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| Anno 2002 | |
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"Predicting the unpredictable" ha detto di recente il Segretario Generale della NATO; non scrutando una improbabile sfera di cristallo, ma partendo dalla conoscenza e dalla analisi dell'unpredictable già accaduto. Esistono certamente regole o, se si preferisce, "non regole" attraverso le quali l'unpredictable del terrorismo viene governato ed i suoi effetti finalizzati: è essenziale guardare ai fatti.
I fatti di cui disponiamo, almeno i più recenti ed eclatanti, sono i tre attentati: 11 settembre 2001, Bali e Mosca. Modalità, tempi, obiettivi e risultati, soprattutto in termini di impatto mediatico e politico, sempre diversi. Eppure tutto sembra tenuto insieme da un filo conduttore che, dalla imprevedibilità, approda puntualmente a scenari non casuali del dopo attentato, propiziati da reazioni del mondo occidentale quasi sempre scontate, emozionali. E la prevedibilità di queste reazioni aumenta una vulnerabilità che ha le sue premesse nella diversa "permeabilità" degli obiettivi. Il garantismo della società americana ha aperto le scuole di volo ai terroristi, così come, probabilmente, un ordine interno precario per molti aspetti ha concesso il retroterra indispensabile agli attentatori di Mosca. I "fiancheggiatori" come persone fisiche sono solo elementi occasionali; quel che conta sono le condizioni complessive che consentono ai terroristi di operare. Non è solo un problema di intelligence: la quantità di dati da analizzare è smisurata, l'intuizione geniale è di pochi e la fortuna è cieca. Il vero problema è la prevenzione, non tarpata da paranoie garantiste e resa possibile da amministrazioni efficienti. Nel caso il mondo non si fosse accorto prima dello stato di guerra, l'11 settembre 2001 è stato a tutti gli effetti una formale dichiarazione. L'illusione, immediata e superficiale, che quegli attentati avessero compattato una sorta di "Santa Alleanza Planetaria" contro il terrorismo è già svanita. E' bastato meno di un anno per dimenticare la retorica (ché solo tale era) del "siamo tutti americani". D'altronde, già fin dai primi giorni qualche voce, più o meno soffocata, diceva "se lo sono voluto!". L'11 settembre, alla distanza, è servito a riportare in superficie differenze e divisioni, costringendo gli Stati Uniti ad assumere il ruolo, antipatico anche per i loro alleati, di paladini mondiali della libertà e della democrazia. Il Presidente Bush aveva parlato subito di una guerra lunga, non di settimane o mesi, ma di anni. La previsione, che sotto l'effetto del momento si poteva pensare riferita all'Afghanistan, si è avverata in un senso ben più ampio. Bisognerà imparare, e questo vale non solo per chi disegna scenari a tavolino ma soprattutto per chi fa pianificazione operativa, a ragionare in termini temporali e geografici diversi da ogni altro tipo di conflitto, simmetrico o asimmetrico che si voglia, considerando la dilatazione del tempo e dello spazio come primo "force multiplier" della imprevedibilità. Il tempo è stato usato, dopo l'11 settembre, per lasciare la fragile "Santa Alleanza Planetaria" a coltivare le sue divisioni, alimentate dalla ferma intenzione degli Stati Uniti di eliminare il regime di Saddam anche a costo della guerra. Trascorso dunque un ragionevole lasso di tempo e ottenuti i primi effetti di dissociazione, il terrorismo ha ricordato all'occidente dalla memoria corta le sue diramazioni nell'altra parte del globo con l'attentato di Bali. Piuttosto che colpire la solita Europa contradaiola, è stato lanciato un macabro avvertimento all'Australia, che nel 1999 aveva avuto la leadership delle operazioni militari a Timor Est e il cui ruolo vitale nell'ANZUS era stato di recente