![]() |
| Anno 2001 | |
Cerca in PdD |
Sono passate solo quattro settimane e sembrano dieci anni. Non sappiamo come finirà ma iniziamo a capire come è iniziato. E siamo in grado di cominciare ad estrarre dal magma che è fuoriuscito dall'11 settembre gli eventi componenti, ordinati secondo tipologie che rispondono a specifiche esigenze di conoscenza ed interpretazione. Riguardanti, ad esempio, quale di questa incredibile teoria di avvenimenti abbia più stupito il mondo, le masse, gli addetti ai lavori, gli studiosi, la gente comune, gli ignoranti dei quattro angoli del globo.
In altre parole, quali siano le sorprese che la fatidica data ha disvelato. Comunque vadano le cose, esse sono consolidate e scritte nel marmo. Forse ce ne saranno altre, ma su queste ormai non vi è più alcun dubbio. Far decantare le sorprese da un rumore di fondo informativo troppo dovizioso per riuscire comprensibile, metterle insieme e collegarle in modo da comprenderne le consequenzialità, appare un'operazione che vale la pena di tentare e che non dovrebbe contribuire all'aumento della cacofonia generale. Può consentire piuttosto di estrarre qualche riflessione che ci faccia valutare in tempo reale l'entità dei rivolgimenti prodotti da quel memorabile pomeriggio. Anche e soprattutto per ritrovare la bussola e il senso ultimo degli avvenimenti che si stanno spiegando davanti ai nostri occhi, con una dinamica della quale non c'è alcuna esperienza pregressa. Come abbiamo già avuto modo di osservare, la CIA e il Pentagono hanno promesso su Internet ricchi premi a chi si farà venire qualche buona idea per uscire da quest'incubo. Questa richiesta rappresenta l'emblema dello smarrimento. I conflitti più recenti, Golfo e Kosovo, oltre agli episodi minori, Cecenia, Centroafrica, Bosnia, Palestina, Somalia, etc., hanno rappresentato tutto sommato la conferma di scelte fatte da tempo, di tipo militare, politico, dottrinale e tecnologico. Desert Storm ha costituito una trasposizione tropicale dello scontro NATO-Patto di Varsavia pianificato e previsto per le pianure tedesche, con le stesse armi e la stessa dottrina e con il Golfo Persico a vicariare il Baltico sul lato a mare del teatro. E analogamente il Kosovo e la Bosnia, più o meno repliche monotematiche dello stesso argomento, il ruolo del potere aereo nella guerra convenzionale moderna a "zero morti". Combattute oltretutto contro un vero esercito slavo e comunista, una copia carbone dell'Armata Rossa. Tutti gli altri episodi sono stati un déjà vu, ad eccezione della Somalia che ha anticipato in sottotono certi temi del nuovo millennio, ma in modo frastagliato e confuso. A differenza di tali vicende, le novità scaturite dall'11 settembre sono state molto più numerose delle conferme, a riprova che il mondo, la vita è ancora un libro largamente da sfogliare. Siamo ai primi capitoli; altro che "fine della Storia!…" Cominciamo a osservarne qualcuna. Innanzitutto, il fatto in sé, l'attacco all'America, la Madre di tutte le sorprese, che rimane l'avvenimento eclatante di tutta la vicenda, qualunque sia il rigetto che il tormentone mediatico può aver provocato. Tale nei mezzi, nella scelta dei tempi e dei simbolismi, nella voluta banalità ordinaria degli strumenti di morte - non un grammo di esplosivo o una singola pallottola, ma oggetti della quotidianità consueti fino all'inverosimile - e nella perversa genialità del piano, semplice come tutte le autentiche grandi invenzioni, nel bene e nel male. Configurato strategicamente come la più efficace e brutale apertura delle ostilità senza dichiarazione di guerra che abbia iniziato un conflitto nella storia contemporanea, anzi nella Storia tout court, perché gli attacchi di sorpresa sono una prerogativa del dinamismo tecnologico della modernità. Non esistevano quando le navi andavano a quattro nodi e le fanterie a cinque chilometri all'ora. Ci volevano giorni e settimane per schierare le forze. I precedenti? Port Arthur, nel 1904, la penetrazione tedesca in Unione Sovietica il 22 