Anno 2001

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Enduring Freedom: a che punto siamo

Andrea Tani, 29 ottobre 2001

Enduring Freedom: difficile quarta settimana. Tentiamo qualche riflessione. Sono in corso tre "campagne" (se vogliamo evitare il termine "guerra," molto controverso, che rimandiamo a futura memoria): quella militare "pura" nel teatro afgano, quella mediatica, globale, che si sviluppa in tutto il mondo e gli episodi di bioterrorismo in corso negli Stati Uniti, che non sono ancora inquadrabili in un contesto preciso e hanno una paternità ancora incerta. Bin Laden e la sua banda? Estremismi americani endogeni ancora più folli dell'intraprendente miliardario saudita? Iraq? Altro?

Si tratta di eventi integrati e interconnessi, se non altro come effetti. Ma anche di fatti separati con una loro specifica dinamica. Presentano un differente grado di innovazione. La prima, l'offensiva contro i Talebani, a dispetto di tutta la sua cibernetica intelligenza, è un deja vu, per ora. La seconda, sempre esistita, ha importanti elementi di novità. La terza, la Biowar, è totalmente inusitata e apre prospettive inquietanti e colme di vertigine. Proviamo ad approfondire.

L'ennesima avventura afgana della Superpotenza di turno va a rilento. L'Afghanistan ha una superficie di 653 mila kilometri quadrati, quanto la Francia, l'Olanda, il Belgio e la Svizzera combinati. L'80% è montagnoso. E' un paese enorme, non quella piccola macchia colorata che compare sulle mappe dei telegiornali. Molto più grande di tutta la regione alpina e poco meno dell'intera superficie dell'Himalaia. A parte i Talebani e le tribù guerriere che nidificano su quelle montagne, il teatro operativo è un incubo orografico per qualsiasi pianificatore militare. Uno dei peggiori al mondo, considerata l'alternanza fra il clima secco e torrido dell'estate e quello gelido e veramente himalaiano dell'inverno, che impone a qualsiasi invasore di camuffarsi ora da legionario, ora da alpino. L'esistenza di un campionario sterminato di grotte, cavità naturali e non, fenomeni carsici di tutti i tipi completa il quadro. I modesti bombardamenti alleati (leggasi americani, perché Blair bombarda le news internazionali più che le montagne talebane, che hanno intravisto solo qualche sporadico cruise britannico lanciato su dati e secondo la pianificazione USA, senza i quali non si staccherebbero neanche dai sommergibili che li trasportano) hanno ottenuto effetti poco significativi sotto il profilo operativo; e non potrebbe essere altrimenti.

A dispetto delle roboanti immagini televisive - sempre eguali, si tratti di Desert Storm o dell'invasione di Grenada - le sortite dei velivoli americani sono molto limitate. Decine al giorno, a fronte delle migliaia dei Desert Storm e delle centinaia del Cossovo. Sono in azione solo tre delle quattro portaerei presenti in zona: la Kitty Hawk si può permettere di fungere come base degli elicotteri e degli incursori delle Special Forces al posto della usuale LHA anfibia classe Tarawa o Wasp. L'USAF opera con i soli B 52 (un piccolo nucleo) di Diego Garcia e qualche missione di B-2 proveniente direttamente dal Missouri. Questi ultimi hanno costi di esercizio talmente elevati da essere riservati allo show iniziale e a qualche sortita particolarmente critica. Nonché a sperimentazioni mirate al sistema B 2 che poco hanno a che vedere con i talebani.

I cacciabombardieri dell'Aeronautica trasferiti nell'area con grande fretta e fanfara all'indomani dell'attacco ai Twins sono fermi in varie basi aeree dei Paesi del Golfo, in attesa del permesso di operare da parte dei governi locali. Per ora non l'hanno concesso, nonostante le visite in tal senso di Powell, Rumsfeld e Blair.

