Anno 2001

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Enduring Freedom e il fronte interno

Andrea Tani, 15 ottobre 2001

Nel suo discorso di commemorazione dell'Attacco all'America, l'11 ottobre, il Presidente Bush ha dichiarato che la guerra contro il terrorismo potrà durare anche uno o due anni. Uno o due anni per fare cosa? Non il Vietnam, ha ribadito, e su questo nessuno aveva dubbi. Forse neanche una serie di autentiche Desert Storm in rapida successione contro gli Stati che hanno protetto il terrorismo. Anche se militarmente possibili, esse sono politicamente inverosimili perché destabilizzerebbero l'intera area dell'Islam arabo, dal Maghreb al Golfo, e non solo, con le conseguenze, anche economiche, che la cosa sottintende. Il mondo sprofonderebbe in una crisi economica che nessuno si può permettere.

L'ipotesi più verosimile sembrerebbe essere, come ha suggerito il Segretario alla Difesa Rumsfeld, una nuova Guerra Fredda, dopo la fase pirotecnica dell'Afghanistan che ha avuto luogo soprattutto per compensare l'opinione pubblica americana del redivivo Giorno dell'Infamia del settembre 2001. Ma la Guerra Fredda originale è durata 44 o 45 anni, a seconda delle simbologie che la circoscrivono. Difficile che uno o due anni di una sua riedizione chiudano la partita. E' più verosimile l'ipotesi di un lungo periodo di conflittualità "covered", senza esclusione di colpi, ma lontano dall'evidenza e dai riflettori dei media. Questa ipotesi corrisponde all'unico modo possibile nel quale si può esprimere: quello scontro di civiltà fra Cristianesimo e Islam, Huntingtoniano o semplicemente in linea con una tradizione millenaria che viene continuamente evocato per negarlo ed esorcizzarlo, rafforzandone così sempre più la plausibilità.

Se così dovesse essere, e non sembra un'ipotesi peregrina, assume un'enorme importanza l'articolazione e la tenuta dei fronti interni che soli possono assicurare nel lungo periodo la prevalenza dell'una o dell'altro schieramento. Si tratta di fronti transnazionali che coinvolgono da una parte l'Occidente e le componenti islamiche che richiamano i valori di moderazione della propria cultura (nonché di accettazione della modernità altrui), dall'altra le forze oscure dell'irrazionalismo rancoroso annidate nel fondamentalismo religioso della Mezzaluna, ma non solo.

I riferimenti storici sono disponibili e molto calzanti: si tratta di una riedizione a sfondo religioso anziché ideologico (ma le religioni non sono anch'esse ideologia?) delle lotte per la conquista delle coscienze che ebbe luogo nella citata Guerra Fredda. Anche allora ebbe una fondamentale importanza sia la componente offensiva, quella che oggi si chiamerebbe Infowar, propaganda, apostolato, proselitismo, invadenza mediatica, eccetera, che quella difensiva, spesso sottaciuta, sottovalutata o giudicata per i suoi aspetti più deteriori, come le discriminazioni ideologiche, le schedature, la caccia alle streghe, le epurazioni. In realtà questa seconda componente fu essenziale e permise a entrambi gli schieramenti di eliminare le quinte colonne e mantenersi coesi per mezzo secolo (e chissà ancora per quanto, se la loro lotta fosse durata) riportando l'esito della contesa sui classici campi di battaglia, virtuali e non, dai quali era tracimata.

Qualcosa del genere dovrà essere messa in opera nell'immediato futuro, mutuando i principi informatori di quell'esperienza. Le condizioni al contorno sono naturalmente mutate anche dal punto di vista qualitativo. La quinta colonna di ieri era rappresentata in Occidente da uno schieramento ideologico attivo soprattutto (anche se non solo) nelle componenti sociali che avevano maggiori aspettative dalla palingenesi annunciata e negli ambienti culturali più sensibili all'utopia collegata. La quinta colonna di oggi è molto più definita e circoscrivibile, e consiste potenzialmente nelle estese comunità islamiche stanziate in Europa e negli Stati Uniti, che sono molto più infiltrate dalla propaganda fondamentalista di quanto non si creda. L'80% delle moschee nordamericane, ad esempio - quelle stesse dove tutti i leader si Washington si sono affrettati a recarsi dopo l'11 settembre per dimostrare la loro assenza di pregiudizi religiosi - è in mano a gruppi confessionali che si richiamano alla tradizione fondamentalista saudita degli Wahabiti, una sorta di equivalente islamico del fanatismo puritano più intransigente e battagliero, e che costituisce il ceppo di tutte le deviazioni sunnite odierne, anche di quelle terroristiche.