giugno del '41, Pearl Harbour e le Filippine nel dicembre dello stesso anno, la subitanea distruzione delle aviazioni arabe nel giugno '67 da parte dell'Aeronautica israeliana e lo Yom Kippur di Sadat, nell'ottobre di sei anni dopo. E mi pare basta, fra i fatti maggiori. Precedenti illustri, blasonati e rigidamente professionali, un affare in famiglia da parte della crema della classe militare del momento. Questa volta una accozzaglia di fanatici falliti o martiri, a seconda delle prospettive, con una manciata di taglierini, punteruoli e forbici per unghie infligge alla maggiore potenza militare di tutti i tempi la più grave disfatta della sua storia, mettendo quasi in ridicolo il Pentagono (oltre a demolirne un'ala), che spende trecento miliardi di dollari all'anno per la difesa del suo Paese, più di tutto il resto del mondo combinato. Seconda sorpresa, quindi. Una incredibile inadeguatezza del sistema di sicurezza esterno e interno degli Stati Uniti a fronteggiare una minaccia nota, manifestata ripetutamente, intenzionata a colpire ancora e ancora. Tutto quello che si è scoperto dopo, non fa che confermare lo sbigottimento. Ma come è stato possibile che sia accaduta una cosa del genere al più formidabile dispositivo bellico della storia? Lo stesso che nel 1918 ha liquidato l'impero tedesco in una estate, con il suo solo apparire sulle pianure francesi, nel 1942 in un'altra sola estate ha bloccato e rovesciato la marea montante della formidabile Flotta giapponese, nel 44-45 ha debellato Hitler non avendo neanche avuto bisogno di battere una sola volta i suoi marescialli in battaglia, e lo stesso ha fatto con l'Armata Rossa, nel cinquantennio successivo senza spararle un colpo, o sparandone pochissimi, e in modo del tutto furtivo o per interposta persona. E prima di allora c'erano stati i messicani, le tribù indiane - due milioni di nomadi guerrieri tutt'altro che accomodanti - e i mercenari sassoni di Sua Maestà britannica, la migliore fanteria del mondo, quella che avrebbe sconfitto Napoleone in Spagna e a Waterloo. La spiegazione è che in realtà non si è trattato di una guerra iniziata da un attacco militare, ma di una guerra iniziata con un gigantesco attacco civile, ingestibile sia dalle forze armate del prima 11 settembre sia da qualsiasi forza di polizia, del prima e probabilmente del dopo. Favorito da una vulnerabilità a tutte le forme di offesa - postindustriali, virtuali, o asimmetriche, o semplicemente terroristiche - del mondo moderno avanzato, organizzato ad immagine e somiglianza della società americana, la quale vulnerabilità era particolarmente eclatante proprio negli Stati Uniti, per le ragioni che ormai sanno a memoria anche i bambini. Vulnerabilità che costituisce la terza sorpresa del nostro elenco. Ma che non è la sola che riguarda il gigante ferito. Se ne possono citare almeno altre due, la débâcle dei servizi di intelligence a prevedere e prevenire quanto è accaduto e l'inadeguatezza del liberalismo spinto e a briglia sciolta, tipico del sistema socioeconomico statunitense, a fronteggiare le incoerenze e i grovigli del mondo reale di oggi. La prima scoperta ha le ragioni che abbiamo letto e riletto in queste settimane: troppa enfasi sul SIGINT, in sostanza, e troppo poca sull'HUMINT. Non è così semplice, ovviamente. Si può anche aggiungere che gli Stati Uniti devono tenere sotto controllo il mondo intero e tutto quello che vi succede. Hanno un dozzina di nemici potenziali e due volte tanti rivali o competitori. Non potendo disporre di milioni di informatori, e soprattutto dei mezzi disseminati sul pianeta per raccogliere e valorizzare le loro soffiate, utilizzano al meglio gli strumenti che possono gestire con efficacia, l'osservazione satellitare, l'intercettazione di segnali elettromagnetici, la decrittazione, l'analisi dell'IMAGINT e tecniche collegate. Essi consentono di monitorizzare centinaia di aree cruciali e processare in modo centralizzato miliardi di informazioni , attraverso l'utilizzo di supercomputer.
