Anno 2001

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La internazionalizzazione dell'industria della difesa italiana: luci e ombre

Andrea Tani, 12 novembre 2001

Le polemiche di questi giorni sull'A 400 M hanno messo sotto i riflettori un argomento che viene generalmente considerato, ma a torto, per addetti ai lavori. Si tratta dell'industria della difesa italiana che rappresenta un aspetto fondamentale per la sicurezza del Paese, della quale costituisce assieme alle Forze Armate uno dei due pilastri fondamentali. Esso determina il 14% dell'export complessivo italiano, quello a maggior valenza tecnologica, e interessa una pluralità di tematiche che non si limitano agli equipaggiamenti militari, perennemente in bilico, questi ultimi, fra la scorrettezza e l'inopportunità politica.

Almeno nel Bel Paese di qualche tempo fa. Dopo la fatidica data, le prospettive si sono completamente ribaltate, ed ora tutti discettano di aerei da trasporto, di scenari di proiezione e di cosa ha o non ha bisogno la nostra Aeronautica militare per far fronte agli scenari della Pace Calda. L'Afghanistan è dietro l'angolo. Potrebbe essere quindi non inopportuno approfondire un po' la tematica, vista soprattutto in quella prospettiva di integrazione nel più vasto contesto europeo che in questi giorni è particolarmente sotto i riflettori.

E' noto a tutti, o almeno lo dovrebbe essere, che nell'ultimo quinquennio il processo di internazionalizzazione dell'industria della difesa italiana ha assunto un passo assai spedito, nel quadro più generale del consolidamento europeo del settore. I motivi, ampiamente noti e condivisi, sono attribuibili all'esigenza di entrare a far parte di realtà produttive europee in grado di reggere alle pressanti esigenze di modernità degli scenari militari contemporanei, in presenza di una competizione assai marcata proveniente sia dal settore di alta tecnologia e forti investimenti (USA, Israele, e, per un trascinamento del passato, anche Russia), che da quello delle tecnologie acquisite e "sufficienti" - ma associate a un "cheap (a volte very cheap) labour" - di una nutrita schiera di outsider.

La prima categoria - l'high tech - è dominata da un nucleo ristretto di colossi statunitensi ad ampia diversificazione merceologica, veri e propri cartelli, che rappresentano l'equivalente produttivo del maggiore operatore mondiale nel campo della difesa, il Pentagono. Questo spende da solo più del resto del mondo combinato e investe nella ricerca e sviluppo un multiplo di quanto quest'ultimo può fare. Un corrispondente sbilanciamento si verifica in ambito industriale.

Nello scenario transatlantico tutto ciò si traduce in un tale differenziale di competitività fra i fornitori del Pentagono e la costellazione di industrie europee, protette e in gran parte obsolete, che equipaggiano le FFAA del Vecchio Continente, da lasciar prevedere, in mancanza di una decisa correzione di rotta, una rapida scomparsa di queste ultime, se e quando le protezioni nazionali dovessero essere rimosse.

D'altra parte i recenti conflitti della "Pace Calda" hanno confermato un divario di efficienza e di modernità fra le FFAA americane e quelle degli alleati europei che queste ultime - e la stessa Alleanza Atlantica - non possono più accettare senza perdere di credibilità oltre il consentito. Si impone una rivoluzione tecnologica che però l'apparato produttivo delle singole Nazioni europee non è in grado di garantire. Senza di essa l'interoperabilità militare della NATO, fonte prima della sua capacità operativa, si dissolverebbe, e con essa la capacità dell'Alleanza di affrontare e risolvere i tanti nodi della convivenza internazionale nell'area euromediterranea, ma non solo. "Enduring Freedom" è l'ultimo esempio.

L'industria europea è così condannata a rinnovarsi drasticamente, o a perire per mano della concorrenza americana. Nonché, indirettamente, delle proprie FFAA, costrette a recepire le tecnologie indispensabili per soddisfare i propri requisiti operativi dovunque siano disponibili (oggi essenzialmente solo negli USA). Si tratta di un circolo vizioso dal quale non c'è uscita, se non quella dell'incremento netto di efficienza, modernità e competitività.

