Anno 2001

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Lo storico incontro APEC a Shanghai tra Cina, Russia e Usa

Andrea Tani, 22 ottobre 2001

In una scintillante Shangai, fiore all'occhiello di una Cina in grande forma, ha avuto luogo la settimana scorsa l'Asia Pacific Economic Cooperation Forum (APEC), un consesso annuale dei 21 Paesi del cosiddetto Pacific Rim che si svolge dal 1989 in una delle capitali della regione. L'assemblea ha normalmente un'agenda a prevalente carattere economico e quest'anno doveva celebrare la storica adesione della Cina al WTO e il suo ingresso a pieno titolo nel commercio internazionale. Data la prossimità del Forum con le vicende, ancora più storiche, che stanno saturando la contemporaneità, esso si è caricato di un potente significato politico, espresso in una serie vorticosa di incontri fra quelli che possono essere considerati i guardiani del Nuovo Ordine Mondiale (se e quando questo si affermerà). Ovvero i leader delle Superpotenze del nuovo secolo: Stati Uniti d'America, Russia e Cina, ognuna ai vertici dei parametri essenziali che determinano la graduatoria geopolitica del pianeta: la potenza economica, militare e culturale in senso lato, che premia gli USA; la vastità (dimensioni e risorse naturali) peculiare della Russia, e l'immensa, laboriosa e omogenea demografia cinese, che costituisce un unicum senza pari.

L'incontro sembra preludere ad una fase nuova e più matura delle relazioni fra i tre Paesi, caratterizzata da una condizione di partnership organica e permanente che dovrebbe subentrare alla competizione di sempre. Tale partnership è chiara ed esplicita per USA e Russia, fra le quali è in corso un vero e proprio innamoramento che sembra ridisegnare la mappa delle interrelazioni all'interno del mondo occidentale, di cui ormai la Russia fa parte a pieno titolo. Con buona pace del Professor Huntington e del suo scontro fra civiltà. Meno emotivo e più calcolato è il rapporto fra Pechino e Washington, che hanno comunque abbassato quasi del tutto i toni di un'ostilità che sembrava irrefrenabile, dopo l'ascesa al potere della nuova amministrazione repubblicana sulle rive del Potomac, e i vari incidenti che si erano subito materializzati, come lo scontro aereo in prossimità dell'isola di Hainan, l'intensificazione delle forniture d'armi a favore dei nemici della controparte, le varie vicende spionistiche, la polemica sullo Scudo antimissili, eccetera.

Si tratta di una prospettiva che pochissimi analisti consideravano plausibile prima del trauma dei Twins per la quantità e lo spessore dei contenziosi che dividevano, e in parte, dividono tuttora, i tre Paesi. Essa potrebbe conferire un significato paradossalmente positivo al complesso di eventi che tale trauma ha messo in moto. In altre parole, se il terrificante attentato di Manhattan dovesse finire per catalizzare una riconciliazione del tutto imprevista fra gli Stati Uniti e i loro rivali geopolitici, tanta povera gente potrebbe non essere morta invano, anche se in questo momento la cosa non consola molto. Ricordando solo i principali di tali contenziosi, si possono citare, per quanto riguarda le posizioni americane:
- la forte irritazione per la disseminazione di tecnologie belliche critiche verso gli Stati fuorilegge più ostili all'America da parte russa e cinese;
- gli intricati collegamenti di Mosca e Pechino con alcuni dei citati Rogue States, riguardanti anche argomenti essenziali per la sicurezza degli Stati Uniti e dell'Occidente;
- il contrasto su questioni strategiche di vasta rilevanza, come Taiwan, la Corea del Nord, la sovranità sul Mar Cinese Meridionale, l'adesione all'Alleanza Atlantica dei Paesi Baltici, l'aggressività e il revanscismo russo verso gli ex sudditi dell'URSS, i diritti di prospezione petrolifera nel Caucaso, il "targeting" dei deterrenti nucleari, l'esistenza di vaste reti intelligence ossessivamente mirate ai dispositivi militari americani, eccetera;
- i rilassati controlli russi alla transumanza occulta di personale e materiale NBC verso aree di instabilità e organizzazioni terroristiche e criminali;
- la disapprovazione sul mancato rispetto delle libertà civili nelle due Potenze rivali e sulle modalità di repressione di minoranze interne (Cecenia, Tibet, gruppi per i diritti civili, intellettuali dissenzienti, confessioni religiose, eccetera);
- le preoccupazioni per la scarsa familiarità dei due regimi dell'ex galassia comunista con le regole e gli obblighi del libero mercato, la trasparenza, la regolamentazione giuridica, la normativa e gli strumenti finanziari, la correttezza commerciale, eccetera; tutte cose che rendevano potenzialmente calamitosa l'ipotesi di un ingresso massiccio di tali Paesi nel circuito di interscambio commerciale del pianeta;
- la relativa impermeabilità di gran parte dei predetti sistemi sociali alla libera circolazione delle idee;
- l'aggressività della diaspora cinese negli USA e della lobby filo Pechino in generale, che aveva provocato imbarazzi non di poco conto nella dialettica interna dell'Unione. Eccetera.