Quando si suggerisce agli americani di fare come Israele, che ha infiltrato metà dei suoi nemici diretti ed è consapevole di quello che succede in campo avverso a volte meglio dei suoi stessi nemici, ci si dimentica che:
I due contesti sono inconfrontabili. I Servizi di intelligence americani sono i migliori al mondo e hanno accumulato una incommensurabile quantità di informazioni su un numero enorme di obiettivi potenziali. Sono più aggiornati ed efficienti su quelli che sembravano le minacce più pericolose e immanenti. Fino all'11 settembre queste potevano essere la Cina, la Russia (si, ancora lei, l'unica ad essere in grado di obliterare gli Stati Uniti in un'ora), Cuba, l'Iran, i Rogue e i Mafia States, le varie organizzazioni terroristiche e criminali. Dopodiché Al Qaida sarà certamente passata al primo posto e, come abbiamo visto, certe barriere di pruderie che mal si conciliavano con le dure realtà dell'intelligence sono in via di rimozione. D'altra parte i Servizi sono espressione della cultura del proprio Paese e gli Stati Uniti a dispetto del loro apparente cosmopolitismo rappresentano una cultura molto ripiegata su se stessa. La stessa prassi di scoraggiare il multilinguismo e il mantenimento della lingua d'origine (che ora comincia a permanere, a dispetto dei desiderata governativi, per la diffusione di audiovisivi in lingua) ha impoverito la società americana di strumenti per capire il mondo nonché di bacini di arruolamento di potenziali operatori Humint. In effetti gli Stati Uniti sono forzatamente aperti solo alla componente latina del loro continente, per ovvie ragioni. Per Cuba probabilmente non ci sono carenze di alcun tipo, per quello che ormai può servire. Sulle inadeguatezze del liberalismo spinto e della fruizione incondizionata dei diritti civili molto si è scritto e si è detto. Non sembra che ci sia niente da aggiungere. E' già in corso un processo di "europeizzazione" del contesto socio-istituzionale degli Stati Uniti che dovrebbe dare risultati a medio-lungo termine, anche se la mobilitazione in corso renderà il colabrodo americano meno permeabile ai futuri terrorismi. Sperando che non venga gettato il bambino insieme all'acqua sporca e non si affievolisca la spinta alla valorizzazione dell'individuo sulla quale si è basato il progetto americano. E già che si parla del progetto americano, viene a mente la sesta sorpresa, quella relativa alla tenuta del fronte interno dell'Unione, contrapposta a quel certo scardinamento delle strutture organizzative federali e locali che certuni hanno rilevato (chi scrive no). Il mondo è rimasto colpito dalla compostezza e dallo stoicismo dei quali hanno dato prova tutti: le famiglie dei caduti, le forze dell'ordine, i militari, i vertici governativi, l'uomo della strada, gli intellettuali, i giovani, gli immigrati, le confessioni religiose. Non è stata mostrata una goccia di sangue, o una famiglia disperata, e sì che ce ne saranno state, le une e le altre. Una grandissima prova di saldezza morale e di forza interiore. E di senso di responsabilità da parte dei media americani, che non sempre ne hanno avuto molto. Senza bisogno, è il caso di aggiungere, di strette autoritarie, comprensibilissime in questi casi, ma conservando e addirittura vezzeggiando il dissenso, enfatizzato forse per mostrare un esempio tangibile della "superiorità" del sistema Stellato. Le dimostrazioni contro la guerra in molte città americane sono state incredibili, come del resto l'atteggiamento di compianto, un po' disgustato ma non aggressivo, del comune passante. Grande Paese, grande civiltà. E grande leadership, a livello di sistema, di humus. Più che di singole persone. E siamo alla settima sorpresa. E' il contesto che ha trasformato un comune signor qualsiasi texano, un Mr. Smith, catapultato alla Casa Bianca da una parentela importante e forse da qualche scheda elettorale di troppo, nell'impavido Presidente Bush di queste settimane, che sembra non abbia fatto altro nella vita che prepararsi a tenere i nervi saldi in questo terribile dramma. Nessuno meglio di lui sembra aver impersonato l'americanità, con tutte le sue banali normalità e i suoi sobri eroismi. Comunque la posizione e la percezione degli Stati Uniti nel mondo è cambiata. E' stato