Il rinnovamento di cui sopra passa soprattutto attraverso un processo di integrazione e razionalizzazione continentale, mediante il quale un numero ristretto di selezionate Aziende europee vengono messe in condizione di:

- raggiungere la massa critica per gestire i grandi investimenti propedeutici al mantenimento del predominio tecnologico militare dell'Occidente - essenziale per assicurare stabilità ed equilibrio alle criticità del pianeta, in particolare alle turbolenze dell'interfaccia eurasiatica e nordafricana - nonché i grandi programmi d'armamento che concretizzano tale predominio;

- acquisire mezzi finanziari più robusti e indipendenti dalle fluttuazioni cicliche dei programmi d'armamento nazionali;

- accedere a tecnologie di punta in quasi tutti i settori di interesse, mettendo a fattor comune e valorizzando le eccellenze nazionali;

- allargare le dimensioni del loro mercato "captive" e ridurre le difficoltà dell'export, accedendo ai "santuari" protetti di tutta l'industria europea, e razionalizzando investimenti e sbocchi commerciali;

- gestire con maggiore efficienza ed efficacia i programmi comuni, europei e NATO, che ormai interessano la quasi totalità dell'acquisizione dei nuovi equipaggiamenti militari del Vecchio Continente, riducendo gli effetti della contrazione dei bilanci militari; - sprovincializzarsi e conseguire modelli e dimensioni organizzativi non raggiungibili nei ristretti ambiti nazionali;

- razionalizzare le proprie strutture operative.

In tale contesto generale, il processo di integrazione dell'industria italiana della difesa si è posto l'obiettivo di partecipare al processo di razionalizzazione descritto, entrando a far parte dei gruppi europei in formazione che saranno in grado di operare con successo su scale mondiale. La strategia adottata è quella di apportare le proprie specificità, salvaguardare e potenziare i propri centri d'eccellenza e rimanere in contatto con le punte più avanzate delle tecnologie e dei programmi, puntando soprattutto sull'"edge" qualitativo.

La politica sviluppata in tal senso si basa soprattutto su alcuni capisaldi:

- la galassia Finmeccanica - il 70% dell'industria della difesa nazionale - si sta aprendo ad alleanze strutturali con i principali protagonisti europei, generalmente molto superiori come dimensioni, fatturato e addetti, nonché peso politico, continentale e planetario. Tali alleanze sono già state finalizzate nel settore radaristico e dei sistemi terrestri e navali con la New AMS (50% paritetico per Finmeccanica e BAE Systems), nr. 2 in Europa e 4 nel mondo, con un fatturato di 1,1 miliardi di euro e ordini per 3, 3, e in quello elicotteristico, con il gruppo Agusta-Westland (50 % paritetico), il secondo operatore mondiale del settore, con un fatturato di 2,4 miliardi di euro, ordini per 2,9 miliardi, portafoglio ordini per 7,8 e 10.200 addetti. Rimane da definire il destino dell'avionica, per la quale diverse iniziative sono in corso;

- l'area missilistica è in corso di consolidamento fra New AMS e Matra Bae Dynamics, e confluirà nel secondo operatore mondiale, MBDA, un altro colosso da 2,3 miliardi di euro di fatturato, con 2,3 di portafoglio ordini, quarantacinque tipi di sistemi missilistici in produzione, una trentina in sviluppo, trentacinque di tipi di piattaforme diverse di circa settanta Paesi. La partecipazione di Fimeccanica a MBDA sarà del 25%, mentre quello di EADS e Bae Systems sarà del 37,5%;

- per quanto riguarda la velivolistica, era data per prossima, prima dell'autunno, la costituzione di un polo aeronautico militare paritetico fra Finmeccanica (comprensiva della Aermacchi, che dovrebbe essere acquisita entro tempi brevi) e EADS, denominato EMAC (o JV Co). Se si realizzerà tale polo sarà il secondo gruppo europeo e il quinto mondiale, controllerà il 62,5 % di Eurofighter, il 57,5% di Tornado, l'addestratore tedesco Mako, l'Mb 346, l'AMX e la maggior parte del C 27 J . Per i velivoli civili, Fimeccanica è interessata a una quota del 5% di Airbus e al 10% del programma A 380. Va da sé che il recente annuncio dell'acquisto di Tanker Boeing per l'AMI, in competizione con una proposta Airbus, e il noto affaire dell'A 400 M potrebbero rimettere in discussione la fattibilità dell'accordo;

