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| Anno 2001 | |
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1. Enduring freedom, seconda fase.
A quanto risulta dalla stampa internazionale, neanche l'amministrazione americana ha le idee molto chiare sul "what next", salvo la consapevolezza di dover proseguire e insistere su quelle azioni di neutralizzazione globale delle reti di Al Qaeda che alla lunga danno le migliori prospettive di risolvere alla radice il problema del terrorismo islamico. Data la natura acefala e decentralizzata dell'organizzazione e la sua diffusione in decine di Paesi, si tratta di un processo lungo e complesso che non può comunque prescindere dall'eliminazione preliminare delle maggiori aree di coltura del fenomeno, che hanno fornito i grandi numeri. Per le quali sono necessarie pesanti e articolate operazioni militari, come quella appema ultimata (o quasi) a Kandahar. D'altra parte le nove settimane e mezzo dell'Afghanistan sono state troppo poche per metabolizzare il nuovo tipo di guerra che si è rivelata al mondo. La rapidità della macchina militare americana ha spiazzato i suoi stessi mentori, scatenando fantasie e appetiti che in tutti questi anni venivano considerati inverecondi, per i motivi che vedremo. Al del là di cosa sarebbe saggio o politico fare nel dopo Afghanistan, i pianificatori di Washington si stanno rendendo conto di avere in mano uno strumento bellico che consente di compiere imprese militari giudicate impossibili, e persino contrarie ai classici canoni dell'arte della guerra. Come ad esempio sconfiggere con il solo impiego coordinato di aviazione e forze speciali un Paese di media grandezza, dotato di Forze armate professionali agguerrite ed esperte, e farne crollare il sistema di potere centrale. Si tratta di una specie di anatema professionale per i soldati di ieri e di sempre, un'ipotesi operativa che avrebbe determinato l'ignominiosa bocciatura di qualsiasi ufficiale di Stato Maggiore che avesse osato profferirla nella sua Scuola di Guerra. Gli stessi analisti della contemporaneità militare esitano a trarre quelle conclusioni che paiono evidenti. Durante Desert Storm, nel 1991, il quarto esercito del mondo è stato sbriciolato - in parte, e per quanto serviva - dal bombardamento dei B 52, combinato con l'azione dei cacciacarri, velivoli A 10, elicotteri Apache e carri Abrahams. Nel Kossovo, otto anni dopo, il secondo esercito europeo di matrice comunista (o sovietica, se si preferisce) è stato sconfitto in un decina di settimane da un'aviazione tattica che ha impiegato con molta moderazione i bombardieri pesanti e per nulla gli elicotteri d'attacco, senza un solo soldato a dare una mano sul campo. Anzi, dovendo fare i conti con il proprio Comandante in Capo che aveva dichiarato solennemente che non sarebbero state impiegate truppe di terra, consentendo così all'avversario di occultarsi nel modo più appropriato. In tale operazione la medesima aviazione tattica ha perso in azione un solo velivolo e nessun pilota. In Afghanistan, una frazione delle sortite aeree delle campagne precedenti ha sgominato quello che era pur sempre un esercito di 40.000 combattenti, partendo da basi aleatorie e flottanti, tre portaerei dislocate a centinaia di miglia di distanza. La metà di quelle di Desert Storm, equivalenti ad minima percentuale del "basing" disponibile allora. Sono state utilizzate, in tale operazione, quasi esclusivamente munizioni intelligenti (il 90% del totale sganciato), indirizzate sui bersagli con estrema precisione da manipoli di incursori che scorrazzavano per il territorio nemico in quasi totale immunità, dato l'assoluto controllo dei cieli da parte americana. La sinergia fra aviazione, armi precise e forze speciali ha determinato una tale amplificazione della potenza di fuoco statunitense da aver spezzato le difese e la volontà di combattere di un nemico coriaceo che a suo tempo aveva costretto al ritiro l'Armata Rossa. A questo punto non sono solo i falchi di Washington ad aver tirato le inevitabili conclusioni. La tentazione di finirla una volta per tutte con Saddam Hussein si è posta con una tale imperiosità da rendere difficile il suo contenimento. Potrebbe essere un azzardo, e sicuramente comporterebbe delle perdite più cospicue degli "zero morti" più recenti. Ma è difficile contestare che dal '91 le cose sono molto cambiate, e la superiorità tecnologica ormai basta da sola a risolvere situazioni belliche che una volta avrebbero richiesto armate intere. Una campagna aerea all'afgana, condotta con il dominio dei cieli, gli incursori sul terreno e una percentuale del 90% di armi intelligenti a disposizione sarebbe probabilmente in grado di liquidare Saddam con la stessa efficacia con la quale ha eliminato il regime talebano, anche se in un tempo maggiore. Il primo fattore, il dominio dei cieli, è stato già conseguito sull'Iraq nel '91 e saggiamente mantenuto da allora con le "no fly zone"a nord e a sud di Bagdad imposte dalle aviazioni americana e britannica. Con il rinforzo di un nucleo cospicuo di portaerei