Anno 2001

Cerca in PdD




Dopo la presa di Kabul

Andrea Tani, 19 novembre 2001

Se l'Alleanza del Nord (o "Fronte Unito", come si è ribattezzata l'accozzaglia di tribù ostili ai Pashtun-Talebani) dovesse prevalere definitivamente nella campagna afghana - come pare - la Russia farà il suo ritorno trionfale, anche se per interposta persona, sulle pietraie che le sono costate lo scettro imperiale, venti anni dopo dall'inizio di quella fatale avventura. In buona compagnia, insieme all'Iran, l'India e, più defilata, la Turchia, tutte sostenitrici di fazioni importanti degli antitalebani. Non ne fa parte il Pakistan, che risulta il grande sconfitto geopolitico della campagna, una delle vittime involontarie di Bin Laden. Tutto ciò con la benedizione degli Stati Uniti, l'antico e decisivo nemico dei primi due, Russia e Iran. L'ironia della sorte supera a volte le fantasie più sfrenate.

Qualunque sia la sistemazione postalebana dell'area, Mosca riguadagna un'influenza che aveva perduto, e si riavvicina di qualche centinaio di chilometri a quelle acque calde dell'Oceano indiano alle quali agogna da oltre tre secoli. Con il placet, è da presumere consapevole, del suo antico rivale, che è tuttora la potenza egemone.

Tenendo ben presente che, al di là della interpretazione occidentale della guerra in corso come atto estremo di interdizione del terrorismo su scala mondiale, tutte le etnie della regione - che fanno riferimento agli Stati che ad essa si affacciano, Pakistan, Afghanistan, Iran, Arabia Saudita ed Emirati del Golfo, India, Repubbliche musulmane ex sovietiche e Russia - vedono il conflitto come una lotta per la supremazia fra i Pashtun, che travalicano il confine fra i primi due Stati, e le tribù rivali. Esse sono costituite soprattutto dai Tagiki, di lingua e cultura persiana, e dai turcofoni Uzbeki, le due etnie più importanti che popolano il nord dell'Afghanistan, oltre che le rispettive repubbliche. Queste, a loro volta, si rapportano sempre più ai loro focolai nazionali e culturali, cercando di scrollarsi di dosso l'influenza della Russia che li ha dominati negli ultimi tre secoli senza riuscire a omologarli. Interagisce in questo puzzle una serie di clan tribali, in gran parte turcofoni, come Hazari e Turkmeni.

Sullo sfondo si intravede - sotto mentite spoglie - una serie di ancor più lontane e tortuose competizioni, la principale delle quali riguarda quella fra l'Iran e l'Arabia Saudita che, come sanno bene gli esperti, è la fonte principale di alimentazione del conflitto fra opposti fondamentalismi musulmani - rispettivamente sciiti e sunniti - in Afghanistan, Pakistan, Yemen, Palestina, Libano, e più in generale in tutto l'Islam. I proventi del petrolio del quale entrambi i Paesi sono stati generosamente dotati da Allah (questa è la profonda convinzione di entrambi i popoli eletti) sono serviti negli ultimi venti anni per fare proselitismo e finanziare scuole religiose, moschee, banche, ospedali, gruppi di assistenza sociale, bande armate e campagne di destabilizzazione nelle zone di influenza altrui. Oltre a foraggiare l'aggressione irachena degli anni '80 e il terrorismo successivo, noto e ignoto.

Le istituzioni islamiche che hanno ricevuto e gestito queste risorse hanno riempito il vuoto lasciato da governi inefficienti e corrotti, ma hanno anche creato una generazione di fedeli/sudditi fanaticamente devoti alla sorgente della Verità e dei soldi. L'unico comune denominatore delle due predicazioni, l'iraniana e la saudita, è stato l'odio feroce per l'Occidente e l'America, che ha funzionato da collettore di tutte le frustrazioni di un mondo arretrato, brutale e incapace di stare al passo con la modernità, nonché impossibilitato ad esprimere i propri risentimenti ai veri responsabili, i governi di cui sopra. Questo odio è stato amplificato da un martellamento propagandistico attraverso il quale sono state messe relativamente in sordina sia l'arretratezza e le frustrazioni, che l'imbarazzante competizione fra i due filoni dello scisma musulmano.

Un altro conflitto che ha avuto pesanti ripercussioni sugli eventi afgani è quello fra l'India e il Pakistan sul loro tormentato confine. Il chiodo fisso di Islamabad non è tanto l'Afghanistan, ma il Kashmir, che potrebbe veramente destabilizzare l'assetto del potere interno dell'unica potenza nucleare islamica, con grande soddisfazione del suo nemico storico. Il primo scacchiere è stato sempre visto in funzione del secondo, e la sua neutralizzazione, da ottenersi con i Mujaidin, i Pashtun, i Talebani o chiunque altro, era necessaria per avere a nord un amico o un satellite, e consentire all'esercito pakistano di concentrare il suo dispositivo operativo contro l'India e sul Kashmir.