- per lo spazio, il lungo flirt di Finmeccanica con il gruppo internazionale Astrium si è risolto con un nulla di fatto. Alenia Spazio era stata costituita in Spa proprio per un matrimonio che nel frattempo è sfumato. I contatti con Astrium proseguono, e non è detto che non portino a qualche risultato positivo, ma in un futuro che non sembra immediato. Continua, attraverso cooperazioni mirate, una intensa attività internazionale in tre settori strategici: navigazione satellitare (Galileo), telecomunicazioni satellitari (Euro Sky Way, Cosmo-Sky Med e Sicral) e infrastrutture orbitanti (ISS) e prosegue la collaborazione internazionale con Alcatel e Boeing.

I due altri Grandi dell'industria della difesa italiana, Fiat e Fincantieri, non hanno per il momento programmi di fusioni o integrazioni sovrananzionali. Per la prima, non è esclusa l'eventuale acquisizione di una partecipazione dell'ambito di una alleanza tra i principali motoristi europei, MTU, Snecma, Volvo aero e Fiat Avio. Per quanto riguarda Fincantieri, non è al momento prevista una collaborazione organica con altre realtà del settore, ma cooperazioni mirate ai singoli programmi, come per esempio con la DCN francese per le fregate Horizon, e con l'HDW per i sommergibili U 212. I cantieri non sono in genere vincolati - come l'aerospazio - a federarsi internazionalmente, pena la decadenza e la fuoriuscita dal mercato. Le costruzioni navali hanno bisogno di investimenti programmatici molto più bassi, sono molto più condizionate da realtà di tipo occupazionale nazionale e locale e riguardano una tipologia di prodotti molto meno concentrata sul militare. Senza contare le sovvenzioni tipiche del settore che gli Stati erogano sotto le più diverse voci, tutte legate però alla specifica nazionalità delle imprese e non trasferibili ad aggregati multinazionali.

Per quanto riguarda le altre significative realtà del panorama difesa italiano, l'Elettronica rimane sotto controllo nazionale, con una partecipazione minoritaria del 33% della francese Thales, mentre Marconi Mobile, Litton Italia e Oerlikon Contraves sono possedute la 100% da Gruppi esteri. Le rimanenti aziende - una settantina di PMI - hanno in genere meno di cinquecento addetti, la gran parte meno di cento. Si tratta in genere di subcontractor delle aziende principali, detentrici di tecnologie non critiche e non essenziali dal punto di vista della valenza strategica nazionale, oppure - alcune - padrone di nicchie di elevato valore simbolico e commerciale, come la Beretta, la Intermarine, la Datamat, e Piaggio, (quest'ultima molto più grande di una PMI). Il loro assetto proprietario presenta un grado di internazionalizzazione variabile, che comunque non condiziona più di tanto l'utilizzo delle loro competenze. In sostanza sono le prime dieci o dodici aziende a determinare l'andamento del comparto e le sue vicende fondamentali.

L'europeizzazione sembra essere diventata la risposta ad ogni esigenza e la bacchetta magica per ogni difficoltà. Come spesso succede, tuttavia, le facili soluzioni e i "leit motiv" generalizzati sono forieri di pacificazioni con le coscienze, personali e collettive, e consentono di soddisfare le esigenze di semplificazione mediatica a sfondo politico-sociale, ma non sempre risolvono i problemi che li hanno determinati, o lo fanno solo parzialmente. Quando non li aggravano.

