Anno 2002

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Gli alpini in Afghanistan e l'ignoranza di chi ne parla

Franco Apicella, 9 ottobre 2002

Il recente dibattito sull'invio delgi Alpini in Afghanistan conferma ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, la voluta ignoranza con cui in Italia si trattano le "cose militari".

Si possono ben comprendere le esigenze spicciole della cronaca, spesso legate più alla tiratura o allo share che all'obiettiva esposizione dei fatti concreti. Tra l'altro, per parlare con cognizione di causa è necessario conoscere, informarsi, magari anche studiare e, si sa, non tutti ne hanno il tempo; mantenendo invece le argomentazioni sul piano elevato dei principi sociali, politici ed economici non si corrono rischi di incompetenza, perché le opinioni (spesso le ideologie) non possono essere sottoposte alla prova della verità. Finisce così che al pubblico viene imbonito di tutto e di più, a volte anche con messaggi subliminali.

Tale infatti sembrerebbe la copertina di "Famiglia Cristiana" di questa settimana, con quel "signornò" a caratteri cubitali, quasi in contemporanea con l'approvazione della missione in Afghanistan da parte delle Camere; ma il "signornò" si riferisce all'eventuale guerra, e relativa partecipazione italiana, contro l'Iraq. Ci sono, insieme, la risposta alla decisione delle Camere e il monito per un eventuale prossimo dibattito. Naturalmente, all'interno del "signornò" sono approfonditi tutti gli argomenti sociali, politici ed economici; di argomenti militari, solo foto, quelle sì, perché un bel jet o un elicottero non possono mancare.

Eppure chi volesse portare argomenti contro la partecipazione di unità italiane alle operazioni in entrambi i paesi citati avrebbe solo l'imbarazzo della scelta, basterebbe solo che li conoscesse. Ma soprattutto sarebbe importante che gli argomenti seri, sia quelli a favore sia quelli contro queste operazioni, li conoscessero i parlamentari che in ultima analisi decidono sull'impiego e sul grado di rischio delle nostre forze. Dalle dichiarazioni e dai resoconti che si leggono o si ascoltano non c'è molto di cui rallegrarsi: sono pochi quelli ad esempio che hanno capito la differenza tra "Enduring Freedom" e "ISAF". I "non interventisti" avrebbero potuto farne un cavallo di battaglia, ma evidentemente per loro e per i loro avversari erano molto più importanti le divisioni interne dell'Ulivo.

In questo clima appare strano che la polemica sulle possibili conseguenze del munizionamento all'uranio impoverito sia svanita nel nulla; c'è da chiedersi se non sia stata riesumata per convenienza (da parte di chi oggi fa parte del governo e allora aveva sollevato il polverone), per memoria corta o perché "tutti sanno" che i B52 che hanno bombardato l'Afghanistan non impiegano quel tipo di munizionamento.

C'era almeno un altro argomento serio che i "non interventisti" avrebbero potuto usare con efficacia. La verifica concreta della reale disponibilità di forze per far fronte agli impegni nei vari teatri di operazione. Sono conti matematici, non belle parole. Quante missioni ha compiuto negli ultimi quattro anni l'unità che adesso andrà in Afghanistan? E' compatibile questo dato con il criterio di "rotazione", tra impiego in missione e permanenza in Patria, più diffuso in tutti i principali eserciti? Ma evidentemente questo viene considerato un dato troppo tecnico, tranne in occasione delle immancabili interrogazioni parlamentari sullo stress cui vengono sottoposti i nostri soldati quando accade un incidente grave in operazione.

La professionalizzazione delle Forze Armate, soprattutto per l'Esercito, si è in pratica sovrapposta ad un impiego di contingenti all'estero di dimensioni e per durate mai viste negli ultimi 50 anni. Tutto questo può rappresentare al tempo stesso un rischio e una opportunità per la diffusione di una corretta conoscenza delle cose militari. Il rischio sta nel modo in cui viene percepito il passaggio dall'Esercito di leva espressione dell'intera popolazione a un Esercito costituito da una ristretta minoranza che, paragonata ad altre ancor più esigue, ha una visibilità bassa e sovente limitata ad aspetti marginali.

A dire il vero, il rischio di una percezione distorta del mondo militare era già prima una realtà: adesso potrebbe solo cambiare qualche cliché. L'opportunità, molto più importante, viene invece dalla possibilità di rimuovere l'iconografia del "soldatino - italiano brava gente - tutti a casa" e presentare finalmente delle figure professionali che danno il loro fattivo contributo alla nazione, nel quadro di una politica estera e di difesa seria e coerente.

Dato per scontato quest'ultimo assunto, le Forze Armate devono sottolineare il passaggio storico al professionismo diffondendo messaggi di credibilità e competenza: il miglior modo in cui lo stanno facendo sono i risultati delle missioni. Non sarebbe male, al tempo stesso, una maggiore apertura sui problemi che, a volte impropriamente, vengono considerati tecnici: insomma, va bene andare da Maurizio Costanzo per salutare mamme e fidanzate, ma perché non cercare anche altri spazi? Forse si riuscirebbe ad interessare all'argomento giornalisti e politici.