Un'altra ragione di questa preferenza può essere di tipo personale, sentimentale, afferente alle esperienze giovanili dei leader pakistani, che hanno tutti una formazione militare. I quadri del Pakistan Army - uno dei tre pilastri della triade che sostiene un Paese del tutto artificiale, assieme alle altre due "A", "Allah" e "America" - hanno combattuto nel Kashmir, spendendo gli anni migliori della loro vita per cercare di riparare con le armi al torto che fu fatto al loro Paese nel '48 all'atto della partizione del Subcontinente da parte di un potere imperiale britannico, che essi percepiscono come frettoloso e altezzosamente disattento ai piccoli dettagli dell'atlante e delle monografie etnografiche. Rappresentato, inoltre, da un ammiraglio cugino di re, Lord Mountbatten of Burma, amico di Gandhi e di Nehru (che pare fosse l'amante della moglie), grande star del jet set internazionale e autentico stravagante di classe come possono essere solo gli aristocratici inglesi. I piccoli dettagli riguardavano una regione vasta come due terzi dell'Italia e di immenso valore storico, naturalistico ed economico (dalla quale trasse ispirazione, per inciso, il creatore di Shangri-La, uno dei grandi miti, letterari e non solo, degli anni Trenta).

Questo per quanto riguarda le più importanti questioni al contorno del conflitto afgano. Tornando al menù principale, se la guerra aperta sul campo dovesse concludersi prima di quanto previsto, come potrebbe apparire probabile (anche se occorre intendersi sul significato da conferire ad una "conclusione afgana"), rimarrebbero aperte tre grandi questioni:

1) Innanzitutto la creazione di un ordine postbellico "semistabile", in grado di sterilizzare definitivamente l'Afghanistan dal bacillo fondamentalista, debellando in particolare quella guerriglia vandeana che tutti, ricordando le amarezze sovietiche, danno per inevitabile e vincente. E decidendo anche cosa fare degli stock di eroina esistenti nel Paese, che quotano 20 miliardi di dollari.

Su tale prima questione, la possibile Vandea talebana, ci si dimentica che l'Armata Rossa negli anni '80 ha dovuto fronteggiare non tanto e non solo gli indomiti montagnardi pashtun, ma il meglio dell'apparato clandestino dei servizi occidentali e arabi dell'epoca, la CIA, Al Qaeda, l'ISI pakistano, il MI 5 di oggi combinati - equipaggiato con l'hardware militare portatile più avanzato che ci fosse in circolazione. Gli Stinger fanno ancora paura oggi, immaginarsi cosa devono aver rappresentato all'epoca per i totalmente sprotetti aerei ed elicotteri sovietici.

In realtà, come ha recentemente notato un autorevole analista pakistano, nel XIX secolo l'Afghanistan è stato percorso in lungo e in largo e ripetutamente invaso da poche migliaia di inglesi e russi, preceduti dalle opportune avanguardie di sterline e rubli. Il mito dell'invincibilità dei Pashtun è stato alimentato da entrambi gli invasori, per giustificare ripiegamenti che derivavano soprattutto dal disvalore della inospitale "candela" afgana a fronte di altri possibili trofei (o ceri) coloniali. (In seguito se ne è impadronita Hollywood).

Anche gli avvenimenti ai quali stiamo assistendo sembrerebbero confermare gli insegnamenti del passato, con questa subitanea e inaspettata accelerazione del crollo delle posizioni talebane, dopo oltre un mese di "drôle de guerre" di segno contrario, statica e inconcludente, che lasciava presagire tempi lunghi e un maggiore coinvolgimento terrestre angloamericano o addirittura occidentale.

E' bastato che le colonne nordiste si mettessero in moto, precedute da bombardamenti non pesantissimi, anche se indubbiamente efficaci, e soprattutto dalle consuete avanguardie monetarie, per determinare il crollo del sistema di potere vigente. Con una subitaneità che ha suscitato qualche sorpresa e più di un sospetto, anche se il 7 ottobre avevamo azzardato in questa sede qualche previsione in linea con quello che poi si è effettivamente verificato. Poiché non possediamo capacità divinatorie, è probabile che l'esito che si sta profilando fosse quello più plausibile, dato che le esplosioni dell'11 settembre avevano dimostrato, come ha messo acutamente in luce Gilles Kepel sulla "Stampa" del 17 novembre, che le frange integraliste estreme di Bin Laden avevano perso la loro capacità di coinvolgere le masse, e cercavano attraverso l'intensificazione parossistica del terrorismo una drammatizzazione del confronto con l'Occidente che avrebbe potuto determinare l'inversione del loro declino.