I principali malcontenti delle controparti russe e cinesi nei confronti dell'avversario statunitense riguardavano, oltre agli stessi argomenti visti in modo inverso, l'atteggiamento egemonico e unilaterale della nuova Amministrazione repubblicana, la decisione di procedere alla costruzione dello Scudo Spaziale, la dichiarazione di Bush sulla natura competitiva e non più partecipativa della relazione USA-PRC, le ingerenze interne, l'aggressività culturale, la globalizzazione imposta - e impostata - su un virtuale monopolio dei modelli economici e comportamentali, e poco di più. Mosca e Pechino, dal canto loro, continuavano a non poter prescindere dalle realtà della geografia asiatica. La prossimità di una Siberia spopolata e sottosviluppata con il nord della Cina, sempre più dinamico sotto il profilo dell'industrializzazione e dello sviluppo demografico, materializzava un unico immenso contenzioso che forse superava nei suoi effetti potenziali tutta la interminabile sequela di lagnanze russo-cinesi nei confronti degli USA. Anche se nel recente passato era stato fortemente ridotto dall'avvicinamento fra i due Paesi culminato con la stipula di un trattato di amicizia e cooperazione del luglio scorso.

Le conflittualità sovrariportate si basavano su una interpretazione classica dei rapporti fra gli Stati che è stata superata dagli avvenimenti. Dopo l'11 settembre tutto è cambiato. La conflittualità "asimmetrica" si è rapidamente imposta al vertice delle preoccupazioni strategiche dei massimi responsabili, che non riconoscono più i loro nemici in altri Stati ma piuttosto si sentono minacciati da quanto può accadere nelle aree destabilizzate fuori del loro controllo. Gli Stati - tutti - vanno mantenuti e preservati come argine e antidoto contro la dissoluzione e il disfacimento della società. Essi si cercano, si riconoscono, si tendono la mano, solidarizzano. Ritrovano radici comuni, non solo di tipo etnico, ma anche culturali in senso lato, per esempio attraverso una condivisa accettazione della ragione, e non dell'adesione fideistica a realtà trascendenti, come riferimento e motore della vicenda umana. Si mostrano coesi e solidali contro la peste della post-modernità, il terrorismo, che è sempre esistito ma ha dimostrato per la prima volta nella storia di essere capace di mettere in pericolo le basi stesse della convivenza.

Anche se ad una analisi più ponderata potrebbe sembrare che l'allarme generato dagli attacchi all'America sia stato forse eccessivo, interpretando come un'imminente Armageddon un disastro irripetibile e non del tutto attribuibile al terrorismo, ma anche a gravi inadempienze tecnico-procedurali che gli hanno spianato la strada (mancato rispetto delle normative di sicurezza, allentamento di controlli, deficienze costruttive, minimizzazione di segnalazione intelligence), le conseguenze di quanto è accaduto stanno modificando profondamente il sentire dei popoli verso le loro istituzioni e, conseguentemente, le priorità di questi ultimi.

Questo fenomeno interessa innanzitutto i principali protagonisti della scena mondiale, i citati Supergrandi, che, per fronteggiare l'emergenza in atto, stanno modificando quasi dall'oggi al domani atteggiamenti consolidati e apparentemente immutabili. Così gli Stati Uniti, per ottenere l'appoggio dei suoi ex competitori nella "crociata" antiterroristica, tacciono sui diritti umani, sorvolano su Taiwan (che a sua svolta smussa le sue asperità con la Cina) e sul Dalai Lama, confermano l'impegno assunto all'inizio dell'anno di fornire tecnologia missilistica civile alla Cina, danno il via libera alla repressione russa in Cecenia (pochi mesi dopo aver ricevuto ufficialmente un emissario ceceno al Dipartimento di Stato), non parlano più in continuazione di Scudo Spaziale e plaudono all'ingresso della Cina nel WTO e alle prospettive in tal senso della Russia, ignorando le precedenti preoccupazioni.