In particolare, l'esperienza di questo breve periodo di internazionalizzazione dell'industria della difesa italiana ha messo in evidenza alcune carenze nell'approccio adottato dal comparto industriale e dal Sistema Italia in genere. Alcune di tali carenze sono tipiche e consuete di un tale tipo di operazioni, altre sono specifiche della situazione in atto. Qualche esempio di entrambe:

- Debolezza delle risorse conferite alle strutture integrate, a fronte di quanto possono offrire partner molto superiori come dimensioni, ricchezza e numeri significativi. Le strutture possono essere negoziate come paritarie, ma lo rimangono solo fino alla prima contingenza che impone investimenti aggiuntivi o straordinari. I matrimoni hanno speranza di successo quando interessano partner economicamente equilibrati e compatibili, non soggetti appartenenti sistematicamente a fasce reddituali molto differenti.

- Riduzione progressiva della suddetta parità man mano che si procede per fusioni o integrazioni successive (ad esempio il citato passaggio dalla New AMS alla MBDA ha comportato una riduzione della percentuale di possesso italiano dal 50 % di al 25%). Le filiazioni generazionali possono essere molto rapide - pochi anni - e condurre in breve tempo a una diluizione e sostanzialmente alla perdita dell'"italianità" delle Joint Company.

- Asimmetricità delle strategie federative delle aziende italiane con i partner esteri. Le prime sono monogame e si accostano alle fusioni con un approccio fideistico e totalizzante, cercano un "compagno per la vita". Le seconde sono abbondantemente poligame e giocano la carta italiana come una delle tante strategie attuate su scacchieri internazionali a vasto raggio.

- Scarso controllo e concorso governativo. Gli accordi sono puramente industriali, pur riguardando questioni fondamentali con importanti implicazioni sull'autonomia militare e la capacità di creare ricchezza del Paese. Il vertice decisionale nazionale viene informato, di volta in volta, ma non ritiene di intervenire (almeno così è successo nel recente passato) per un superficiale senso di rispetto per le regole di impresa, non valutando appieno che l'industria per la difesa è molto di più di un semplice comparto produttivo regolato dai dogmi del libero mercato.

- Localizzazione dei veri centri di potere di questi nuovi conglomerati europei fuori dall'Italia, in prossimità dei mercati più ricchi e più importanti, e in mano al management più agguerrito, Quest'ultimo non trova sempre adeguata corrispondenza nella controparte italiana, formata generalmente da quadri che non hanno avuto gli stessi iter e le stesse opportunità formative e di carriera.

- Non familiarità delle strutture industriali italiane con i clienti e le metodologie internazionali.

- Forzata obbligatorietà delle scelte e loro coincidenza con una crisi ciclica che ha imposto soluzioni in tempi non sempre opportuni e a volte troppo serrati

- Modalità esecutive spesso discutibili, come ad esempio il recentissimo citato caso del polo missilistico MBDA, nel quale Finmeccanica conferirà 1200 addetti e 1000 miliardi di lire per ottenere in cambio il 25% della nuova struttura, cioè una netta minoranza.

- Coinvolgimento delle Aziende in vicende esterne al panorama italiano che condizionano decisamente le sorti delle realtà industriali, sulle quali non si può esercitare alcuna influenza (per esempio la perdita in un solo giorno del 53% del valore azionario della Marconi, che potrebbe avere pesanti ripercussioni sul futuro della Marconi Mobile italiana, indipendentemente dalla qualità della sua azione).

Gran parte degli inconvenienti sottolineati sono inevitabili, è inutile negarlo. La via all'internazionalizzazione fa parte di un processo generale che coinvolge tutte le strutture delle società europee, e non solo. Appartiene a un fenomeno globale, anche se ha specificità importanti che lo distinguono. Può imporre "lacrime e sangue", in vista di un obiettivo superiore.