Il tentativo è apparentemente fallito, anche per la moderazione degli Stati Uniti, che non hanno trasformato la loro legittima reazione ai noti eventi in una ritorsione indiscriminata e altrettanto parossistica. Non è scattata, a favore del predicatore terrorista saudita, quella solidarietà panaraba che avrebbe potuto catalizzare una Jihad universale contro l'Occidente.

Abbastanza curiosamente, la plausibilità di tutto ciò non è stata rilevata dalla trepidazione mediatica del mondo avanzato, smanioso di mettersi l'incubo dietro le spalle nel più breve tempo possibile, anche facendo finta che non fosse necessario combattere una guerra per arrivarci.

La novità più interessante della quale guerra, sotto il profilo tecnico, ha riguardato la concretizzazione, per la prima volta, di una conflittualità "transtorica", combattuta cioè da orde medioevali (o forse addirittura preislamiche e precristiane), dotate di armamenti tipici della metà del secolo XX potenziati dal munizionamento intelligente della fine dello stesso secolo, e coordinate - nonché illuminate sulle forze e intenzioni del nemico - dal cyberspazio del nuovo millennio. Un mix veramente inusitato, che ha dato luogo, come al solito, a quasi zero cybermorti e perdite relativamente contenute anche per i guerrieri medioevali (a parte le faide e i regolamenti di conti, che non sono guerra), risolvendo il conflitto - pare - in una manciata di settimane. E ancora una volta facendosi beffe dei previsori apocalittici in poltrona e telecomando, i cosidetti "armchair strategist".

E' il caso di aggiungere che nella stabilizzazione afgana di cui sopra, un ruolo particolarmente importante potrebbe essere svolto dalla Turchia, un Paese islamico, laico e avanzato - l'unico in circolazione, peraltro - che ha un antico rapporto di frequentazione con Kabul, risalente agli anni '20. Fino all'invasione sovietica l'esperimento kemalista era visto con grande interesse in Afghanistan, e una legione di esperti e istruttori turchi ha costruito le strutture moderne dello Stato, prima dello sfacelo dei recenti decenni. La Scuola di Guerra di Kabul, il Conservatorio, gli istituti musicali, le scuole di ingegneria e di medicina, sono tutte dovute all'assistenza turca.

Ankara finora è rimasta piuttosto defilata, probabilmente per le preoccupazioni che il suo ascendente sulle etnie turcofone dell'area provoca nelle Potenze prospicienti, Russia, Pakistan, Arabia Saudita e forse anche Cina, data l'origine storica della tribù ottomana, situata nell'attuale territorio della Repubblica Popolare.

Potrebbe essere nel massimo interesse degli Stati Uniti che gli antichi legami vengano riannodati, proprio per le stesse ragioni delle menzionate preoccupazioni. Un ampio pluralismo etnico e culturale eterodiretto, sostenuto magari dalla partecipazione di reparti turchi nella Forza di Peace Keeping internazionale, come sembra configurarsi, potrebbe stemperare le rivalità interne e impedire il sorgere di un rinnovato egemonismo da parte di una fazione. Senza contare il valore modernizzante delle esperienze turche sulla separazione fra chiesa e stato, che sono di estrema attualità ancora - e soprattutto - oggi, e i collegamenti possibili, tramite Ankara, con un'Europa che è rimasta piuttosto defilata nella fase più accesa delle operazioni belliche ma che potrebbe avere un ruolo importante nella ricostruzione di una convivenza nazionale.

2) La seconda questione aperta riguarda la riduzione a dimensioni maneggevoli dei grandi contenziosi geopolitici al contorno, cioè i rapporti fra Russia, Turchia, Cina, India , Pakistan, Iran e USA. Oppure, se si preferisce, Occidente, Mondo Islamico e Oriente asiatico, in tutte le loro sfaccettature e modulazioni. Tenendo naturalmente presente che esse riguardano il destino del mondo nei prossimi secoli, e che quindi occorre essere realisti e moderati nelle aspettative. "Limitandosi" (si fa per dire), alla costituzione di un "Concerto di Potenze" centroasiatiche e circostanti di metternichiana memoria, che cerchi di traslare di quattro-cinque fusi orari a levante e un paio di secoli in avanti la fortunata esperienza di stabilizzazione avviata con successo dal Congresso di Vienna nel 1814-15, in un'Europa stremata da un quarto di secolo di devastazioni. Tale operazione preservò il secolo XIX da quelle stragi continentali (più tardi chiamate guerre mondiali) che hanno periodicamente insanguinato l'Europa dal '600 in poi, con una cadenza secolare. Approfondiremo l'argomento nella riflessione successiva.

