Anno 2002

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Perché Bush potrebbe non attacare l'Iraq

Franco Apicella, 8 novembre 2002

Mentre la nostra intellighentsia buonista si faceva paladina dei ceceni (Adriano Sofri su "Panorama" del 7 novembre 2002) e a Firenze si predisponeva la dovuta accoglienza per i manifestanti no global, giungevano dal Medio Oriente tre delicati segnali cui hanno fatto eco i risultati, forse inattesi, delle elezioni di "mid term" negli USA.

L'Arabia Saudita, pur con tutti i distinguo della diplomazia, ha sostanzialmente negato il suo appoggio all'eventuale azione degli USA contro l'Iraq, mentre il Consiglio di Sicurezza dell'ONU è ancora alle prese con una risoluzione destinata, con il passare del tempo, a perdere di credibilità e soprattutto di autorevolezza, comunque venga formulata.

La vittoria del partito di giustizia e sviluppo Akp, islamico, in Turchia potrebbe nell'immediato porre agli USA problemi per l'utilizzazione delle loro basi in suolo turco e, in prospettiva, rendere più difficili i rapporti con quello che finora è stato un alleato pienamente affidabile, sia per gli stessi USA sia per la NATO. Quanto all'Unione Europea, i problemi non mancano e quello della Turchia sarebbe solo uno in più.

Poi, a sorpresa, c'è stato il ricorso alle elezioni anticipate da parte di Ariel Sharon. Quest'ultimo è il fatto che forse ha polarizzato maggiormente l'attenzione di USA e Gran Bretagna; il "Times" di Londra infatti ha pubblicato il 5 novembre scorso una intervista in cui il premier israeliano pronostica già l'Iran come obiettivo successivo all'Iraq nella guerra al terrorismo.

Al tempo stesso, secondo quanto riportato lo stesso giorno in un articolo del "New York Times", Sharon si riserverebbe fino alle elezioni ogni decisione sulla "road map" per la creazione di uno stato palestinese entro il 2005 presentatagli di recente dal presidente Bush. Insomma, Israele, o per lo meno il suo premier, tratta con gli USA da pari a pari e in piena autonomia. Non che questo sia un atteggiamento nuovo, ma si poteva pensare che la crisi interna avrebbe in qualche modo impensierito Sharon, il quale ha motivo di preoccuparsi anche per quanto accade in Turchia, dove ora dovrà trattare con una leadership di osservanza islamica, dopo aver intrattenuto buone relazioni, personali e istituzionali, con il primo ministro uscente Bulent Ecevit.

Con l'Arabia Saudita che chiude le porte, Israele che fa la voce grossa e la Turchia alla vigilia di una possibile svolta si poteva pensare che Bush avrebbe avuto vita difficile alle elezioni di "mid term". Non solo, la "storia infinita" della risoluzione del Consiglio di Sicurezza avrebbe potuto incrinare ulteriormente la fiducia degli elettori nella effettiva determinazione del presidente a voler concludere la partita con l'Iraq.

Così non è stato; il motivo va ricercato nella capacità, fin qui dimostrata dalla amministrazione Bush, di costruire il consenso interno, anche attraverso la trasparenza nell'indicare obiettivi e strategie, non ultima la "National Security Strategy". Evidentemente la fiducia degli americani nel loro presidente è stata più forte delle turbative, anche quelle di notevole impatto mediatico, intervenute proprio a ridosso delle elezioni.

Ora però bisognerà fare i conti con le nuove situazioni in divenire nel Medio Oriente. Si percepisce un irrigidimento nel mondo islamico cosiddetto moderato, che ha contagiato anche la Turchia, finora dichiaratamente laica; c'è in tutti grande preoccupazione per gli equilibri del "dopo Iraq".

Sharon invece, che questi equilibri vede in una sua particolare ottica, teme che ci si fermi dopo aver raggiunto il primo obiettivo, lasciando una situazione più precaria dell'attuale; inoltre, già nel corso delle operazioni contro l'Iraq, Israele potrebbe rompere il tacito accordo di non intervento che aveva osservato durante il conflitto del 1991 (vedasi l'articolo del "New York Times" citato in precedenza).

Il tempo che passa, se da un lato sta fruttando a Bush consensi interni, vede compromettersi quelli che fino a oggi erano rapporti preziosi per gli USA nello scacchiere mediorientale. A questo punto, una guerra convenzionale contro l'Iraq potrebbe presentare rischi che non vale la pena di correre. Senza contare il fatto che nel 1991, per aprire le ostilità con gli attacchi aerei il 16 gennaio, già dal precedente mese di agosto erano iniziati massicci spostamenti di truppe e a metà dicembre il grosso delle forze era schierato nel teatro di operazioni.

Di analoghe attività, a tutt'oggi, non sembrerebbe esserci evidenza; in compenso c'è stato il recente "strike" del missile lanciato dall'UAV "Predator", in volo sul deserto yemenita, che ha eliminato il commando di Salim Sinan al-Harethi, ritenuto responsabile dell'attentato compiuto nell'ottobre 2000 contro il cacciatorpediniere USS Cole nel porto di Aden. Troppo presto per affermare che questa possa essere una alternativa alla guerra convenzionale; resta il fatto che Bush aveva già detto: " We will disrupt and destroy terrorist organizations by (…) direct and continuous action using all the elements of national and international power".