Questo blocco, tollerabile nella situazione contingente, ma foriero di gravi conseguenze in un altro contesto, dimostra che anche nei nuovi scenari della neo-Guerra Fredda Huntingtoniana le portaerei sono sempre preziose, non solo e non tanto per ragioni operative ma soprattutto per motivi politici. Se non ci fossero state le "flattops", l'attacco all'Afghanistan non avrebbe potuto aver luogo. Non sempre si trovano aeroporti adeguati, soprattutto quando più occorrono, e quasi mai ciò accade in quel contesto di "scontro di civiltà" che potrebbe diventare usuale, nonostante tutti si affannino ad affermare il contrario. Nessun Paese appartenente ad un certo ambito culturale (dando a questo termine una accezione piuttosto generica) può permettersi di concedere ad un alleato "diverso" le basi che gli servono per attaccare un suo fratello di sangue, e neanche un cugino, per quanto "canaglia" possa essere. Qualunque siano le ragioni, i torti e la condivisione delle motivazioni teoriche.

E' quello che sta succedendo ora e che non era accaduto neanche nel '91 con Saddam, forse perché non vi era allora la consapevolezza dello "scontro fra civiltà". Il mondo era ancora diviso fra Est e Ovest, secondo linee di faglia ideologiche che oggi sembrano preistoria.

La ricerca di una coalizione operante che renda veramente possibile Enduring Freedom è in gravi difficoltà. Sono sempre i soliti noti a dare manforte alla famiglia anglosassone in battaglia, con l'aggiunta importante, questa volta, di una Germania così determinata ad esporsi da aver inviato in fretta e furia nell'Oceano Indiano, subito dopo l'11 settembre, una fregata, la Karlsuhe, a dare un segno tangibile di solidarietà. Senza essere stata sollecitata in tal senso da Washington, come altri invece hanno fatto, lamentandosi poi di essere stati esclusi dalla foto di famiglia.

In sostanza, il potere aereo USA è impiegato al minimo e i risultati, in un teatro così e contro un nemico del genere, non possono essere che minimi. Sono stati distrutti il sistema di comando e controllo delle forze amate talebane e la difesa area territoriale, ma, come ha osservato un ex Capo di stato maggiore americano, l'Afghanistan non possedeva niente che meritasse tali denominazioni. Non esisteva un sistema C 3I, né una vera rete di difesa aerea. Solo qualche telefono, e sporadiche batterie di obsoleti missili SAM di fornitura sovietica, residuati bellici. Le armi più pericolose sono i SAM spallabili di costruzione americana, sovietica, cinese, francese e britannica, residuati degli anni '80 o acquistati sul mercato nero magari in cambio di una partita di eroina. Si tratta di armi portatili, acquattate nelle medesime buche o caverne dei loro operatori. Quando sarà il momento, questi le tireranno fuori, e daranno filo da torcere agli elicotteri e agli aerei utilizzati in supporto tattico ai reparti di terra alleati, quando e se arriveranno. Occorrerà stanarli ad uno ad uno. E non sarà facile.

La vera arma segreta dei talebani è proprio il fanatico aspirante suicida nella buca, con il suo Corano, il Manuale delle "Rules of Engagement" delle milizie islamiche. Egli ha molto più da guadagnare a morire da martire che a vivere nelle condizione in cui vive. Il contrario di quanto si può immaginare per qualunque combattente occidentale che, anche se "speciale", non ha nessuna propensione per il martirio. Magari è disposto a uccidere con maggiore disinvoltura del soldato normale, e lo sa fare meglio. Ma in quanto a morire, gli secca molto, né più e né meno che a qualunque giovane cittadino del ricco e tutto sommato piacevole mondo al quale appartiene.

L'alternativa è lasciare che a rischiare siano soprattutto coloro che ne possono trarre i maggiori vantaggi personali. Cioè gli indigeni, siano essi l'alleanza del Nord o qualche altro raggruppamento tribale. Utilizzando a piene mani, come già abbiamo accennato in passato, i "dollari intelligenti" e la propensione a vendersi al migliore offerente che secondo i pratici locali coesiste senza imbarazzi con le virtù marziali dei fieri montagnardi. Tuttavia non sembra che per ora le cose vadano in questa direzione. Forse i talebani non sono così venali come si dice, o sarà l'effetto del Manuale delle RoE. di cui sopra. Oppure la Legione Araba di Bin Laden riesce a terrorizzare gli aspiranti rinnegati più di quanto non facciano le smart bombs. E l'odore dei dollari non convince più di tanto.