Le tradizionali scelte di fondo del sistema politico americano, dove queste realtà proliferano e prosperano facendo un numero impressionante di proseliti (cosa che non avviene in Europa in eguale misura), sono in contrasto con la necessità di attuare quelle misure protettive interne a vasto impatto sociale che risultano sempre più indispensabili per difendere il Paese dalle minacce, e anche da se stesso, se l'attuale crisi di nervi che attanaglia la Grande Democrazia Stellata dovesse aggravarsi per causa di qualche altra prodezza di Bin Laden, o di chi per lui.

Ad esempio, l'assoluta necessità di evitare il panico indifferenziato nel corpo sociale e di dare informazioni riservate al nemico contrasta con la diffusione pervasiva dei media e il loro ruolo para-istituzionale nel sistema, il famoso Quarto Potere, associati all'abitudine inveterata allo scoop che essi possiedono. Difficile imporre un'autocensura.

Le libertà civili americane sono sacre, ma non c'è dubbio che per combattere un fenomeno terroristico su vasta scala come questo in atto sarà necessario procedere al loro progressivo e parziale infringimento, cominciando ad esempio col tenere sotto controllo la componente islamica del melting pot. Mettendo in opera quello che è stato asetticamente definito un "etnic profiling", ossia la sorveglianza dall'alto e anche dal basso (estesa cioè all'intero corpo sociale, sollecitato in tal senso) di uno specifico gruppo etnico culturale. E non si tratta di poche centinaia di migliaia di persone, come i "nisei" della Seconda Guerra Mondiale (per i quali fu attuata nel 1942 una deportazione in piena regola, anche se condotta con mezzi e organizzazione yankee: cibo in abbondanza , organizzazione sanitaria e tutto il resto), ma di sei - otto milioni di cittadini americani nei confronti dei quali la percezione di minaccia potenziale è esattamente la stessa di allora ma le misure possibili evidentemente no. Non tutti gli islamici sono potenziali terroristi; ma tutti i terroristi sono islamici e si mimetizzano nel mare della loro comunità, che non li sconfessa e non li emargina affatto. Anche se ufficialmente non si può dire, anzi si afferma il contrario.

E' una situazione analoga a quella che si verifica a proposito delle nazioni arabe, i cui leader si sono in gran parte affrettati ad esprimere costernazione e solidarietà al popolo americano, ma che condividono al loro interno, anche a livello delle classi agiate ed acculturate, una inconfessabile esultanza per l'umiliazione inferta all'arrogante Iperpotenza. Un'esempio fra tutti: il presidente dell'associazione paragovernativa degli scrittori siriani, Ali Uqleh Ursan, un intelligente e acclamato romanziere, ha scritto sull'organo di stampa della sua associazione che quando l'11 settembre ha avuto notizia dell'attacco "si è sentito come fosse appena uscito da un sepolcro: i suoi polmoni si sono riempiti d'aria ed egli ha inspirato con un sollievo immenso, come se non avesse mai respirato in vita sua". La suggestione della metafora rende ancora più agghiacciante il significato complessivo di questa e innumerevoli altre dichiarazioni di questo tipo, compresi i "si, ma" nostrali.