Dal canto loro i russi chiudono le basi intelligence che avevano mantenuto a Cuba e in Vietnam, si preparano ad entrare serenamente nella NATO, accanto alle Repubbliche Baltiche, concedono l'ingresso a forze militari USA nelle Repubbliche musulmane ex sovietiche, all'interno della loro sfera di influenza geopolitica, cooperano nella raccolta di informazioni sui talebani, bloccano con la loro politica energetica qualunque tentativo arabo di usare la leva petrolifera per mettere in difficoltà l'Occidente, del quale evidentemente si sentono ormai parte integrante.

E anche la Cina fa del suo meglio, anche se non con lo stesso entusiasmo. A Shangai, in sede APEC, blocca i tentativi dei Paesi asiatici musulmani di censurare nel comunicato finale dell'incontro i bombardamenti angloamericani sull'Afghanistan. Oltre a ridurre e forse riconsiderare il suo export militare verso le "Canaglie", elabora complessivamente una nuova e meno sospettosa visione dei suoi rapporti con l'America, rovesciando ad esempio la propria considerazione delle istituzioni internazionali, viste non più come quinte colonne degli interessi statunitensi nel mondo ma piuttosto da considerare utili strumenti per evitare che le tentazioni unilateraliste prendano troppo piede a Washington. Cominciando dall'ONU, nei confronti della quale anche gli Stati Uniti mostrano un nuovo e insperato interesse che potrebbe revitalizzare un prezioso strumento della convivenza internazionale.

Le prospettive che potrebbero scaturire da tutti questi sviluppi non sono ancora molto definite, salvo alcuni capisaldi fondamentali sui quali tutti gli esperti concordano.

Il terrorismo è condannato senza appello da ogni governo e rigettato come metodo di lotta da sponsorizzare quando sia possibile, utile e conveniente, come hanno fatto tutti, e in particolare i tre Super durante le loro passate vicende. La famosa conferenza segreta di Praga dell'inizio degli anni '60, in seguito alla quale il Patto di Varsavia avrebbe dato il via ad una complessa ed articolata offensiva terroristica contro l'Occidente, madre di tutti gli anni di piombo, e zia di tutti le insurrezioni armate delle minoranze oppresse, in Europa e altrove, non avrebbe potuto avere cittadinanza dopo l'11 settembre. E così tutte le analoghe operazioni di destabilizzazione della CIA, nonché gli stermini sistematici delle opposizioni anticomuniste in Asia, nella Penisola indocinese e altrove (che hanno alla fine portato a Pol Pot e compagni), dovunque abbia sventolato la Stella Rossa di Mao.

In sostanza, ci vorrà tempo, pazienza e ancora molto sangue, ma il terrorismo verrà drasticamente ridimensionato, e forse cesserà di costituire un metodo di lotta politico-militare praticato dagli Stati. Sicuramente questi faranno fronte comune contro la globalizzazione del terrorismo "privato", estraneo cioè alla loro strategie. Dato che gli Stati hanno più mezzi, organizzazione, capacità e potenza di fuoco dei terroristi, soprattutto se operano in modo interdipendente, alla fine la loro linea prevarrà.

L'egemonismo "inconsapevole" degli Stati Uniti, che è stato una realtà precisa, non un'invenzione dei guru di sinistra (che semmai contrastano l'aggettivo) è in ritirata, e probabilmente non toccherà più le vette degli anni '90. Le concessioni che gli Stati Uniti sono costretti a fare a questo e a quello, i debiti e i crediti che la situazione impone non sono compatibili con lo splendido isolamento imperiale, che risulta eccessivamente oneroso, senza contropartite corrispondenti.

D'altra parte il sistema americano prospera se tutti gli altri partecipano il più possibile allo sviluppo, spendono e commerciano. Non gli servono schiavi o spazi vitali da colonizzare. Il Piano Marshall, che passa per una manovra di illuminata generosità, fu prima di tutto un atto di supremo e illuminato egoismo.