Senza contare che l'Armata del Nord potrebbe non essere l'Afrika Corps di Rommel se finora ha concluso così poco. Prima dell'11 settembre non ha fatto altro che collezionare sconfitte.

E' evidente comunque che le Special Forces alleate non hanno fatto quell'ingresso trionfale e massiccio che era dato per scontato dopo la distruzione delle infrastrutture e dei bersagli maggiori. Vi sono certamente nuclei di commandos infiltrati nel teatro in modo occulto, ma tengono la testa bassa e si comportano più come sono usi a fare da sempre - mimetizzati, nascosti, furtivi - che da avanguardia di una vasta offensiva militare condotta con avvolgimenti verticali generalizzati, una riedizione tridimensionale della Dottrina "AirLand Battle 2000" che ha dato così gagliarda prova di sé durante Desert Storm. Per ora non è stato scritto un nuovo capitolo della guerra terrestre. Lo stato dell'arte sembra sempre il medesimo, con qualche gadget tecnico in più.

L'osso è molto più duro di quanto non si poteva immaginare e la sua masticazione completa può anche essere non così agevole e neanche necessaria. Una sistemazione politica del contenzioso in atto, un 25 luglio locale risolverebbe molti imbarazzi ad un prezzo infinitamente minore.

L'ingresso nel Paese del "Dino Grandi" afgano, il Comandante monarchico Abdul Haq (per il qual sono stati scomodati altri precedenti storici, da Pisacane a Che Guevara), eroe della resistenza antisovietica ed esule da tempo, va letto verosimilmente in tale chiave. La sua immediata cattura ed esecuzione da parte dei Talebani dimostrano che le condizioni non sono ancora mature. Oltre a evidenziare una padronanza da parte di questi delle operazioni "hit and run" che i Berretti Verdi dovrebbero valutare attentamente.

Forse occorre solo perseveranza e tempo. La complessità del teatro e le sue particolarità etniche precludono soluzioni rapide. Gli strateghi del telecomando dovranno pazientare.

Veniamo alla seconda campagna , quella dell'informazione, o InfoWar (un tempo definita Guerra psicologica, propaganda, conquista delle menti e dei cuori, cattura del retroterra ideologico e culturale del nemico e del neutrale). Essa ha assunto una rilevanza maggiore di quanto non fosse prevedibile, e non nella direzione ipotizzata. E - sorpresa! - non è più regolata, come era successo nel Golfo e nel Cossovo, dall'infotaiment statunitense, dominatore incontrastato del palinsesto globale. Il fattore nuovo è rappresentato da al-Jazeera, la CNN araba che opera spudoratamente dall'interno dello schieramento nemico, con tecnologia occidentale e argomenti islamici, e che non può essere disinformata, interdetta, addomesticata o oscurata dal Pentagono. I danni collaterali dei bombardamenti sono esposti in tutta la loro potenza mediatica, dopo essere stati opportunamente manipolati. Senza possibilità di un contradittorio altrettanto efficace. Nessun mezzobusto in blazer ha lo stesso impatto di un edificio sfracellato o di torme di povera gente disperata e sanguinante.

E si può essere certi che la controparte, la vera CNN di Atlanta o il BBC World Service, hanno una minore audience fra le masse musulmane di quanto non abbia la loro controparte araba presso le classi medie occidentali. O semplicemente presso i media occidentali, che attingono a essa con avidità, data la scarsità di news raccolte dai loro operatori all'interno dell'Afghanistan.

D'altronde la citata lentezza delle operazioni militari non consente alla InfoWar americana di cogliere facili successi. L'esposizione del Pentagono sembra fiacca, non convinta, a volte contraddittoria, con qualche infortunio di troppo. La CIA chiede suggerimenti sul da farsi su INTERNET, con premi in denaro, come una ditta di detersivi.