sorprendente che ci volesse cosi poco. Intendiamoci, la tragedia dell'11 settembre non si può minimizzare, ma l'egemonia planetaria americana veniva molto da lontano, c'era stato bisogno della determinazione e del duro lavoro di tre o quattro generazioni per arrivarci. Essa si basava, nei termini nei quali era metabolizzata dal mondo, su parametri obiettivi che sussistono tuttora, e che confermano ancora lo sbilanciamento della potenza statunitense rispetto a qualunque altra. Tuttavia, l'orgoglioso isolamento imperiale del dopo muro si è aperto alle necessità della realpolitik. Le Grandi Potenze hanno riguadagnato la scena, non solo per esserci comunque ma per fare la loro parte rubandone fette sempre crescenti al mattatore. E non si è trattato di un'implosione, come è accaduto per l'Unione Sovietica, neanche parziale e moderata, ma dell'azione di un vero fattore esogeno - un nemico. Che ha costituito la più agghiacciante sorpresa, ancorché la nona del nostro elenco. In realtà un grappolo di stupori: la presa di coscienza in pieno XXI secolo della pericolosità di una minaccia che sembrava scaturire dai secoli bui - un fanatismo trascendente di tipo altomedioevale coniugato con la furia luddista di masse sterminate di zeloti selvaggi, della quale - e dei quali - non avevamo consapevolezza. Connessa con la critica labilità - al limite del punto di deflagrazione catalizzato da un incidente fortuito - del contatto fra la modernità scettica, disincantata e laica dell'Occidente e la folle frustrazione di una cultura retrograda, cristallizzata su un mondo scomparso, disperata ma allo stesso tempo in espansione, per la sua austera semplicità, il suo egalitarismo e la schiettezza del messaggio. Sullo sfondo, la lotta fra un Dio terribile e vendicativo e un Uomo che si è sentito padrone del mondo e della vita, forse oltre i suoi limiti, ma che comunque cercava di emanciparsi dal terrore della morte attraverso i mezzi della ragione. Evidentemente non gli unici possibili o riconosciuti. Non hanno migliorato le prospettive l'acquisita consapevolezza del grado di penetrazione del fondamentalismo nel mondo islamico, favorito dalla rovinosa combinazione dell'assenza di democrazia nelle corrotte autocrazie dominanti con la forza e pervasività (anche a livello delle classi più acculturate o occidentalizzate) della confessione religiosa. Nonché dall'imprevidente disinteresse dell'Occidente a tutto ciò. O meglio dall'interesse dello stesso ad uno status quo governato dall'esclusivo profitto delle Società petrolifere e delle economie avanzate. Esempio preclaro ma non solitario di una lungimiranza negativa del quale lo stesso Occidente ha dato prova anche in altre occasioni. E anche quando si trattava di regimi laici e nazionalpopolari a sfondo progressista, relativamente staccati dall'Occidente, le cose non sono andate meglio. La ragione è in ritirata dappertutto nel mondo arabo islamico, e le sirene del progresso non incantano più, sovrastate come sono dai richiami dei predicatori. In quella parte di mondo si è liberato di nuovo dalla bottiglia nella quale era stato rinchiuso il genio malefico della intolleranza religiosa e della xenofobia confessionale, la specie più venefica e mortifera di inadeguatezza dell'uomo alla prossimità dei suoi simili. C'è da chiedersi come mai e in cosa il XX Secolo ha fallito, tanto da riproporre al mondo una così incomprensibile barbarie, dopo un secolo di Superuomini e di tramonto della Divinità. Nel resto del pianeta tutto ciò ha determinato una serie di sorprendenti conseguenze, di segno altalenante. Si va dall'immediato e fraterno moto di solidarietà delle popolazioni europee, profondamente ed emotivamente coinvolte come forse non era mai successo, che ha soverchiato i distinguo realpolitici dei loro governanti, all'avvicinamento subitaneo all'Occidente dei tradizionali avversari geopolitici dell'America - Russia e Cina innanzitutto - che hanno approfittato dell'occasione per saltare rapidamente il fosso e guadagnare in una volta sola trent'anni di evoluzione naturale. Come ha fatto un altro grande Paese, l'India, che avversaria non era ma alleata neppure. Questi avvicinamenti lasciano forse presagire il coagularsi di un blocco delle civiltà laiche che rappresenterebbe una