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| Anno 2002 | |
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E' veramente un peccato che la "National Security Strategy", resa pubblica dal Presidente Bush il 7 settembre scorso, abbia avuto da parte di molti mass media italiani, e non solo, una "vulgata" riduttiva, incentrata sulla facoltà di portare un attacco preventivo a chi rappresenti una minaccia per la sicurezza degli USA.
Altre affermazioni, altrettanto importanti, non hanno avuto seguito nelle cronache; non solo, la "National Security Strategy" USA, casualmente o forse per effetto di una sapiente regia, è stata seguita da altri due documenti (uno UK e uno NATO) prima che a distanza di un mese (il 7 ottobre) il Presidente Bush pronunciasse il suo recente discorso alla nazione (vedi). Il documento UK, dal titolo "Iraq and weapons of mass destruction" (vedi) è stato presentato dal premier Blair al Parlamento britannico il 24 settembre; quello NATO è il testo del discorso tenuto dal Segretario Generale, Lord Robertson, lo scorso 3 ottobre (vedi). Il documento presentato dal Primo Ministro Blair può essere paragonato, con le dovute proporzioni, al primo passo di ogni seria pianificazione militare - l'analisi della minaccia - e va a colmare una lacuna solo apparente della "National Security Strategy", in cui si danno per scontati i rischi costituiti dall'Iraq, senza entrare in dettagli. Non serve d'altra parte dire che le stesse informazioni potevano essere già desunte dallo International Institute for Strategic Studies o che non ci sono le prove definitive sul possesso da parte dell'Iraq delle armi di distruzione di massa. Con la pazienza del maestro che insegna l'ABC agli scolari, il documento spiega in premessa come funziona l'intelligence in Gran Bretagna e sottolinea che non tutto può essere detto, per evidenti motivi di sicurezza. Il sermone può non piacere ed essere considerato banale, ma intanto è parte integrante di un documento presentato al Parlamento britannico e diffuso in tutto il mondo. Se il documento fosse stato originato dagli USA, indipendentemente dalla fonte, sarebbe stato considerato fazioso, pretestuoso e probabilmente irriso per scarsa incisività dei contenuti. Presentato invece con il marchio UK è oggetto di diversa considerazione, non fosse altro che per il prestigio dell'intelligence inglese, non intaccato, come quello americano, dall'11 settembre 2001. Per quanto il documento possa essere stato giudicato da molti insoddisfacente, rimane comunque sul tavolo del Consiglio di Sicurezza dell'ONU come pesante ingombro. Più di ogni dichiarazione di principio poi, questo documento è una ulteriore concreta conferma della saldezza del legame USA - UK e mette a disagio il resto dell'Europa. La "National Security Strategy", all'apparenza incentrata sui temi del libero mercato e dello sviluppo economico-sociale più che sui tradizionali temi della difesa, offre un panorama completo e significativo, anche se non del tutto nuovo, della percezione che gli USA hanno del resto del mondo. Il documento risulta di facile lettura - la prima volta - ma complesso nella sua articolazione non appena si cerchi di approfondirne i contenuti e seguirne un filo conduttore; l'impostazione geopolitica si interseca e a volte si sovrappone a quella socioeconomica. E' possibile comunque fissare alcuni punti: - l'amministrazione è convinta che il ruolo degli USA, oggi unica superpotenza, sia quello di difendere e diffondere pace, libertà e crescita economica nell'intero pianeta; il fatto che questo ruolo possa generare un tornaconto non costituisce affatto remora o peccato (non si dimentichino le lontane radici del calvinismo), agli antipodi delle concezioni idealistiche sui problemi del terzo mondo diffuse in molti paesi e specialmente in Europa; - la guerra contro il terrorismo è un'impresa globale, perché globale è la minaccia terroristica: il ricorso ad azioni preventive è necessario e lecito; - la diplomazie e gli aiuti economici possono favorire le condizioni per la pace e lo sviluppo, ma contro la minaccia del terrorismo lo strumento da impiegare non può essere che quello militare; - il peso di alleanze e coalizioni è misurato solo dalla loro efficacia e dai mezzi disponibili (con indicazioni ben precise per la NATO, nei cui riguardi viene usato il verbo "must"); - lo strumento militare e intelligence USA sarà calibrato secondo le nuove esigenze della lotta al terrorismo, maggiormente integrato e più focalizzato sulla sicurezza interna, con la costituzione di un nuovo "Department of Homeland Security". I numerosi spunti di novità che si possono trovare nei meandri della "National Security Strategy" sembrano sfumare quando alla fine si cerca di tirare le somme. Ma forse l'importanza del documento sta proprio nel fatto che certe cose, per quanto apparentemente scontate, siano diventate dottrina dell'amministrazione; come per il documento sull'Iraq presentato dal premier inglese, questa dottrina è una carta destinata a far sentire il suo peso sui tavoli della diplomazia e delle cancellerie, quelle europee soprattutto, specialmente ora che all'interno degli USA si è rivelata vincente. La NATO non ha tardato a dare un primo riscontro. Il discorso tenuto il 3 ottobre da Lord Robertson, pur nel taglio assultamente diverso e tipicamente britannico, ha diversi punti in comune con la "National Security Strategy". Nel suo intervento, il Segretario Generale coglie anche l'occasione dell'invito (eufemismo) rivolto da Washington alla NATO a dotarsi di nuove e più efficaci capacità militari per "tirare la giacchetta" all'ONU e agli alleati meno solerti, citando l'altro Segretario Generale, Kofi Annan, a proposito della necessità di supportare la diplomazia con la minaccia dell'uso della forza. Anche l'idea della NATO non più esclusiva o privilegiata tra le istituzioni internazionali, espressa nel documento USA, viene condivisa da Lord Robertson, che parla di "institutional cooperation" e sottolinea, oltre a quello della NATO, i ruoli di ONU, OSCE, NGO's e UE ngli attuali scenari di crisi. Il Presidente Bush non poteva chiedere migliori premesse al suo discorso alla nazione del 7 ottobre. Ha potuto così andare direttamente al problema più urgente: l'Iraq. L'esame della minaccia è stato dettagliato almeno quanto il documento presentato al Parlamento Britannico, ma ai dati tecnici si sono aggiunti elementi che sicuramente hanno coinvolto l'opinione pubblica; ad esempio, accomunando Iraq ad Al Qaeda nell'inimicizia contro gli USA, formalmente non si collegano le due minacce come già con grande prudenza era stato fatto nella "National Security Strategy", ma sul piano psicologico si ottiene un effetto notevole, cosicché alla fine l'America ha "parlato con una sola voce". Quanto poi ai dubbi sulla legittimità di un intervento preventivo, che per settimane ha fatto discutere il mondo intero, la citazione della memorabile frase pronunciata dal presidente Kennedy nell'ottobre 1962 in occasione della crisi dei missili a Cuba sembra proprio aver chiuso l'argomento: "Neither the United States of America nor the world community of nations can tolerate deliberate deception and offensive threats on the part of any nation, large or small. We no longer live in a world where only the actual firing of weapons represents a sufficient challenge to a nation's security to constitute maximum peril." Con buona pace dei sostenitori della prova dello "smoking gun". Qualunque previsione su una eventuale futura guerra all'Iraq potrebbe essere smentita, ma c'è una lezione che si può trarre da tutto questo: anche i "cow-boy" sanno fare la loro diplomazia. La stanno facendo, e bene, proprio mentre gli altri pensano che facciano solo i "cow-boy". |