Sugli schermi televisivi di tutto il mondo è in atto una travolgente avanzata dell'effetto profughi e della BioWar - e qui passiamo al terzo argomento - che non porta munizioni alla causa alleata, ma ne sottrae. La vicenda dell'antrace trasmette alle platee televisive un senso generale di scoramento, di vaghezza e di impotenza, senza essere in grado di scatenare l'indignazione patriottica per l'ambiguità delle origini del fenomeno. Non si capisce chi sia l'untore: Osama Bin Laden, l'Iraq, o sempre più verosimilmente i gruppi suprematisti dell'estrema destra americana, ipotesi folle e sommamente inquietante. O piuttosto una combinazione dei tre, in un diabolico gioco delle parti che lascia sgomento il normale cittadino. La posizione americana non esce certo rafforzata da queste ipotesi, se fossero confermate, come la credibilità dei suoi argomenti e i fondamenti morali della sua azione. Un Paese che consente a schegge impazzite del proprio tessuto sociale di colpire i propri fratelli in un modo così atroce e in un momento così drammatico come può dare lezioni al mondo sulle valenze etiche della convivenza?

Ma anche se dovessero prendere consistenza responsabilità esclusive dei nemici esterni, cioè la supposizione più convenzionale e diciamo pure auspicabile, la frustrazione non diminuirebbe. La pista fondamentalista aumenta lo scoraggiamento per l'apparente inanità dell'offensiva che dovrebbe neutralizzarlo. Il demonio saudita sembra essere in grado di colpire in più punti il Golia statunitense e sbeffeggiarlo, senza rischiare più di tanto e senza contropartite apparenti. La statura militare del personaggio e dell'organizzazione che a lui fa capo risulta ingigantita senza che a ciò corrisponda alcun aumento dell'odio e dell'esecrazione americani, già a fondo scala. Cresce invece il plauso , subliminale ed esplicito, dei simpatizzanti islamici e lo spessore delle perplessità dei "simmà" di questa parte della barricata, anche perché si comprende sempre più che la guerra sarà lunga e sanguinosa. Gli effetti collaterali saranno sempre maggiori, e con loro i consensi demoscopici di chi saprà cavalcarli meglio

L'ipotesi Iraq non è meno preoccupante e gravida di pericoli. Forse si trova alla base di qualsiasi spiegazione esogena del fenomeno BioWar in corso e in ogni caso costituisce la minaccia potenziale più pericolosa e credibile. Un suo comprovato coinvolgimento determinerebbe la ripresa di Desert Storm, dopo dieci anni di inutile intervallo, senza la vera coalizione internazionale di allora, con un pesante lutto da riparare e un alone di vittimismo che aleggia attorno alla figura di Saddam, diventato il premuroso padre dei bambini iracheni.

Il fatto che egli sia in realtà il loro ignobile carnefice, uno degli esempi di cinismo più eclatante fra i tiranni di tutti i tempi, sembra sfuggire a troppi. Esso si configura come degli usuali fenomeni di strabismo propagandistico autoindotto che si verificano in queste circostanze, soprattutto a favore dei dittatori che sostengono di volere riparare dignità calpestate o torti presunti. Tale strabismo condiziona ora i Paesi arabi moderati che nel '91 hanno sostenuto la riconquista del Kuwait. La negazione delle basi agli aerei dell'USAF e della RAF per l'offensiva aerea in Afghanistan ne è un primo esempio. Si immagini quale sarebbe il loro atteggiamento nell'ipotesi di una ripresa del conflitto contro l'Iraq. Persino il Kuwait non è disponibile, a quanto pare, a punire il suo antico massacratore.