americane - le medesime 5-6 unità di Desert Storm - e relativi gruppi di volo, gli stessi dispositivi che oggi mantengono l'interdizione aerea potrebbero metodicamente smontare pezzo per pezzo il sistema di potere del satrapo di Baghdad: forze corazzate, bunker, unità della Guardia Repubblicana, personaggi chiave, polizia segreta, strutture di propaganda e di creazione del consenso. Aprendo la strada a un nucleo ridotto ma significativo di forze terrestri pesanti - marines imbarcati sulle unità anfibie e reparti dell'US/UK Army basati in Kuwait, nonché, eventualmente, contributi turchi da nord - in grado di assumere il ruolo di un'opposizione armata, e occupare fisicamente il territorio, determinando la capitolazione dei rottami dell'esercito irakeno e la caduta della dittatura. Dopodiché diventerebbe possibile aprire la strada ad un esito successivo a Saddam, da costruire con gli stessi dollari intelligenti, fuoriusciti raccogliticci e pignoleria germanica che hanno dato così brillante esito a Kabul. Le opposizioni a questo progetto sono note e più che molteplici, anche se non tutti hanno realizzato quanto il successo sia a portata di mano. I motivi sono gli stessi del '91e di Bush padre, del tutto condivisibili anche oggi: soprattutto le perdite umane ipotizzabili e la necessità di evitare uno smembramento dell'Iraq fra curdi, arabi, sunniti e sciiti, ed etnie filoiraniane, che potrebbe danneggiare la Turchia e favorire l'Iran, portando quest'ultimo ad un pericoloso ridosso dal suo fragile obiettivo secolare, l'Arabia Saudita e destabilizzando tutto il sistema geopolitico del Golfo. I motivi sono condivisibili, si diceva, anche se le premesse e le prospettive possono subire profonde modifiche, e con esse i meccanismi di concatenazione strategica di questo e di altri scenari. E se gli Stati Uniti decidessero che è venuto il tempo di condividere parte dell'egemonia planetaria con un serie di campioni regionali di autentico spessore storico e strutturale come ad esempio la Cina, il Giappone, l'India, l'Europa (o la Germania), il Brasile, l'Egitto, la Turchia, e, in questa area, incredibile ma vero, l'"Iran"? Spodestando nel ruolo del favorito locale l'ambigua dinastia saudita, forse molto più compromessa con le odierne vicende terroristiche di qualsiasi altro Paese o entità? La fuga di questa ipotesi è sicuramente in avanti. La plausibilità, prima o poi, potrebbe essere molto più consistente di quanto non si creda, e soprattutto affidata più ad un'apertura di Teheran che a una disponibilità americana. Abbiamo assistito a tanti quei rovesciamenti di fronte e di posizioni, negli ultimi dieci-quindici anni, da non stupirci più di niente. Il problema è verificare se veramente gli Stati Uniti ritengono di non poter sostenere più quella condizione di unilateralismo egemonico che hanno assunto non si sa quanto consapevolmente dopo la Prima Caduta, quella del Muro. Ad occhio e croce, si può ritenere che essi possono essere unilateralisti o egemonici, ma difficilmente tutte e due le cose assieme. Comunque, "wait and see": non credo che dovremo spettare molto. Le opzioni a disposizione per la dichiarata e certissima fase due di Enduring Freedom sono quelle che si leggono sui giornali: le aree di "vacanza istituzionale" dell'area islamica nell'Oceano Indiano e altrove, e gli interstizi purulenti esistenti all'interno di Stati che sono in lotta con ribellismi islamici di diversa tonalità, o che li ospitano facendo finta di niente. E' certo che una volta ammassate le forze militari statunitensi e alleate in prossimità di gran parte delle potenziali aree critiche l'occasione non verrà sprecata. In attesa di sferrare il colpo decisivo di cui sopra che, al di là del suo vero significato militare, ha un enorme significato simbolico e quindi, nel mondo di oggi, strategico. Non è inverosimile ritenere che nel caso il prossimo obiettivo si riveli la Somalia, come molti commentatori sostengono, le FFAA italiane vengano davvero chiamate a fare la loro parte. Il Pentagono è molto pragmatico nelle sue pianificazioni, e utilizza volentieri gli alleati (soprattutto a terra) se questi forniscono autentico valore aggiunto alle sue risorse operative. Contrariamente a quanto vagamente ritiene la nostra opinione pubblica, la partecipazione italiana alle operazioni in Somalia nei primi anni '90 fu efficace e riconosciuta come tale dai Comandanti americani in teatro, non solo per i precedenti storici e l'italofilia delle popolazioni locali. Fu apprezzato soprattutto il contributo della Marina e del Battaglione San Marco. Eppure da noi la Somalia rimane sinonimo di torture e inverosimili contatti fra bombe a mano, e oggetti similari, e gentili fanciulle indigene. La realtà è molto diversa, come sanno e ricordano i marines statunitensi, che conoscono bene il San Marco, per un quarantennio di "Libani" ed esercitazioni mediterranee in comune. Essi saranno i presumibili protagonisti di un impegno americano, e non è inverosimile ritenere che sarebbero rassicurati nel vedere in quel difficile teatro i fucilieri di Marina italiani al loro fianco, anche dalle prime fasi. In realtà la palla è in casa nostra, e non è scontato il come verrà giocata. 