qualsiasi guerrigliero cossovaro, ricevono dal combattimento la maggiore gratificazione di una vita del tutto miserabile ma sono anche primitivi e disuniti, legati esclusivamente alla fedeltà di clan e di etnia, e molto venali. Hanno come riferimento l'onore e il senso di appartenza al piccolo gruppo, non l'ideologia (neanche quella religiosa), né tantomeno una bandiera qualsiasi. Se si riesce a dividerli o a corromperli, la loro principale forza viene meno. Inoltre sono convinti che gli americani, come tutti gli occidentali, non hanno il fegato di combatterli sul terreno, nel fango e nel sangue. I cruise americani della rappresaglia del 1998 su Kabul, dopo gli attentati di Bin Laden in Africa, furono interpretati come una clamorosa conferma della vigliaccheria dei soldati americani. I quali oltretutto, comprendono anche "donne", supremo disdoro per un vero guerriero islamico. La chiave di un successo relativamente rapido contro i talebani sta proprio nello sfruttare tutti questi fattori: utilizzare i dollari intelligenti, oltre alle armi omonime, mettere i vari clan gli uni contro gli altri con precise eliminazioni fisiche dei vari capi da parte di sicari afgani prezzolati, appoggiare le Armate del Sud e del Nord in modo non troppo esplicito, facendo ricadere sulle loro insegne il merito della vittoria, inondare il Paese, man mano che verrà liberato, di aiuti umanitari, promettere e realizzare iniziative di costruzione di quelle infrastrutture delle quali il Paese ha disperatamente bisogno. E allo stesso tempo dimostrare, con alcune azioni emblematiche e spettacolari che gli americani sono combattenti altrettanto coriacei e spietati di quelli afgani. In grado di mostrare la loro stessa durezza anche in quelle pratiche di scarso rispetto per i prigionieri che in quelle zone sono quasi obbligatorie per non farsi la fama di vigliacchi. La brutalità sembra che diventerà in questa guerra un'acclarata virtù marziale, oltre che un'orrenda eccezione, come è sempre stata in Occidente, almeno da qualche secolo. D'altra parte la guerra è fatta anche di steretotipi comportamentali e non sempre è possibile imporre i propri. Una dichiarazione di guerra come quella dell'11 settembre è veramente estranea alla nostra storia e al nostro modo di essere, ma è avvenuta lo stesso. Non c'è alternativa al rispondere a questo nemico con le armi che esso stesso ha scelto e forse pretende. |