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| Anno 2001 | |
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Lanciandosi fiduciosamente nel futuro, immaginiamo che entro qualche anno il fenomeno dell'integralismo terroristico islamico si ridimensioni e addirittura rientri nella "normalità" dal quale è fuoriuscito prepotentemente l'11 settembre. Si ricollochi nel "rumore di fondo" della Storia. E' una ipotesi ottimista, oggi non molto condivisa ma sempre possibile. Senza contare che è meglio non fidarsi troppo del prevedibile, come abbiamo avuto modo di constatare a proposito del collasso dei Twins e degli indomiti guerrieri talebani, entrambi dei quali nessuno aveva vagheggiato. Neanche il giorno prima della caduta delle prime roccaforti settentrionali pashtun. Le sorprese sono diventate la norma, in questa vicenda.
Tutti gli osservatori concordano che gli Stati Uniti usciranno dal conflitto, comunque vada a finire, ridimensionati, umanizzati, "multilateralisti", autenticamente compassionevoli e più comprensivi. Di quella comprensione della sofferenza altrui che è intima a chi ha conosciuto il dolore. Non possiamo che concordare, e non da adesso. Ma siamo proprio sicuri che, anche se tutto ciò si dovesse verificare, finirà ad essere il mondo ad influenzare gli USA nell'essenziale, e non viceversa? Riflettiamo su come si configurerà il citato "essenziale". Dopo Enduring Freedom, la Cina storica, imperiale, eterna si troverà nel WTO, insieme alla sua provincia rinnegata, entrambe impegnate, in un sapiente gioco delle parti, a progredire, modernizzarsi e far quattrini, facendo simbolicamente indossare ai leader mondiali che accorrono sempre più numerosi alla corte Celeste le belle giacche di Shanghai, più eleganti degli stivali texani, ed emblematiche di una ritrovata cinesizzazione di cose e persone che tutto sommato il mondo accetta. Le preoccupazioni che l'avvicinamento russo-americano e lo stabilirsi di una presenza militare Usa nell'Asia centrale - nonché le velleità d'alto mare della rinnovata flotta del Tenno - inducono a Pechino saranno controbilanciate dal controllo che la stessa Pechino potrà esercitare sui primi due processi attraverso il Trattato di amicizia e cooperazione russo-cinese firmato l'estate scorsa, nonché mediante la sua virtuale leadership sul Gruppo pentagonale di Shanghai, che è massimamente interessato alle vicende afgane. (Per il terzo argomento, la Flotta Nipponica, si rimanda a più avanti.) La Russia è già in procinto di seguire le orme cinesi verso l'ammissione al sancta santorum del commercio internazionale, il WTO, e riuscirà persino a sentirsi gratificata per la presenza americana per il supporto che essa obiettivamente fornisce alla sua traballante posizione verso le demografie musulmane e cinesi. La sua sicurezza (estesa de facto fino all'Ussuri) comincerà ad essere assicurata da una vecchia conoscenza, la NATO, piuttosto ridimensionata rispetto alle ambizioni planetarie del dopo Kossovo, ma sempre sotto rigido controllo americano. La parità nucleare fra Washington e Mosca sarà ribadita, e riguarderà un livello di testate incomparabilmente più ridotto rispetto agli anni che stiamo vivendo (per non parlare di quelli della Guerra Fredda). Prossimo ai numeri e alle sensibilità sul tema delle altre potenze nucleari maggiori, Regno Unito, Francia e Cina, come mai era successo in passato. La contropartita prenderà forse le sembianze di un duopolio USA-Russia sulle tecnologie di difesa antimissili, con buona pace degli appassionati tardivi del Trattato ABM. La cosa potrà far impermalosire le cancellerie più velleitarie, ma sarà ben accetta dall'opinione pubblica mondiale, considerati i sollievi esistenziali che essa determinerà riducendo i personali incubi nucleari dei più. Si vestirà di correttezza politica e diventerà trendy. Recederà, pare, anche la dura inimicizia antiamericana degli ayatollah, e soprattutto della gioventù iraniana, di quella massa straripante di baby boomers in cerca di un po' di relax e di disimpegno laico dopo tanto furore trascendente. Il grande e antico impero centroasiatico rientrerà nel circuito virtuoso degli scambi internazionali, non solo come erogatore di petrolio o acquirente furtivo di armi e tecnologia nucleare dalla Russia. Il suo contributo sarà tanto più prezioso in quanto esso rappresenta uno dei pilastri storici dell'islamismo, in antitesi con le ambigue compromissioni saudite e più in linea con la responsabile coerenza della laica Turchia, anche se su diverse sponde confessionali. Considerata poi la complessiva moderazione dell'islamismo asiatico, temperato dalle circostanti dottrine buddiste, confuciane, induiste e shintoiste, molto più tolleranti e miti delle loro colleghe di origine mediorientale, al miliardo di musulmani saranno offerti diversi modelli ai quali ispirarsi. La Germania e il Giappone avranno le loro briciole di soddisfazione dalla riacquistata possibilità di impiegare nuovamente le proprie Forze Armate all'estero, compresa la Forza Navale di Autodifesa nipponica di cui sopra (che però non si sa quanto sia l'erede della formidabile Flotta Combinata dell'Ammiraglio Yamamoto). La discrezionalità strategica che è alla base della citata possibilità costituisce il primo "Segno del Comando" caratteristico di una Grande Potenza e soprattutto rappresenta il superamento di un tabù, imposto a suo tempo dai