Anno 2001

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Difese possibili contro un 11 settembre a Roma

Andrea Tani, 15 ottobre 2001

La difesa contro aerei civili dirottati dopo l'undici settembre è stata catapultata ai primi posti nelle priorità della difesa strategica di tutti i Paesi più avanzati. Il termine " strategico" è usato non a caso e non senza ponderarlo, e va inteso nello stesso significato che gli è stato attribuito quando è associato alle armi di distruzione di massa. Non occorre ovviamente soffermarsi sul perché. Dopo l'alluvione mediatica di queste settimane siamo tutti dei Dohuet redivivi (il generale Dohuet, italiano, è stato negli anni '20 del secolo scorso uno dei grandi teorici dell'impiego delle forze aeree nella guerra moderna).

Difesa strategica, fra l'altro, vuol dire massima priorità e focalizzazione esclusiva sull'obiettivo, lasciando abbondantemente da parte qualsiasi altra preoccupazione, compresa quella sui possibili danni collaterali. Molta acqua è passata dalle disquisizioni sulle" Guerre a zero morti" del Cossovo. Con buona pace dei marciatori nelle colline umbre.

Con molta schiettezza, si tratta di quello che tutte le Nazioni occidentali si sono attrezzate a fare dopo la tragedia delle torri gemelle: acquisire la ragionevole certezza che un attacco multiplo e devastante come quello su New York e Washington non si ripeta sui propri Twins-equivalenti o, se dovesse così essere, possa essere neutralizzato senza le conseguenze di Manhattan. Nell'unico modo possibile: abbattendo prima dell'impatto i vettori aerei coinvolti. Quest'abbattimento può avvenire attraverso l'intervento di velivoli pilotati e/o di missili SAM. I primi dovrebbero agire a distanza dall'obiettivo, su aree non densamente abitate. I secondi sarebbero attivati in genere in prossimità dei bersagli o addirittura nelle immediate vicinanze, quando la necessità di fare presto e di impedire eventi catastrofici prevale su ogni altra considerazione.

Anche l'Italia è investita da tali tematiche e non solo dall'undici settembre. Come si ricorderà, durante il vertice G 8 di Genova una batteria di missili Spada era stata dislocata all'aeroporto per difendere i capi di Stato e di Governo da possibili attacchi aerei suicidi, sui quali circolava qualche informativa dei Servizi. Col senno di poi le ironie che la mossa suscitò non potevano essere più inopportune.

Dopo l'undici settembre l'atteggiamento dei media e dell'opinione pubblica italiani ha subito una completa trasformazione. Si è evidenziata in tutta la sua ineluttabile ampiezza la vulnerabilità di un Paese così ricco di opere d'arte, di memorie e di simboli rappresentativi della ideologia religiosa storicamente in competizione con quella dei fanatici fondamentalisti dell'Attacco all'America.

Fortunatamente il nostro Paese non si trova in prima linea, almeno per ora, e non attira una carica di rancore così virulenta come quella che minaccia (e non solo) le Nazioni anglosassoni impegnate nella guerra in Afghanistan. Per ora. Ma la sua opinione pubblica - il fronte interno, come si chiama adesso - è sempre più nervosa e preoccupata, ancorché consapevole di ospitare e dover proteggere il centro della Cristianità, che nei nuovi scenari ha assunto una valenza ideologica che non aveva dai tempi di Lepanto. Problemi vecchi e nuovi sui quali non c'era alcuna consapevolezza fino a qualche settimana fa.

Di fatto, e in concreto, siamo di fronte al problema di evitare la remotissima ipotesi che possa verificarsi anche da noi una catastrofe newyorkese. L'assenza di grattacieli non aiuta. Siamo pieni di bersagli attraenti, importanti e significativi, sia sotto il profilo della nazionalità che della citata religiosità. Roma, per fare l'esempio più eclatante, è sorvolata ogni qualche mezzora da aerei che decollano e atterrano dagli aeroporti della città, Fiumicino, Ciampino e l'Urbe. Molti di essi passano sopra il centro metropolitano. Una volta, guardandoli, si poteva immaginare le facce rapite e incantate dei passeggeri alla vista della Città Eterna dall'alto, uno dei "must" panoramici internazionali. Oggi c'è soprattutto da sperare che i controlli all'aerostazione di partenza siano stati più efficaci di quelli all'aeroporto di Boston e di New York nel fatidico giorno, e che comunque gli equipaggi e gli stessi passeggeri non siano più disponibili a fare da vittime sacrificali.

Le contromisure possibili, al di là della dislocazione di una squadriglia di intercettori all'aeroporto militare più vicino alla Capitale, Pratica di Mare, in stile anglo-americano, potrebbero consistere - e forse si materializzeranno - in una serie di batterie degli stessi missili di Genova, gli Aspide, da dislocare su qualcuno dei colli fatali. Sul Gianicolo, ad esempio, che fronteggia tutta la città ed è abbastanza vicino a San Pietro, considerato uno degli obiettivi potenzialmente più rappresentativi della civiltà occidentale.

I tempi di intervento delle armi sono ridottissimi: una batteria pronta, fatta per abbattere Mig e Sukhoi supersonici, potrebbe lanciare una salva di armi in rapida successione di una manciata di secondi. Intercettando e distruggendo (data la sua testa in guerra, più consistente ed efficace di quella dei missili spallabili all'infrarosso che si impiegavano in questi casi) qualsiasi aereo di linea prima che possa schiantarsi sul bersaglio. I rottami ricadrebbero naturalmente sulla città, provocando le perdite che si possono immaginare, ma il simbolo si salverebbe e con esso le folle che spesso contiene.

Il contesto legislativo, secondo le dichiarazioni del Ministro Martino, vieta in Italia e in Germania l'abbattimento deliberato di aerei civili. Ove questa restrizione fosse superata da una modifica ad hoc, nell'ipotesi che il Parlamento fosse costretto a ciò, rimane il problema di configurare l'autorità che dovrebbe ordinare il fuoco. Tale definizione risulta di ardua delega e allo stesso tempo poco compatibile con la manciata di secondi di cui sopra.

Non sono problemi da poco, e impongono scelte terribili e totalmente estranee alla nostra cultura. Ma potremmo essere costretti ad affrontarli, se eventi come quello che ha orripilato il mondo dovessero ripetersi. In tal caso, essi dovrebbero essere affrontati e risolti in modo poco doroteo, se si vuole assicurare l'operatività di un qualsivoglia sistema di protezione. Il caso dei caccia intercettori permetterebbe una tempistica più favorevole, minuti invece di secondi. Sempre di difficile gestione.

Sembrano prospettive folli e lo sono. Ma se si torna con la memoria a non molti anni or sono, all'epoca della Guerra Fredda e dei nostri cacciabombardieri F 104 in versione da strike nucleare basati all'aeroporto di Rimini, con bomba atomica a doppio consenso sotto la fusoliera, che si addestravano "normalmente" a missioni ben più devastanti dell'11 settembre, ci si rende conto che ogni epoca ha la sua follia.

Certi incubi non ce le siamo lasciati alle spalle, ma occorre razionalizzare e controllare anche la follia proprio per evitare che essa si materializzi nelle forme più distruttive. Se nel recente passato le minacce terroristiche fossero state prese più seriamente in tutto il mondo e vi fossero state meno ironie (o struzzi) e più consapevolezze sul reale stato dei rapporti internazionali e delle loro distorsioni, forse certe catastrofi si sarebbero potute evitare.