imprevista mutazione delle teorie del professor Huntington e dimostrerebbe come viene preso sul serio il genio malefico di cui sopra e la necessità di rinchiuderlo al più presto nella sua bottiglia. Un'altra conseguenza meno prevedibile del crollo dei Twins riguarda l'apparente spinta verso un'evoluzione positiva che da esso hanno ricevuto contenziosi incancreniti da decenni di odi e stragi. Le prospettive favorevoli appaiono prossime per alcune contingenze, come la guerra civile in Irlanda del nord (e forse la pacificazione dei Paesi baschi), e più incerte per altri casi, come l'evoluzione dell'instabilità indonesiana e il cruciale conflitto israelo-palestinese, al quale sono state attribuite molte e indimostrate responsabilità nel precipitare della crisi internazionale in atto. Nel lungo elenco delle nostre sorprese, una delle più malinconiche è stata la verifica di quanto sia ancora radicato il riflesso antiamericano delle frange più radicali dell'estrema (e non solo estrema) sinistra dell'Occidente, insito quasi nel loro DNA. Esse hanno manifestato il loro veteropacifismo senza pudore e senza ritegno, confermando la loro congenita e irresponsabile fuga dalla realtà, condita del rovinoso infantilismo di sempre. In una evidente pulsione nostalgica verso un'improbabile età dell'oro, passata e futura, che costituisce un equivalente sociopolitico della nostalgia del liquido amniotico materno degli immaturi cronici. Un problema psicoanalitico con pesanti ripercussioni strategiche, del quale un certo mondo non riesce a venire a capo. Abbiamo accennato al valore simbolico e positivo che tali manifestazioni hanno avuto negli Stati Uniti. Altrove si è trattato di una ignobile farsa, potenzialmente foriera di limitazioni non secondarie all'iniziativa di autodifesa americana. E particolarmente odiosa nei contesti che hanno più beneficiato dell'assistenza di Washington, uno dei quali ci riguarda molto da vicino. Si tratta di una circostanza nella quale alcune "debolezze" del variegato panorama politico italiano - una risicata minoranza molto vociante e amplificata - hanno fatto la loro disonorevole parte, toccando vette di ridicolo che costituiscono un autentico record della specialità. Il Paese che ha il privilegio di ospitare le operose confraternite che le hanno espresse ne ha subito le conseguenze rischiando di giocarsi gran parte della credibilità conquistata in quasi vent'anni di faticosa risalita dalla disfatta bellica e dalla degenerazione immediatamente successiva. Un lungo percorso, dai tempi dell'8° Gruppo Navale alla caccia dei boat people vietnamiti voluta da Pertini, all'accettazione degli euromissili (che ci valse l'ingresso nell'allora G 4), al Libano di Italcon, al Golfo, alla Somalia, ai Balcani, all'ingresso nel Gruppo dei Cinque, all'abusato ma indubitabile ingresso nel sistema monetario europeo, alla costituzione dell'Eurocorpo e delle altre Unità militari europee integrate. Fortunatamente sembra che i danni siano rientrati. L'Italia farà la sua parte fra i Paesi più importanti. Ma non certo per merito delle confraternite di cui sopra, che non hanno perso anche questa occasione per danneggiare la loro Patria, che tale rimane, anche se il termine è ostico a loro e agli incredibili personaggi che ne fanno parte. Tutta la vicenda non è stata purtroppo una sorpresa, ma una constatazione. Molto sconfortante. Vorrei concludere la lista delle sorprese generaliste - di quelle che mi sono venute in mente, ce ne saranno certamente altre - con un accenno alle sorprese tecniche, riguardanti l'aspetto militare della guerra scaturita dall'attacco all'America e appena accennate nei riguardi di un vero campo minato - le conseguenze economiche - nel quale pochi si avventurano anche con cognizione di causa. E chi scrive non è fra questi. Ma è rimasto stupito, come tanti, dalla sostanziale tenuta delle borse internazionali, che non sembrano essere, fino ad ora, particolarmente sensibili a quello che alcuni hanno definito lo scoppio della 4à Guerra Mondiale, o il primo atto dello Scontro fra Civiltà, e che comunque è uno sconvolgimento di prima grandezza, sul genere di quelli che hanno fatto e disfatto la ricchezza mondiale. Perché questa volta sembrerebbe diverso? Non mi azzardo, e tocchiamo