3) Resta sospeso, infine, l'inevitabile ampliamento della guerra che gli Stati Uniti e il più recalcitrante Occidente da loro guidato hanno solennemente dichiarato al terrorismo, non certo esaurito da qualche taglio di barba o dalla ricomparsa della musica pop a Kabul. Le ipotesi sono le più diverse e ancora non finalizzate, per la subitanea accelerazione della campagna talebana e la riproposizione della contrapposizione fra le diverse etnie afgane (sostenute dalle consuete Potenze alleate esterne), che ha spiazzato un po' tutti e complica ogni soluzione diplomatica della crisi.

D'altra parte il dispositivo militare è stato lanciato, forze considerevoli sono già in zona o stanno per arrivarci, i Parlamenti e i Governi alleati hanno dato il via libera, e l'occasione è irripetibile. Anche se si può essere certi che le richieste per i distinguo si sprecheranno, soprattutto da parte di coloro che devono fronteggiare in patria opinioni pubbliche poco convinte della giustezza della causa. E dei mezzi per portarla avanti.

Il sopraddetto dispositivo potrebbe costituire il nucleo operativo sul quale aggregare le disponibilità ad una resa dei conti esplicita e definitiva con i veri "cattivi", sulla verosimiglianza della quale nessuno credo sia oggi disposto a scommettere. A suo tempo erano stati fatti i nomi dello Yemen, della Somalia e del Sudan, come ipotesi di basso profilo e rischio relativamente limitato, e dell'Iraq+Siria come "add on" ad alto rischio ma elevato ritorno potenziale. Con, sullo sfondo, la vexata quaestio del "Che fare" con l'Arabia Saudita, la maggiore responsabile mondiale della destabilizzazione panislamica, terrorista e non, come sanno tutti e nessuno può dichiarare ufficialmente.

La medesima disponibilità potrebbe concretizzarsi con più scioltezza sui fronti di battaglia sotterranei e universali delle guerriglie destabilizzatrici locali: il contrasto alla proliferazione nucleare, chimica e biologica, l'interdizione dei flussi di armi e denaro che alimentano le cellule terroristiche, la monitorizzazione dei flussi che concretizzano la globalizzazione, le misure restrittive sulla circolazione e lo stazionamento di persone e categorie sospette, l'integrazione e disseminazione dell'intelligence finalizzata, la messa in opera di un dispositivo di sicurezza interna analogo a quello che ha consentito al mondo occidentale di bloccare la sovversione comunista durante le Guerra Fredda, etc. La vera "Enduring Freedom" avverrà forse in tali contesti, che non hanno la stessa risonanza simbolica e perciò mediatica delle portaerei o dei B52, ma potrebbero risultare alla lunga ancora più determinanti.

Non è inverosimile ritenere che alla fine verrà escogitata una qualche formula temporeggiatrice ed anestetica che consenta di chiarirsi le idee, acquisire prove certe su retroscena e mandanti, e costituire un dispositivo di sicurezza semipermanente nell'area Golfo arabico - Oceano indiano. Esso dovrebbe consentire come prima cosa di puntellare (e ammonire allo stesso tempo) i regimi arabi pericolanti che devono fare i conti con la loro schizofrenia intrinseca, favorendo una loro evoluzione verso i due fondamentali istituti della contemporaneità politica, che sono alla base di qualsiasi autentico progresso: la separazione fra Chiesa e Stato, sul modello turco, sudasiatico, o almeno marocchino, e la progressiva introduzione della democrazia - e della rappresentatività esplicita dei consensi - come base di legittimità del potere. Non dimenticando la necessità di soddisfare una esigenza primaria, che non è un istituto politico ma un imperativo morale con pesanti riflessi politici: e cioè la necessità di modificare radicalmente la distribuzione della ricchezza nel mondo arabo, ponendo fine allo sconcio di Paesi fratelli che hanno un PNL pro-capite che si trova ai due estremi della scala mondiale. Fra i maggiori e fra i minori del pianeta: Kuwait e Sudan, UAE e Egitto, Arabia saudita e Yemen, ad esempio. Si tratta di una discrasia che ha pochi equivalenti in altre aree culturalmente ed etnicamente omogenee, e che la dice lunga sulla legittimità di molte delle pretese riparatrici di torti storici avanzate dal mondo arabo islamico, prontamente - quanto incautamente - raccolte anche in Occidente.

Se un processo del genere dovesse mettersi seriamente in moto, come a suo tempo accadde per il Blocco sovietico in seguito alla conferenza di Helsinki negli anni '70, le conseguenze potenziali a medio e lungo termine (che allora portarono, insieme ad altri fattori, alla caduta del Muro di Berlino) giustificherebbero qualsiasi ipocrisia assolutoria dell'oggi.