ribadito dal Presidente Bush nella "National Security Strategy". I tempi serrati con cui l'attentato di Mosca è seguito a quello di Bali sono la conferma della regola dell'imprevedibilità. Colpiscono, di questo ultimo episodio, alcuni aspetti platealmente artificiosi, affatto dissimili dagli altri due attentati. Fondamentale perché interattivo si è rivelato questa volta il ruolo dei media: è stato loro concesso di mostrare dal vivo i terroristi e forse anche di agire da intermediari nelle trattative. Le immagini divulgate presentano contrasti indecifrabili, tra un dejà vu minaccioso, come le cinture esplosive, e l'aspetto, sorprendentemente femminile, degli sguardi e delle mani ben curate delle terroriste. Inusitato il volto scoperto del capo dei terroristi, che identifica la sua autorità, sottolineando l'esistenza di una gerarchia anche formale. Tutti segnali sopra le righe, come anche la bottiglia di cognac trovata dopo il blitz, a voler platealmente mantenere le distanze dall'ortodossia islamica: siamo prima di tutto combattenti della causa della indipendenza cecena. Nonostante l'evidente contraddittorietà dei segnali, i terroristi hanno già ottenuto un risultato, più duraturo dei compiacimenti, tempestivi quanto effimeri, giunti al Presidente Putin: c'è chi crede fermamente che l'unico movente dell'attentato sia l'indipendenza cecena, estraniandolo dal terrorismo dell'11 settembre e di Bali. Se così fosse, bisognerebbe chiedersi come mai i soliti paladini dell'ONU non si sono ancora mobilitati per una risoluzione del Consiglio di Sicurezza e l'invio di osservatori o di un contingente. E' stata poi solo un diversivo l'esortazione di Saddam ai terroristi a non guastare i rapporti con la Russia: ben poco credibile, visto che il dittatore iracheno sapeva benissimo, e Bush glielo ha tempestivamente ricordato, che un eventuale veto del Consiglio di Sicurezza dell'ONU non fermerà gli USA; … e la Russia non potrà fare altro che stare a guardare. Ma l'aspetto più inquietante, che ha polarizzato l'attenzione distraendola dal vero problema, è stato l'uso del gas a premessa del blitz. E' molto probabile che tecnicamente non ci fosse altra via di uscita per venire a capo di una situazione all'esatto opposto dell'attentato alle Twin Towers, in cui, di fatto, non è stata possibile alcuna gestione degli avvenimenti che avevano preceduto i due impatti. La decisione di usare il gas è ora oggetto, oltre che di leciti interrogativi, di domande dal tono inquisitorio destinate a creare ulteriori divisioni tra coloro che invece avrebbero ottimi motivi per rimanere uniti nella guerra al terrorismo. Non è dato di sapere se i terroristi, nel pianificare l'attentato, avessero pensato anche a questo risultato: quel che conta è che l'hanno ottenuto. Ancora di più, hanno compiuto una escalation dalla imprevedibilità di una minaccia puramente distruttiva ad una sorta di gioco del gatto con il topo, propiziato dalle reazioni del mondo occidentale. Sulla "minaccia terrorismo" è stato detto e scritto quasi tutto, ma è sintomatico il fatto che non si sia ancora giunti ad un nome sicuro: terrorismo islamico, fondamentalismo musulmano, rete di Al Qaeda. Alle domande "chi, che cosa, dove, come, quando e perché" ci sono solo risposte parziali ed approssimative. Per capirne di più sarà meglio analizzare le conseguenze degli attentati su quella guerra al terrorismo, che tutti a parole hanno dichiarato, ma di cui bisogna ancora capire bene le regole e, quel che più conta, applicarle allo stesso modo. Chi crede di interpretare ciascun avvenimento riducendolo a una logica regionale, non sa o non vuole vedere. Il rischio maggiore sta proprio nella diversa percezione della minaccia, destinata a diventare una fatale vulnerabilità se le divisioni diventeranno insanabili. |