ferro, ma un certo sconcerto c'è stato. Come c'è stato per la caduta del prezzo del petrolio, che dimostra come minimo che l'OPEC non vuole o non può usare il suo potere di condizionamento sul mondo avanzato, come ha fatto ogni volta che è stata in grado, o forse che il mercato non si cura più di tanto del 40% delle risorse energetiche in possesso dell'OPEC e bada alla legge della domanda e dell'offerta, la quale può favorire una diminuzione del prezzo del greggio per gli effetti di depressione sulla domanda che la recessione occidentale determina. Accenniamo alle sorprese militari. Voliamo alto, e lasciamo perdere i dettagli su B 52, schieramenti di talebani, AK 47, le problematiche delle donne pilota durante le lunghissime missioni aeree del conflitto, nonché le mappe e le bandierine sulle stesse. Il TeleCommando è già troppo praticato. Innanzitutto, sorpresa "militare" per l'attacco. Così efficace, sofisticato, padrone delle concatenazioni fra l'operazione terroristica, l'Infowar, la guerra psicologica, l'aggressione biologica. Possibile che un manipolo di pii altoborghesi egiziani e sauditi siano stati così bravi? Ma che scuole hanno fatto? Quale War College hanno frequentato? Con tutta sincerità, c'è qualcosa di eccessivo, di stonato in tutto questo. Non è possibile che gli attentati abbiano avuto un effetto, in perdite di vite umane e distruzioni materiali, largamente superiore alle aspettative dei pianificatori, scatenando una reazione forse non cercata? Dietro le grandi azioni militari del passato c'è sempre stato sudore e lacrime, duro lavoro di approfondimento, gente che studiava e perfezionava lo stato dell'arte, primi del corso e talenti naturali, Napoleone, Garibaldi, Moltke, Luddendorf, Lawrence, Rommel, Giap: tutti professionisti di rango che commisuravano i mezzi ai fini e avevano il senso delle proporzioni e dell'obiettivo conseguibile. Ma questi spiritati mamalucchi - e speriamo che l'Europa non ci metta la bando per averlo detto - chi sono? Dove vogliono arrivare? Vuoi vedere che per fare la guerra oggi non è più necessario saperla fare ma solo saper far del male in dosi apocalittiche? E che la guerra è sostanzialmente questo? E ancora. Quanto disagio nel constatare l'impalpabilità e l'immaterialità del nemico, senza orpelli e bandiere, senza corporeità, tre palle di fuoco, l'immagine in TV di un triste signore barbuto dagli occhi malinconici, e poi culture biologiche ingrandite, eguali a mille altre. Dire sorpresa è dire niente. "Niente" è il nemico, come l'episodio dell'Odissea. Come si fa a sconfiggere il niente con gli strumenti militari tradizionali? In sostanza la cosiddetta "asimmetricità" del conflitto in atto, imparagonabile a qualsiasi evento bellico accaduto in precedenza, costituisce una delle più grandi sorprese di questa situazione. Meno l'inadeguatezza dei dispositivi bellici classici, per gli ovvi motivi che abbiamo sottolineato. Il loro problema principale è concretizzare il nemico, e poi trovarlo. A quel punto sapranno cosa fare. Con buona pace degli impazienti. La sola novità della fase militare della crisi, di "Enduring Freedom" è, come abbiamo accennato la settimana scorsa, la rivalutazione del ruolo delle portaerei come basi sicure di un dispositivo militare americano che spesso stenta a trovare ospitalità, anche presso antichi debitori. Ma si tratta di una contingenza specifica che può non rappresentare una tendenza definitiva, anche se indurrà le opportune meditazioni presso coloro che hanno la responsabilità di farle. Anche a casa nostra, come risulta del resto dalla composizione del dispositivo militare che l'Italia invierà in zona d'operazioni, nel Golfo e in una seconda fase in Afghanistan. Esso comprende un gruppo navale centrato sulla nostra portaerei, il "Garibaldi", con il suo gruppo di volo di 6-8 cacciabombardieri Harrier, che sembrano avere una consistenza equivalente ai 6 Tornado dell'Aeronautica. Cosa ciò voglia significare, al di là di una dimostrazione di efficienza operativa della Marina che è difficile disconoscere, non è chiaro. E' possibile che nel bilanciamento delle forze abbia influito la difficoltà di trovare basi che ospitino i Tornado, mentre gli aerei dell'Aviazione Navale aeronavale non hanno questo problema. Tornando