proconsoli americani che hanno sconfitto, occupato e amministrato i due Paesi, con una tale efficacia da aver fatto assorbire l'autoflagellazione nel profondo del DNA di entrambi i popoli. Operazione che non è riuscita, tutto sommato, per la piccola Italia, altro partner sconfitto dell'Asse, grazie forse alla sua cocciuta impermeabilità alle imposizioni dall'alto e anche al tanto vituperato cambio di campo dell'8 settembre, che ha assicurato la continuità formale e sostanziale della sua identità militare tradizionale. Anche se molti disinformati cultori di una storia deviata non ne sono convinti. Bene o male le FFAA italiane hanno sempre portato le stellette e non hanno affatto cambiato di pelle. Roma si può permettere di mandare orgogliose portaerei all'altro capo del mondo, con velivoli a getto sul ponte, bombe intelligenti nella stiva e un 95% di consensi parlamentari - finalmente! - nella riserva di galleggiamento del suo governo. Per tedeschi e giapponesi, e i loro civili in uniforme (nonché, per i primi, i soli quattro voti di scarto nel voto del Bundestag) tutto ciò è ancora fantascienza. Anche gli altri riceveranno i loro vantaggi, quasi tutti. L'India, rientrata nella famiglia anglosassone e non costretta ad imparare solo il russo, con qualche speranza che il Pakistan in convulsioni commetta l'errore fatale e si islamizzi completamente, inimicandosi per la vita l'Occidente. Lo stesso mondo arabo, se la guerra sarà finita, come osa la nostra ipotesi, sarà in qualche modo venuto a patti con sé stesso e le proprie dissociazioni paranoiche. L'America latina, l'Africa: "business as usual": sviluppo ritardato, inflazione, fantasia, fame, megalopoli, musica ritmica, vitalità, infanzia abbandonata, buon umore, AIDS. Nel complesso non molto meglio, ma non peggio, con gli aiuti e il crescente monitoraggio delle labilità da parte delle istituzioni internazionali, la maggiore sensibilità delle opinioni pubbliche avanzate ai loro problemi, la trasformazione della rapacità unilaterale dell'Occidente in una convenienza reciproca, le aperture dei grandi produttori di medicinali alle esigenze dei non abbienti, il crescente ruolo del turismo nelle loro economie, etc. Insomma, tutti o quasi tutti accetteranno e parteciperanno al grande Foro globale, con un atteggiamento sempre meno antipatizzante verso l'inevitabile demiurgo ispiratore, per un motivo o per l'altro. Persino con simpatia. A beneficio di chi? Di tutti, naturalmente, ma soprattutto di chi, essendo più eguale degli altri, avrà le spalle più larghe e robuste e la capacità di normalizzare il citato Foro globale sui suoi parametri e i suoi standard, su quello cioè che sa far meglio di tutti, perché li ha inventati, sono il suo linguaggio materno. Ciò presumibilmente consentirà al suddetto personaggio, all'"inevitabile demiurgo ispiratore", di continuare a permeare il mondo con il suo know how e la sua inventiva, le sue mode e i suoi stereotipi, lasciando al popolo degli inseguitori e degli imitatori la manufatteria a basso costo e basso valore aggiunto, e la gestione del proprio folklore, da non confondere con la "cultura" (o la "civiltà") cosmopolita, che altro non è che il proprio folklore. Il suddetto personaggio potrebbe identificarsi con il mondo occidentale nel suo complesso e i suoi vecchi e nuovi adepti, o più verosimilmente, con la triade USA- Europa-Giappone. O ancora più verosimilmente, con i soli Stati Uniti, perché il Giappone si sta avvitando sulle sue contraddizioni e la modestia delle sue dimensioni, disvelando finalmente il bluff, mentre l'Europa sembra aver ultimato la parabola discendente iniziata con il conflitto in corso con l'identità in frantumi e il blocco virtuale del suo processo di aggregazione. Blocco che rimanda alle calende greche il momento nel quale un vero altro sfidante all'egemonia planetaria americana comparirà sulla scena. Con buona pace dei Padri fondatori dell'Unione Europea, che certo non immaginavano il leviatano burocratico e dirigista che sarebbe scaturito dalle loro nobili intuizioni, il quale ha probabilmente finito per soffocare le energie vitali che a suo tempo erano scaturite. Se tutto ciò si verificasse, il differenziale fra gli Stati Uniti e i loro più diretti inseguitori (e imitatori, nonostante sperino il contrario) sarebbe destinato ad aumentare. E si può essere certi che, a similitudine del mondo ante-11 settembre, le Grandi Potenze planetarie facenti parte di quel "Concerto delle Nazioni" del quale si vagheggia (e che abbiamo richiamato nella precedente riflessione), costituiranno un coro assolutamente in sintonia con la partitura del Direttore musicale planetario, paghi forse del consacrato rientro sulla scena principale, con tutti gli orpelli, le attribuzioni e anche le soddisfazioni del potere vero, di quello riconosciuto. Che invece non sono particolarmente agognate dal Maestro, che bada al sodo, all'essenziale dei processi di produzione e distribuzione della ricchezza, non curandosi della coreografia e dei gadget del suddetto potere più dello stretto necessario. E' sempre stata una sua apprezzata e invidiata caratteristica, che potrebbe rivelarsi preziosa perché svuota l'egemonia dei suoi aspetti più arroganti e fastidiosi, conservando l'essenziale, in un mondo ancora più globalizzato, coerente e presumibilmente ricco di quello che è stato finora. Che piaccia o no ad Agnoletti e compagni. |