Anno 2002

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National Security Strategy: la trasparenza applicata alla strategia

Franco Apicella, 27 novembre 2002

Il 21 novembre scorso il New York Times (articolo in prima pagina di E. Bumiller) definiva la NATO "large and aging alliance", riferendosi alla riluttanza degli USA ad essere rallentati dalla "attempata signora" nella eventuale guerra contro l'Iraq. Viene in mente la risposta di Giovanni dalle Bande Nere all'offerta della Repubblica di Venezia che gli proponeva di passare al suo soldo: "Né a me si conviene per esser io troppo giovane, né ad essa perché troppo attempata".

L'affermazione dell'autorevole quotidiano giungeva proprio nel giorno in cui i Capi di Stato e di Governo della NATO si erano riuniti per il summit di Praga ed avevano rilasciato due dichiarazioni ufficiali. Con la prima, tradizionalmente corposa, delineavano il futuro dell'Alleanza; con la seconda, molto più stringata e immediata, lanciavano un monito all'Iraq, senza tuttavia far cenno a possibili azioni militari. Un altro particolare, questo, puntualmente chiosato nell'articolo del NYTimes, senza mascherare un certo disappunto.

Le convinzioni USA sono senza dubbio profondamente diverse dalle percezioni europee e sicuramente distanti dai sofismi (ché tali sono) dei vari governi europei sul sì o sul no all'intervento armato contro Saddam. Eppure il Presidente Bush non ha mancato, visitando Vilnius e Bucarest, di plaudire ed incoraggiare l'allargamento della NATO, anche se questo la rende ancora più "large", oltre che "aging".

Non è solo fair play di facciata; la NATO ha fatto negli anni della parola "consensus" il suo motto e Bush sa che la sua politica, ora che ha riscosso un consenso pressoché unanime all'interno, deve raccoglierne quanto possibile anche in Europa. Gli USA sono rimasti l'unica superpotenza nel villaggio globale e questo loro ruolo, condanna o privilegio che sia, può essere esercitato solo attraverso il consenso, proprio quello che era mancato durante la guerra in Viet Nam. La NATO come serbatoio di "consensus" è dunque ciò che più interessa l'amministrazione Bush.

Quanto al potenziale militare dell'Alleanza, ben vengano i periodici inviti del Segretario Generale a dedicare maggiori risorse alla difesa e le inevitabili ristrutturazioni dei Comandi; in ogni caso, il Comandante strategico sarà sempre un generale USA. Questo non compare esplicitamente nel documento ufficiale, ma non ha remore a dirlo, ancora una volta, il NYTimes, sempre nello stesso articolo già citato.

Questo oscillare tra fair play ufficiale e pragmatismo, a volte anche ruvido, può lasciare sconcertati, ma bisogna chiedersi perché gli USA se lo permettono. C'è una sola ragionevole spiegazione: la trasparenza. Ai tempi della "glasnost" di Gorbaciov si pensava che la cosa dovesse riguardare soprattutto i regimi autoritari, come quello sovietico, decisi ad avviarsi alla democrazia.

In realtà, il concetto di trasparenza acquistava un valore impensato anche nel mondo occidentale e, forse inconsapevolmente, aveva già trovato una prima applicazione pratica con lo schieramento delle forze nucleari a medio raggio - INF (gli "euromissili") in Europa occidentale: la decisione fu presa da ciascun paese in piena trasparenza e serrata dialettica tra consenso e dissenso.

Da quel momento l'idea di strategia militare si è sempre meno identificata con misteriosi bunker sotterranei o comandi superprotetti dove si decidono in gran segreto le sorti delle nazioni o addirittura del pianeta. Nelle democrazie avanzate, e segnatamente dopo la fine dell'era bipolare, la strategia militare è soggetta alle stesse regole di ogni altro processo decisionale della politica estera, di difesa ed economica; il connotato di segretezza è solo un aspetto tecnico che investe alcuni particolari ma non impedisce la visione d'insieme.

Non deve quindi sembrare strano che gli USA, pur avendo da sempre una cultura quasi maniacale del "segreto militare", abbiano resa pubblica la "National Security Strategy" il 7 settembre 2002, ben prima del summit NATO. Al di là delle frasi sull'ipotesi di "attacco preventivo" che tanto hanno colpito la pubblica opinione, il documento contiene molti altri passaggi ostici per certe sensibilità europee, e non solo. Per tutti basti citare " our best defense is a good offense", o il deciso richiamo al liberismo economico "If you can make something that others value, you should be able to sell it to them. If others make something that you value, you should be able to buy it".

Vale la pena ancora di ricordare il passaggio in cui si indica alla NATO quali siano gli obiettivi da conseguire "NATO must build a capability to field, at short notice, highly mobile, specially trained forces whenever they are needed to respond to a threat against any member of the alliance"; naturalmente il "must" è stato prontamente recepito nel documento finale del summit di Praga.

Al di là dei contenuti specifici, sui quali le discussioni rischierebbero di non aver fine, resta comunque il dato di fatto che l'amministrazione Bush, senza falsi pudori o remore di qualsiasi natura, ha reso pubblico questo documento prima ancora che ricevesse l'approvazione del Congresso e, ancor più importante, l'avallo definitivo con le elezioni di "mid term". Siamo di fronte ad un esempio rimarchevole di "informazione corretta", propria di una democrazia matura, che non sarebbe disdicevole prendere ad esempio.

Si potrà obiettare che la "National Security Strategy" tratta di economia, politica e problemi sociali, molto più che di problemi militari; ma è evidente che il Presidente USA, al suo livello, indica priorità e obiettivi per il cui raggiungimento c'è tutta una serie di organismi che dovranno fare la loro parte, dal Dipartimento della Difesa agli Stati Maggiori. E' un pregio quindi che si sia lasciato spazio di autonomia "verso il basso", evitando la tentazione dell'accentramento nella definizione degli strumenti operativi.

A chi non condividesse i contenuti del documento, viene in aiuto un giudizio dell'"Economist" del 26 settembre 2002, espresso con un tipico understatement britannico " Mr Bush's "strategy", which is the sort of thing every administration gets round to assembling, contained nothing seriously new". Resta da vedere se sia più facile dire oggi qualcosa di nuovo, o piuttosto non sia ben più importante (o vantaggioso o inevitabile) rendere pubblica la propria strategia, quando anche il Presidente Putin ha dovuto fare i conti col consenso dopo il blitz delle sue forze speciali contro i terroristi ceceni asserragliati nel teatro di Mosca.

E' doveroso infine ricordare che anche in Italia è stato quest'anno pubblicato un nuovo "Libro Bianco" della Difesa, dopo quello realizzato nel 1985. Forse non ha avuto una risonanza assimilabile a quella della National Security Strategy, anche se il peso, in termini di pagine, era quasi dieci volte superiore. A volte però, la completezza dell'informazione, dote tra le più pregevoli di questo "Libro Bianco", finisce per scoraggiare i potenziali lettori.