Anno 2001

Cerca in PdD




L'alleanza russo-americana

Andrea Tani, 17 dicembre 2001

Le ripercussioni della crisi internazionale scatenata dagli attentati dell'11 settembre sembrano mettere fine a tutti gli schemi degli ultimi cinquant'anni. L'esempio più significativo è costituito dall'accordo di venerdì 7 dicembre a Bruxelles fra la Russia e la NATO, relativo alla costituzione entro il prossimo mese di maggio di un consiglio di cooperazione comune fra le due parti, denominato Russia-North Atlantic Council (R-NAC), che è stato confermato nella sostanza anche dai risultati della visita del Segretario di Stato americano Powell a Mosca nella scorsa settimana. L'accordo è stato salutato come un decisivo passo avanti nell'integrazione del mondo atlantico con quello slavo, che pone fine, tra l'altro, al risentimento russo verso l'estensione orientale della NATO degli anni '90, percepita come una minaccia diretta alle frontiere della Rodina. La mossa aveva innescato la consueta e peculiare paranoia di un popolo che ha sempre dovuto difendere con il suo sangue un'immensa pianura priva di protezioni naturali.

Per la prima volta nella storia, quindi, la Russia rinfodera la sua sciabola verso occidente. Tuttavia il processo di avvicinamento è piuttosto tortuoso, soprattutto da parte della dirigenza moscovita, tanto da aver fatto scrivere a un giornale inglese che il presidente Putin ha adottato nella sua politica estera le stesse tecniche sincopate di sfruttamento delle indecisioni e debolezze altrui che costituiscono l'essenza del judo, disciplina nella quale il giovane Presidente eccelle e che costituisce per sua stessa ammissione la base della sua filosofia personale di vita.

D'altra parte egli deve trascinare un pesante plantigrado ansimante in una corsa spasmodica verso la modernità, vincendo fortissimi attriti e resistenze interne, prima che le contraddizioni e le arretratezze del suo Paese siano disvelate in tutta la loro desolante vastità e rivelino quello che tutto sommato è un vero bluff. Più che sfruttare le indecisioni e le debolezze dell'Occidente, Putin è riuscito a celare le proprie utilizzando con molta accortezza le occasioni offerte dalle convulsioni di un mondo in cerca di un difficile equilibrio.

Dopo l'11 settembre, tali convulsioni sono entrate in una fase parossistica, oscurando le percezioni e le convinzioni consolidate. Tutti hanno perso un po' i loro riferimenti, compresi i conservatori russi e gli egemonisti americani, e il Capo del Cremino ha utilizzato questo momentaneo black out per imprimere una forte e decisa accelerazione alla marcia della Russia verso l'Occidente, approfittando strumentalmente del momentaneo panico del gigante americano e del disorientamento della sua opinione pubblica. E superando probabilmente il punto di non ritorno della stessa marcia. E non sarebbe un buon judoka se non avesse accompagnato questa mossa con una serie di finte e contromosse che hanno disorientato un po' tutti ma - è da presumere - non lui stesso, né quello che nel frattempo è diventato il suo principale partner, il presidente Bush, che gli ha tenuto gioco in un modo superbo. L'entente russo-americana era forse scritta nelle stelle e nelle viscere della geopolitica, ma l'intesa personale che si è sviluppata fra i due leader dai tempi di Lubiana fino ai recenti "ba'b'cue" texani ha trasformato un circospetto ravvicinamento di due antichi nemici, dettato da motivi di interesse ma non molto sentito, in un incondizionato sodalizio planetario che sta cambiando i rapporti internazionali. L'evidenza che oggi, dopo il Regno Unito, è la Russia il Paese più vicino agli Stati Uniti, quello che ha fatto di più per la causa stellata in questo difficile frangente, è acclarata ma forse non molti ne hanno colto il significato e le probabili conseguenze.

Una di queste potrebbe essere la profonda presa di coscienza dell'opinione pubblica statunitense che capisce a pelle gli amici e i nemici, i buoni e i cattivi. Oggi, per l'americano medio, il rapporto russo-americano è diventato sinonimo di una grande e virile amicizia, come quella che può nascere solo fra due ex nemici leali e sinceri che si sono combattuti duramente ma sempre rispettandosi, e mai facendosi troppo male. E sotto sotto trovandosi molto più simili di quanto sia mai stato possibile esplicitare.