La debolezza dell'industria italiana della difesa di fronte ai potenziali partner è un fatto storico incontrovertibile, senza rimedi a breve. Quando si è costretti ad associarsi a partner molto più robusti, le debolezze non scompaiono di certo, ma sono destinate ad accentuarsi, trasferendosi in un diverso ambito. Proprio per questo, tuttavia, la stessa industria non può essere lasciata sola a cimentarsi con l'inevitabile selezione darwiniana dell'internazionalizzazione condotta secondo le regole del libero mercato. Il settore dell'industria militare è un asset strategico delle potenzialità difensive di uno Stato, né più e né meno delle stesse Forze Armate. Gli Stati non hanno abdicato alla sovranità militare, neanche in Europa; la moneta è comune, ma non la feluca né tantomeno la spada. Ed è molto improbabile che questa situazione muti nell'immediato futuro, almeno fino a quando non ci sarà un trasferimento completo di sovranità dalle Nazioni alle Istituzioni sovranazionali. L'allargamento dell'Unione Europea ad est non sembra rendere imminente tale processo.

Del resto si parla di "Europa delle Patrie" come contenitore più verosimile delle istanze coesive del Vecchio Continente. "Patrie" dotate ciascuna di una responsabile specificità militare, da coordinare (e non fondere) in modo "interoperabile" (e non "integrato").

Anche se i programmi d'armamento europei sono sempre più comuni e coordinati, i mercati si vanno cautamente aprendo a logiche continentali e le legislazioni si vanno armonizzando, è fuori di dubbio che gli stanziamenti militari e le chiavi delle strategie industriali (ad esempio gli stanziamenti per la R&D e lo "staffing" delle costituende Agenzie europee per gli armamenti, OCCAR, etc. ) rimarranno a lungo nelle mani dei Governi nazionali.

Permane quindi come loro precisa responsabilità l'assicurarsi che ogni patrimonio strategico nazionale non vada disperso e continui ad essere a disposizione dei rispettivi Paesi come elemento di sicurezza, concretizzazione di sovranità e braccio operativo di politica estera. Nonché come fondamentale strumento di catalisi di sviluppi tecnologici e produttore di ricchezza per le collettività nazionali.

Per quanto riguarda quindi lo specifico caso italiano è difficile che si possa tornare indietro e riconsiderare le scelte già operanti.

Quello che può essere fatto, realisticamente, è di sottoporre le future mosse di internazionalizzazione (o quelle comunque sulle quali si può ancora influire) a un controllo non formale e non superficiale delle massime Autorità di Governo. Esse dovranno valutare attentamente tutte le possibili implicazioni e alternative (non limitate necessariamente ad un ambito europeo) e considerare la possibilità di selezionare un ristretto nucleo di competenze strategiche essenziali per l'autonomia del Paese e/o propedeutiche per la fruibilità delle altre competenze - un "nocciolo duro" - da mantenere comunque sotto controllo nazionale.

Tenendo sempre presente che attraverso la legislazione di controllo della produzione e vendita dei materiali d'armamento, e la definizione delle risorse da assegnare alla R& D, i Governi continuano ad esercitare una fondamentale azione di stimolo e condizionamento del proprio settore industriale, determinandone in sostanza le fortune o la decadenza. Deleghe o distrazioni eccessive su questa materia potrebbero determinare conseguenze irreversibili e molto pesanti per gli interessi del Paese.

Come già accennato, il settore dell'high tech per la difesa e l'aerospazio è l'ultimo comparto tecnologicamente qualificante che è rimasto in mani (relativamente) nazionali e per il quale il governo italiano può esercitare una opzione di controllo non formale. Si tratta di una potestà che fa ancora la differenza fra i grandi Paesi europei e quelli di secondo livello. Tanto per fare un esempio, tutta l'industria della difesa spagnola è passata di mano e non a caso Madrid è del tutto risparmiata dalle sguiatezze dei media appartenenti ai Paesi del direttorio anglo-franco-tedesco, o comunque a questi ultimi collegati in virtù di assonanze ideologiche o di altro tipo (secondo criteri ci opportunità che una volta sarebbero stati giudicati molto severamente).

Non è solo per questo motivo, ma è anche per questo motivo. Occorre quindi essere molto accorti e non dare via l'argenteria di casa e il miglior fattore della proprietà senza adeguate contropartite, la principale delle quali è rappresentata dalla sicurezza di continuare a rimanere nella stanza dei bottoni, anche se nel ruolo non di primissimo piano che abbiamo sempre avuto.