La Russia e la Cina, come accennato, risalgono di rango strategico: di fatto si stabilisce un essenziale triumvirato di leader planetari, con al loro seguito uno stuolo di clienti più o meno consapevoli e recalcitranti: la tribù anglosassone, l'Europa occidentale, il Giappone e l'America Latina per gli USA, la CSI e i "Rogue" più presentabili (o recuperabili) per la Russia, la corona dei tradizionali contenitori asiatici della diaspora cinese per Pechino. Allo stesso tempo tutti e tre mettono sotto tutela e monitorizzano le aree di crisi veramente destabilizzanti, con una modulazione corrispondente ai propri interessi e alle proprie forze, ma in modo strategicamente coerente : Islam arabo, Africa, Indonesia, Centroasia e quant'altro.

Il rapporto fra USA e Russia diventa molto stretto, una vera e propria alleanza di civiltà. Dopo il Regno Unito, Mosca diventa l'amico più fidato dell'America. Le similitudini fra i due giganti - spazi, storia, destini, ruolo, aspirazioni - prevalgono sulle passate contrapposizioni che non si sono mai tinte di autentica antipatia e meno che meno di avversione etnica. Gli americani e i russi si sono sempre rispettati e apprezzati, nonostante tutto.

Fra la Cina e Washington si passa da un'ostilità dichiarata e operante a una aperta collaborazione sui temi del terrorismo, con un guardingo armistizio sul resto, in attesa di vedere come sarà il mondo prossimo venturo. Pechino non apprezza molto l'idillio russo-americano che diminuisce il suo peso negoziale in molte questioni, soprattutto per quanto riguarda lo Scudo spaziale. Ma le sue spalle sono sufficientemente larghe per procedere senza aver bisogno di accodarsi troppo. Russi e americani insieme non superano un terzo della popolazione cinese.

Gli altri grandi, India e i citati Giappone ed Europa occidentale fanno un passo indietro come protagonisti ed elementi propulsivi della scena strategica, anche se mantengono buoni, a volte ottimi rapporti con chiunque (o quasi). Forse proprio questo è un sintomo del loro arretramento. Difettano tutti e tre delle durezze e delle eccellenze indispensabili per la leadership.

L'India è popolosa, ma non omogenea come la Cina, né altrettanto determinata. E' una potenza nucleare con velleità di egemonia regionale, ma è molto meno agguerrita del suo tradizionale rivale settentrionale, che oltretutto non deve affrontare defatiganti contenziosi territoriali con bellicosi vicini. Il Subcontinente è una costellazione, un universo, un'area culturale affascinante e irripetibile, ma anche un'espressione geografica, un'Italia moltiplicata per 50 e forse più, come il rapporto fra le rispettive popolazioni. Entrambe troppo antiche e vissute per prendere sul serio le miserie del tempo presente. Il loro metro è la Storia, l'eternità, il trascendente, il destino dell'uomo. I missili sono misera cosa al confronto. Ma servono per imporre la propria volontà agli altri. L'ultima cosa che le due Penisole hanno in mente di fare.

Analogo discorso per il Giappone che in realtà non è mai stato una vera Grande Potenza, ma solo un covo di pirati, un monastero di guerrieri mistici, una Grande Armata e una Grande Economia (di trasformazione, peraltro). Non ha risorse, profondità e spessore, e gli è stata strappata quella capacità di esprimere una volontà sovrumana che costituiva la sua arma segreta. E' una metafora in cerca di concretezza.

L'Europa rischia di diventare anch'essa una specie di India dell'Occidente divisa in mille anime, trenta lingue, etnie e culture diverse che tendono a ribadire e ad approfondire le loro specificità. A essa non corrisponderà ancora per molto, come ha detto Kissinger, un "numero telefonico". Non sa neanche lei cosa sia, con un Regno Unito double face la cui vocazione autentica sembra essere quella della Prussia anglosassone che "va in guerra come a una partita di rugby", come ha detto qualcuno, o una Germania troppo grossa per il vestito che le hanno messo addosso, o infine una Francia importante, intelligente e frustrata, irrimediabilmente piccola per il suo passato e le sue ambizioni, anche se ammirevole nel suo inane tentativo di valorizzare l'uno e le altre.

Si tratta di quella stessa Europa che, mentre i tre Grandi rifanno il mondo e riscrivono una Storia che sembrava già scritta, si interroga a Gand in trentacinque minuti di niente, non senza aver messo il massimo impegno, prima, nel dividersi il più possibile, con l'incontro direttoriale (o socialdemocratico) fra Gran Bretagna, Germania e Francia che ha preceduto il plenum in modo inutilmente provocatorio.