La cosa avrebbe un'importanza relativa se non impattasse con una tale convergenza di interessi e capacità obiettive fra i due Paesi da trovare pochi riscontri altrove. Più facile trovare affinità che differenze. Gli Stati Uniti hanno tecnologia e capitali, la Russia risorse e capacità di metterle a frutto. Entrambi hanno spazio a iosa, non hanno ambizioni o necessità di qualsivoglia "drang nach osten": ne hanno approfittato quando era possibile e consentito, distillandone la stessa epopea eroica della frontiera, estesa più tardi anche allo spazio extraterrestre. Né soffrono di sfoghi demografici da soddisfare, come l'Asia e l'Europa (un tempo).

La potenza militare di tutti e due appartiene ad una sfera incommensurabile rispetto a qualsiasi altro attore della scena. Quando parlano di megatonnellaggio, lo fanno a ragion veduta e in un gergo comprensibile solo a loro. Il patriottismo russo e americano è ancora quello di una volta, con il senso della missione di un popolo eletto da Dio, la percezione delle anse fatali della Moskova o del Potomac, la galleria degli eroi nazionali, i miti, i simboli, il potersi permettere di non rinnegare nulla, né il Generale Lee e Martin Luther King, né tantomeno il Maresciallo Zukov e Sakharov: in sintesi tutto il consueto armamentario della grande potenza imperiale con il senso superiore di un destino immanente.

Last but not least, Russia e Stati Uniti sono Nazioni multirazziali e multietniche, profondamente religiose e allo stesso tempo autenticamente laiche, dove Cesare e Dio sono nettamente separati ma entrambi ben presenti nella coscienza di tutti e di ognuno. Tutto questo si sta traducendo in una serie di convergenze che interessano tutti gli interessi comuni dei due giganti e, indirettamente, del resto del mondo. Qualche esempio:

- lotta al terrorismo: vi è un'intesa completa. La Russia ha acquisito molti crediti nei confronti degli Stati Uniti. Senza la collaborazione dei Servizi russi, la concessione di corridoi attraverso lo spazio aereo della Federazione e soprattutto l'ok ai satelliti centroasiatici per la fornitura di basi e supporto allo Zio Sam, "Enduring Freedom" sarebbe ancora ai primi balbettii. I crediti saranno riscossi; alcuni lo sono già nel Caucaso e altrove.

- deterrente strategico: i crediti - o almeno i rapporti di forza che li sottintendono - si invertono. Bush va avanti spedito con i suoi test antimissili e denuncia formalmente l'ABM. In un primo tempo aveva acconsentito a non fare questo passo per evitare di mettere in difficoltà Putin all'interno, mentre questi, dal canto suo, non sollevava particolari clamori quando gli americani impallinavano testate missilistiche a 140 km di altezza e velocità relativa di 28.000km all'ora, come hanno fatto anche quindici giorni fa, nel settimo test di una serie di quindici. Si trattava di un approccio pragmatico, che sottintendeva il fatto - compreso e propugnato da entrambi i leader, probabilmente - che lo scudo che stava prendendo forma, o almeno la diffusione delle sue tecnologie, avrebbe protetto anche la Russia. L'11 settembre ha consentito evidentemente di superare questa ipocrisia (peraltro del tutto comprensibile in termini di realpolitik) per ragioni che sfuggono ai più. Forse hanno a che fare con gli equilibri interni del panorama politico statunitense. Per il futuro dello Scudo spaziale potrebbero essere più pericolosi i democratici e le lobby vicine ai programmi del Pentagono che soffriranno maggiormente dei 70-100 miliardi di dollari destinati alle nuove tecnologie antimissili, che il leader russo e i suoi generali. E quindi è il caso di mettere bene in chiaro i formalismi legali, all'uso americano, in modo da proteggersi dai veri nemici. Putin deve avere mangiato la foglia e più di una protesta di facciata del tipo "gli americani sbagliano, ma la denuncia dell'ABM non mette in pericolo la sicurezza russa" non è andato. Forse sottintende: "Sono affari loro, e al massimo della Cina. Comunque vada, la Russia è ormai dalla parte giusta della barricata". E conserverà la parità strategica con l'Iperpotenza stellata, aggiungiamo noi, su un livello di testate incomparabilmente più ridotto di quanto non sia stato fino all'annuncio del Presidente Bush (7000 armi ridotte a 1500-1700), secondo i desiderata russi. E' da considerare che la manifestazione di straordinaria efficienza operativa della quale hanno dato prova le FFAA statunitensi in Afghanistan, nonché il palese distacco tecnologico del loro dispositivo militare su tutti gli altri inseguitori, Europa, Russia e Cina, innanzitutto, preoccupano molto i generali russi. Essi avrebbero acquisito la consapevolezza, a quanto afferma il Financial Times dell'8 dicembre, che ogni possibilità di inseguimento tecnologico degli americani è fuori della loro portata. L'arma nucleare rimane l'unico patrimonio strategico significativo della Russia, da conservare il più a lungo possibile, almeno nel suo ruolo dissuasivo e deterrente. Le iniziative antimissilistiche americane, dirette probabilmente a contenere al Cina di domani, oltre che gli improbabili Rogue States di oggi, rischiano di ridimensionare la Russia oltre quello che la dirigenza russa nel suo complesso è disposta a sopportare. Si spiega così l'andamento ondivago di quest'ultima all'iniziativa americana e la sua palese difficoltà ad assumere e mantenere per più di qualche giorno un atteggiamento consolidato. D'altra parte la Russia è una repubblica presidenziale e il Capo dell'esecutivo ha poteri immensi ed esclusivi, superiori forse a quelli di qualsiasi Segretario del PCUS dell'URSS (Stalin escluso). Al timone c'è oggi il presidente Putin, ed è lui che determina la direzione di marcia complessiva del Paese, ad di là di momentanei e spesso strumentali zigzagamenti. La scelta strategica che guida tale marcia non sembra lasciare adito a dubbi.