La situazione è forse molto più seria di quanto non lascino trasparire i media, abbastanza autocontrollati, per questa volta, data forse la posta in gioco e la delicatezza del tema. Tutta la società americana sta facendo un immenso sforzo per adeguare ai nuovi scenari le sue condizioni generali di sicurezza, tradizionalmente fra le più rilassate del mondo. Un dibattito molto acceso è in corso fra gli esperti del settore. Uno di essi, Barry Rubri, ha recentemente messo in evidenza, su una specie di chat fra addetti ai lavori, una decina di argomenti cruciali che sono stati totalmente ignorati nei dibattiti ufficiali in corso. Due o tre sono quelli già sottolineati - evitare a tutti i costi il panico e l'"etnic profilng". Altri, di notevole interesse, riguardano:

- la necessità per gli USA di focalizzare le risorse di sicurezza disponibili - estese, ma non infinite - sulla protezione dei bersagli potenziali che sono realmente a rischio di iniziative terroristiche islamiche; dopo aver diroccato i Twins, e conseguito l'Austerlitz del terrorismo di tutti i tempi, successo clamoroso e irripetibile (toccando ferro), è difficile che vengano preparate azioni per qualcosa di nettamente inferiore. De minimis praetor non curat; potrebbe essere inutile quindi sorvegliare tutto e tutti; è bene concentrarsi sui bersagli significativi che non sono poi moltissimi;

- l'opportunità di non prepararsi a combattere le battaglie del passato; i terroristi hanno dimostrato di essere molto mutevoli, e avere una fervida fantasia; possono scegliere tempi e modalità; è necessario che la difesa dimostri di essere capace di immaginare; il conservatorismo è un lusso che si può lasciare ai militari;

- la consapevolezza che le difese di base sono le più efficaci; se le strutture preposte alla sicurezza aeroportuale fossero state correttamente impiegate da personale esperto e motivato, forse i Twins sarebbero al loro posto; in Israele gli addetti alla sicurezza sono al vertice delle categorie professionali, la crema della migliore gioventù che si dedica a questo compito anche su base part-time e volontaristica, senza retribuzione, come un servizio da rendere alla propria comunità; negli USA si tratta di operatori malpagati, pessimamente selezionati - spesso provengono da ambienti della criminalità - e del tutto demotivati; la loro inefficienza è proverbiale, oggetto di barzellette, e pare sia rimasta immutata anche dopo l'11 settembre;

- la convenienza di non associare alla coalizione antiterrorismo; paesi compromessi col terrorismo, che hanno tutto l'interesse a sabotare l'azione americana perché potrebbe essere usata un giorno contro di loro; maggiori insuccessi questa incontra, più tardi potrà aver luogo l'eventuale resa dei conti; a dispetto di tutte le eventuali conversioni recenti, più o meno interessate, le loro classi dirigenti si sono formate e hanno operato in contiguità con le realtà e gli uomini del terrorismo; sono compromesse fino al collo; spesso non sono sinceramente convinte degli errori passati, quasi sempre la conversione è un lusso che i singoli non si possono permettere senza far la fine di Sadat e Rabin, antichi combattenti ipernazionalisti tramutatosi in colombe dopo aver acquisito la consapevolezza dell'età matura;

- l'opportunità di far tesoro delle esperienze altrui: quella europea, britannica e spagnola innanzitutto, con l'IRA (nei riguardi della quale è opportuno uscire dall'ambiguità, per ricompensare l'alleato britannico e assicurarsene la gratitudine) e l'ETA; nonché quella francese, per la lunga frequentazione delle realtà islamiche, e italo-tedesca, per l'esempio di compostezza legislativa e istituzionale che i due Paesi hanno dato quando sono stati sotto il tiro delle cellule terroristiche di estrema sinistra; e soprattutto quella israeliana, che dimostra come si possa metabolizzare il fenomeno terroristico e convivere con esso come fatto normale dell'esistenza sociale, non più dannoso di altri fenomeni perniciosi del tutto accettati, come le stragi automobilistiche, le conseguenze dell'uso delle droghe e del tabacco, oppure, specificatamente per gli Stati Uniti, gli effetti diretti e indiretti delle armi da fuoco che provocano 30.000 morti all'anno, fra uccisi, suicidi e periti in incidenti; tutti questi Paesi hanno dimostrato come si può anche non arrendersi al terrorismo o avere con esso compromessi infamanti e poco lungimiranti, senza essere travolti dall'esperienza.