2. Il conflitto israelo-palestinese. I terribili attentati della scorsa settimana a Gerusalemme hanno provocato un numero di vittime relativamente non molto lontano, in relazione alle diverse popolazioni, israeliana e americana, da quello del 9-11 per gli USA (2400 caduti "virtuali"a fronte dei tremila ormai accertati di Manhattan e Washington). L'emozione suscitata nel mondo ha determinato un completo rovesciamento di atteggiamento dell'Amministrazione americana nei confronti di Israele. Sharon è riuscito ad ottenere da Bush il riconoscimento del pieno diritto a difendersi dal terrorismo palestinese con tutte le misure necessarie, preventive e repressive, secondo una modalità analoga a quella della contemporanea reazione americana al massacro dell'11 settembre e da quella mutuabile. Si tratta di un parallelismo che il vertice statunitense aveva cercato di evitare al massimo, nel tentativo di forzare Israele a una soluzione rapida con i palestinesi. Tale riconoscimento ha trovato la sua consacrazione, anche formale, nella raccomandazione che 89 senatori americani hanno inviato nella scorsa settimana al Presidente Bush, volta a non imporre restrizioni a Israele sull'uso della forza nella sua difesa dal terrorismo, nel presupposto che gli eventi dell'11 settembre e gli attentati di Gerusalemme appartengano a una medesima matrice. Si tratta per Sharon di una vittoria diplomatica di grande portata, che ridimensiona le vicende relative alla liquidazione politica di Arafat, che hanno molto colpito le opinioni pubbliche europee. (Non si capisce poi perché, considerata la sproporzione fra le recenti stragi e le modeste qualità, nonché il discutibile passato, di questo squallido personaggio). La moderazione di Tsaal nella rappresaglia che tutti si aspettavano terribile ed esemplare dimostra più di ogni alta cosa la fine dell'isolamento israeliano. A questo punto può tornare ad essere conveniente per Gerusalemme mantenere al suo posto il vecchio e screditato leader, che costituisce un vero ostacolo al dispiegarsi di una coerente azione palestinese. Se fosse arrivato il momento di "andare ai materassi" e iniziare, da soli, una lotta definitiva e senza quartiere, poteva essere più opportuno sgombrare il campo dagli equivoci e facilitare l'emersione di una nuova leadership palestinese, di Hamas o altri, in grado di rappresentare efficacemente la propria gente, godendo in prima persona dei vantaggi di potere ed economici dell'Autorità Nazionale Palestinese. Che sono in grado, questi ultimi, di stemperare più di una purezza rivoluzionaria, come sa bene Arafat. In tal modo, una eventuale armistizio poteva essere negoziato con qualcuno in grado di controllare realmente la piazza e soprattutto le cellule terroristiche ancora attive, dopo aver lasciato sfogare la NeoIntifada per il tempo necessario a tutelare le reputazioni di tutti,. Se questo ricambio non si verificherà vuol dire che Israele ha ottenuto, con il rinnovato appoggio americano e soprattutto con l'insperato collegamento fra le sue vicende e quelle del Grande protettore, un risultato di prima grandezza, che lo rimette in corsa per uscire da questi terribili due anni come un vincitore, anche se non nei termini che sognano gli oltranzisti israeliani e temono i moderati palestinesi. L'ipotesi di una separazione fisica fra Israele e i Territori, con un abbandono di gran parte degli insediamenti, o almeno di quelli più indifendibili, e la corrispondente rinuncia da parte dei palestinesi a dichiarare lo Stato Autonomo, in favore di cantoni indipendenti solo sotto il profilo amministrativo, potrebbe costituire una base di discussione. Una conseguenza a breve scadenza degli scenari delineati potrebbe essere rappresentata dalle notizie che trapelano circa un coordinamento militare fra USA e Israele (e forse Turchia) previsto nelle eventuali operazioni contro Saddam. Pare che Gerusalemme avrebbe ricevuto il via libera per una ritorsione adeguata nel caso l'Iraq attacchi Israele con i suoi Scud. Non è detto che non si tratti di una disinformazione intenzionale per mettere gli iracheni sull'avviso e indurli a non sottovalutare le conseguenze delle loro azioni. A parte la non secondaria questione di quale sarebbe la rotta dei velivoli con la Stella di Davide nelle eventuali operazioni di ritorsione, dato che il sorvolo di qualche Paese arabo sarebbe in tal caso pressoché certo, rimane la perplessità delle possibili conseguenze internazionali di una partecipazione israeliana nelle operazioni contro Baghdad. Anche se questa volta non ci sarebbe nessuna coesione collettiva da preservare, come nel '91, è certo che una mossa del genere, se non adeguatamente mimetizzata, potrebbe destabilizzare ulteriormente i Paesi arabi moderati (si fa per dire, meglio indicarli con la loro autentica qualifica: autocratici e assolutisti). La cosa è evidente, per cui c'è da immaginare che sia adeguatamente soppesata nelle sedi opportune. |