- NATO: abbiamo visto le novità. La cooperazione continua e si intensifica. Bruxelles e i falchi atlantici in generale non vogliono che per ora la Russia abbia diritto di veto sulle decisioni della NATO, e Mosca preme per evitare l'entrata nell'Alleanza degli Stati Baltici. Gli europei orientali rumoreggiano, perché non accettano il fatto che loro sono dovuti passare sotto le forche caudine degli esami occidentali di democrazia, interoperabilità, liberismo, diritti umani, sviluppo socioeconomico, etc, e la Russia, la loro principale minaccia, un impero autoritario ancora fuori del WTO, entra nella NATO senza fatica e con il tappeto rosso. Minuzie, relativamente. Non tali da fermare il treno in corsa. Vi sono già alcuni argomenti cruciali sui quali la NATO non deciderà nulla se non in accordo con Mosca, per sua stessa ammissione: proliferazione delle armi di distruzione di massa, terrorismo e difesa missilistica. Il resto seguirà a breve.

- Vendite di armi e di tecnologia nucleare: argomento assai spinoso per gli Stati Uniti, e anche per la Russia perché si tratta dell'unica voce attiva della sua bilancia dei pagamenti, a parte il petrolio e il gas. Mosca ha promesso che farà il possibile per ridurre la sua intraprendenza commerciale sull'argomento, e soprattutto che non lo userà come una leva contro l'egemonia americana, come ha fatto fino all'11 settembre. La sua retromarcia sarà tanto più marcata quanto meno affannoso sarà il ritmo della sua economia e delle sue finanze: una adeguata rinegoziazione dei faraonici debiti con l'Occidente, in particolare con la Germania, aiuterebbe. Il messaggio è stato recepito da Washington, che ospita sia la Banca Mondiale che il Fondo Monetario Internazionale, nonché le principali agenzie di certificazione del mondo, una delle quali, Moody's, ha alzato il rating della Russia dieci giorni fa.

- Eliminazione delle scorie nucleari: è ripreso il lavoro congiunto russo- americano di eliminazione e riprocessazione del combustibile delle centrali dismesse e del munizionamento atomico eliminato dagli inventari ex sovietici, in Russia e Ucraina soprattutto. L'attività, finanziata da Washington e la cui importanza non sarà mai abbastanza sottolineata, era stata quasi sospesa per carenza di fondi americani e una certa retromarcia da parte dei russi, in piena crisi di nostalgia neoimperiale. Pare sia ricominciata, anche se sul tema non vengono date molte informazioni. E' abbastanza illuminate in proposito la decisione con la quale Putin ha decapitato la Marina russa della sua leadership. Ha pensionato d'autorità i responsabili della Flotta del Nord, dai quali dipendevano sia il sommergibile Kurks, affondato oltre un anno fa e recuperato di recente, che la desolante base navale di Murmanks, un cimitero radioattivo che da solo costituisce il massimo pericolo ecologico del pianeta. Ha colpito soprattutto la decisione con la quale è stata smentita dall'entourage presidenziale l'ipotesi di una collisione del Kurks con un sommergibile occidentale, leit motiv degli ammiragli russi anche per coprire le loro negligenze. La mossa costituisce nel suo complesso un pesante avvertimento a tutto il complesso militare-industriale della Federazione, in un momento cruciale per il destino futuro del Paese. Il Presidente è ormai abbastanza forte per sfidare i maggiori centri di potere della Russia, notoriamente antioccidentali e antiamericani, e ridurli all'obbedienza. In tale azione egli è stato agevolato dall'esito fulmineo della campagna afgana. Al suo avvio i generali russi avevano preconizzato un impantanamento statunitense sul tipo di quello da loro sperimentato negli anni '80. Non è andata affatto così. Putin ha prontamente approfittato della defaillance d'intelligence che si è evidenziata, per aumentare ulteriormente i suoi gradi di libertà nei confronti dell'apparato militare-industriale che lo aveva incoronato credendo di poterlo condizionare per la sua mancanza di esperienza e di carisma. Forse il Presidente si sta convincendo che sia più conveniente essere alleato dei generali americani che di quelli russi e che comunque sulle questioni strategiche gli conviene più seguire il suo istinto di antico segugio del KGB che ha visto l'Occidente da vicino, piuttosto che le indicazioni di una nomenklatura militare che ha perso la Guerra Fredda.