In tali condizioni, impostare una campagna aerea di interdizione contro l'Iraq - propedeutica a qualcos'altro che non potrebbe essere granché diverso dall'offensiva terrestre del '91 - sembra oggi fantascienza. Lo stesso Iraq ha ricostituito gran parte del suo dispositivo militare originale e le sempre crescenti difficoltà che incontrano le aviazioni angloamericane a imporre le "no fly zone" a nord e a sud del Paese dimostrano quanto efficace sia stata questa ricostituzione. Non parliamo poi di lanciare una invasione territoriale, non si sa da dove. Per schierare le necessarie forze corazzate sono necessari centinaia di chilometri di "staging area", che oggi esistono solo nei libri di storia, dove si parla appunto dell'irripetibile Desert Storm, o delle guerre dei bei tempi andati.

Tutto ciò potrebbe spiegare, forse, perché il governo americano non enfatizza più di tanto un possibile ruolo iracheno nella diffusione dell'antrace. Almeno non prima di avere ottenuto dal decisivo fronte palestinese qualche clamoroso successo. Per esempio un trattato di pace fra Israele e Arafat, che consenta agli alleati moderati arabi di accettare, senza essere spazzati via dal fondamentalismo, una presenza militare occidentale sul loro territorio. Contro quello che diventerebbe nuovamente il diavolo di Baghdad, ateo e assassino di fratelli arabi e dei propri figli innocenti. Come nel '91.

Ma si tratta di un'ipotesi remota, anche senza il difficile assenso di Sharon. Tanto più in quanto l'ondata emotiva dell'11 settembre si sta attenuando per l'inevitabile effetto di metabolizzazione della tragedia newyorkese da parte delle platee televisive. Ci si abitua a tutto, anche all'inimmaginabile. Le notizie pubblicate sui giornali USA circa un ridimensionamento delle perdite umane dei Twins - prima 6700 caduti dichiarati dalle autorità, poi 4800 e ora sembra 2950, secondo Washigton Post - conferisce ulteriore forza e argomenti ai "simmà", agli eterni cerchiobottisti. Qualche settimana fa quei pochi che si azzardavano a proporre tali argomenti venivano bollati come spregiudicati traditori coi paraocchi ideologici. Poi sono diventati degli inguaribili utopisti, forse pericolosi ma certo in buona fede. Ora gli anchorman non li interrompono più con sdegno durante i dibattiti televisivi, e i ministri rispondono con cortesia alle loro argomentazioni osservando che tutti siamo d'accordo che la pace è l'obiettivo supremo al quale tendere, anche con i B 52 e i cruise, che sono contenitori virtuali di ramoscelli d'olivo. Quando si cominceranno a fare i conti e si vedrà che in base ai numeri della CNN araba le vittime civili in Afghanistan cominciano a superare quelle di Manhattan, l'azzardo sarà dissentire da loro. In attesa dell'ondata di profughi, per i quali si profila una vera catastrofe umanitaria, se la guerra si incattivisse e superasse le soglie del terribile inverno afgano, e che potrebbe travolgere le velleità combattive di tutti, cominciando da quelli dell'undicesima ora.

Tutte queste difficoltà, crescenti e in larga parte impreviste, almeno in una prima fase della vicenda che è iniziata l'11 settembre, dimostrano l'esattezza e la lungimiranza della previsione che il Presidente Bush ha espresso all'indomani degli attentati, con le macerie dei Twins e del Pentagono ancora fumanti. L'America e coloro che saranno al suo fianco dovranno combattere una guerra lunga, difficile, dura, e, come ci stiamo accorgendo, non scontata. Forse anche molto crudele. Occorrerà una determinazione churchilliana per vincerla senza quelle scorciatoie che sembrano quadrare il cerchio ma poi lo deformano definitivamente, come è successo nel '91 con il citato Desert Storm. Quella stessa determinazione che nel '40 prevalse sui "simmà" interni al Governo di Sua Maestà, rappresentati dal Ministro degli Esteri, lord Palmerston, che spingevano per una trattativa stile Monaco con Hitler, via Mussolini.

Si trova sempre un Mussolini disponibile, Bisogna vedere se c'è ancora qualche Churchill in circolazione, e se il suo popolo - tutto il mondo occidentale, in questo caso - lo seguirà.