al tema generale, provvisoria non sembra invece essere la BioWar che temo sia arrivata fra noi per restare. Essa rappresenta una novità bellica assoluta dai tempi delle guerre angloindiane del '700, quando le truppe inglesi utilizzarono coperte di ammalati di vaiolo per decimare le tribù del Canada che stavano disputando loro i nuovi insediamenti coloniali. Con essa la guerra è calata nelle nostre vite, ha cessato di essere un fatto esotico e lontano per interessare la quotidianità, le case di tutti noi, letteralmente. Con la posta, gli irroratori agricoli, i condotti di areazione, i luoghi affollati, chissà quale altra diavoleria, domani. Era già successo qualcosa del genere con il crollo dei Twins, uno dei simboli della nostra modernità, che una buona fetta dell'umanità aveva visto, anche di persona, e sui quali era salita. La Torre di Pisa della post modernità. Ma ora la guerra diventa un fatto personale, e allo stesso tempo del tutto immateriale, come Al Qaieda. Sorpresa anche per quanto poco ci vuole per concretizzare la minaccia, per quanti laboratori critici ci sono al mondo. Il New York Times ne ha citati 46, solo fuori degli USA. Sorpresa perché le autorità americane non riescono a determinare l'origine dell'antrace che viene rilevata nei vari siti dove ha fatto danni e vittime, dato che le modalità di polverizzazione spinta della sua applicazione militare sono specifiche per ognuno degli utilizzatori militari della sostanza, essenzialmente, tre, USA, Russia (by appointment of USSR) e Iraq. Forse che le autorità di cui sopra non si possono permettere di svelare i propri sospetti, o certezze? La provenienza interna sarà anche vera ma non è verosimile. Ha tutto l'aspetto di una "disinformatija", anche perché nessuno sembra prendersela più di tanto per un'ipotesi che è sconvolgente, gente dello stesso sangue che pugnala alle spalle i propri fratelli nel loro momento più difficile. Oppure non è così, ed è valido magari il contrario, cioè che tutti sono talmente sollevati che l'untore non sia l'Iraq da far considerare l'agghiacciante ipotesi della provenienza interna come il male minore. Tutta la materia è governata da un intreccio confuso e apparentemente incoerente di differenti politiche mediatiche, nel quadro più generale della InfoWar che si sta sviluppando in questo come in ogni altro conflitto. La sorpresa qui è che per la prima volta dopo il Vietnam il nemico ha una presenza televisiva di livello internazionale all'interno del suo bastione sotto attacco, che opera in condizioni di monopolio assoluto. Al Jazeera sfugge alla cloroformizzazione non formalizzata ma del tutto operante che ha imbavagliato i media negli ultimi conflitti americani, eliminando l'obiettiva anche se non deliberata quinta colonna che più di ogni altro fattore ha provocato la sconfitta degli Stati Unti in Vietnam, e che da allora è in testa alle preoccupazioni strategiche dei pianificatori del Pentagono. I danni di tale situazione si vedono già, ma il bello potrebbe ancora venire, se la campagna afgana si prolungasse e i bombardamenti perdessero di precisione, anche per l'esaurimento delle "smart ammunition" che pare si stia cominciando a verificare, come hanno annunciato, fuori da ogni regola di riservatezza, e forse non a caso, i media "amici". La vera vulnerabilità degli americani nella InfoWar di questo conflitto sembra però rivelarsi proprio nella gestione mediatica della BioWar; probabilmente la combinazione di queste due forme un po' esoteriche di conflittualità produce effetti che il consueto dispositivo militare, quello dei primi del corso e delle scuole di guerra di cui sopra, non è preparato culturalmente a gestire. La battuta successiva sarebbe ovvia ma è ingenerosa. Come le nostre riflessioni hanno provato a evidenziare, nessuna categoria professionale è oggi preparata a fronteggiare quello che sta accadendo. Nei confronti del quale, con molta franchezza - e per finire - ci auguriamo una ultima sorpresa. E cioè che tutto questo termini come è cominciato, in modo irragionevole e inaspettato. Non lasciando quasi traccia e non evocando quella IV Guerra Mondiale che costituirebbe veramente la montagna partorita dal topolino. O, dato il tema, una inopportuna montagna che va da Maometto. |