- Allineamento internazionale: Mosca ha rinunciato - se non formalmente, di fatto - alla dottrina Primakov, tendente a costruire attorno all'Iperpotenza americana un cordone di contenimento, costituito principalmente da Russia, Cina, India, Iran, Corea del Nord, Vietnam, Siria, Iraq e qualche altro volenteroso fiancheggiatore indiretto, come Francia e Paesi scandinavi per certi aspetti, nonché Cuba e Venezuela nel sensibile scacchiere latinoamericano. Un segnale preciso in tal senso, l'abbandono delle basi intelligence a Cuba e in Vietnam. E' quasi incredibile per la nostra generazione sentirlo dire o scriverlo, ma l'alleato principale della Russia sembrano essere diventati gli Stati Uniti d'America, e non si "contiene" il proprio principale alleato. Non apertamente, almeno.

- E' da considerare poi che la Russa è troppo piccola, come numeri complessivi, per costituire un grande e autonomo polo d'aggregazione globale come gli Stati Uniti, l'Europa e domani la Cina e forse l'India. Essa deve riferirsi a uno di questi, ovvero scegliere fra una gravitazione europea (leggasi tedesca) o americana. La Cina è fuori gioco, per ora, e comunque non è omogenea dal punto di vista storico e culturale. Dopo aver giocato la carta germanica, subito dopo la caduta del Muro, sembra che più recentemente il Cremlino abbia fatto compiere al suo Paese un deciso salto dell'Atlantico, o dell'Oceano Artico, aiutato o addirittura spronato da una Repubblica Stellata che nella sua componente più unilateralista intravede sempre più un'Europa in solidificazione come il suo principale rivale futuro per l'egemonia mondiale, anche se non in forme militari o simili. Washington, Chicago, Los Angeles, New York; Miami, Detroit, Huston, Cape Canaveral e la Silicon Valley, ma soprattutto l'America profonda, non riescono a vedere l'Europa come un loro partner paritetico di una alleanza occidentale sulla quale basare le fortune del mondo. Forse gli europei non sono consapevoli di tutto ciò, o almeno non possono manifestarlo apertamente, ma dall'altra parte dell'Atlantico la prospettiva è chiarissima, almeno nelle sedi che contano. Le analisi geopolitiche più penetranti sul destino dell'Europa che oggi vengono tentate sono appannaggio delle Think tank americane, e non certo delle sclerotiche conventicole socialburocratiche di Bruxelles e dintorni.

- Economia: come corollario del riavvicinamento russo-americano in atto negli affari strategici, gli Stati Uniti potrebbero essere caldamente invitati a sostituire la Germania, e più in generale l'Europa, come fornitori preferenziali della Russia. E qui il discorso si fa più difficile, soprattutto perché non esiste una complementarietà immediata fra i due sistemi economici. La Russia non è la Cina, non è un fornitore a basso costo di lavoro, né un immenso mercato potenziale senza infrastrutture. Non fa ancora parte del WTO, e non è attrezzata con gli strumenti giuridici, finanziari e proprietari che favoriscono gli investimenti, senza i quali gli investitori americani, generalmente dei privati senza copertura del proprio Stato, si muovono malvolentieri. Tuttavia Mosca sta facendo progressi in tutte queste direzioni, e gli Stati Uniti le stanno cautamente dando credito. Un settore già partito è quello dell'energia, dove l'America molto si aspetta dalla Russia e territori limitrofi, e molto la Russia sta già dando, come si è visto in occasione del recente crollo dei prezzi del petrolio, favorito dal suo rifiuto di collaborare con l'OPEC. Recentemente le cose stanno cambiando, anche perché la Russia ha bisogno di prezzi alti per sostenere la sua bilancia dei pagamenti, ma lo sforzo fatto finora ad esclusivo vantaggio dell'Occidente è stato cospicuo e riconosciuto.

Si potrebbe continuare.. Le conclusioni ognuno le può tirare per conto suo, in relazione a quanto è ottimista di natura. Ottimista, non pessimista. Di questi tempi non si tratta di una distinzione da poco.