Anno 2002

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Iraq: il gioco delle parti e la prudenza degli Stati Uniti

Franco Apicella, 19 dicembre 2002

La guerra contro l'Iraq ormai da troppo tempo viene data per imminente, specialmente da quanti vi si oppongono; chi invece dovrebbe farla, al di là delle inevitabili minacce verbali, pare stia cercando ogni occasione per guadagnare tempo; in questo la missione degli Ispettori ONU è di grande aiuto. Anche la recentissima "National Strategy to Combat Weapons of Mass Destruction" dell'amministrazione USA, subito stigmatizzata dai media per il passaggio relativo all'impiego delle armi nucleari, lascia in realtà perplessi.

C'è da chiedersi se ci fosse effettivamente bisogno, dopo la "National Security Strategy" del 17 settembre scorso, di un altro documento "non classificato", quindi pubblico, anche se non immediatamente diffuso on line come il precedente. Se poi l'intenzione fosse veramente quella di dare il via in tempi brevi alla guerra in Iraq, più che sentir parlare di strategie bisognerebbe vedere ingenti movimenti di forze verso e nel teatro di operazioni.

I tempi stanno effettivamente cominciando ad allungarsi, rinviando di giorno in giorno la prospettiva di un attacco; è impensabile però che l'amministrazione, e soprattutto i vertici militari USA, non si rendano conto dei vantaggi di questo rinvio per l'Iraq. Ma se così stanno le cose, evidentemente ci sono altre ragioni oltre quelle della pianificazione operativa del Pentagono che intanto deve continuare a mantenere sotto pressione le sue forze.

Esistono due scenari alternativi, pur molto remoti, e soprattutto due ragioni che inducono gli USA alla prudenza.

A rendere inutile un attacco diretto convenzionale potrebbe essere un radicale sovvertimento dell'attuale regime iracheno. Un evento del genere ha poche probabilità di essere pilotato dall'esterno o, per dirlo in chiaro, dagli USA, resi cauti - si auspica - dalla vicenda lontana ma non dimenticata della Baia dei Porci e dall'improvvida distribuzione di armi ai mujaheddin nell'Afghanistan invaso dai sovietici.

In queste settimane, inoltre, l'intelligence USA sta subendo una profonda ristrutturazione, con la ridistribuzione delle competenze tra le varie agenzie. Se ne è occupato a fondo anche il New York Times in un articolo dello scorso 30 novembre, ponendo interrogativi su problemi molto seri, dalle azioni "coperte" in paesi stranieri all'uso delle Forze Armate per l'ordine interno (non sarebbe male riflettere su quest'ultimo argomento anche in Italia).

Subito dopo, l'11 dicembre, lo stesso quotidiano dava conto di un rapporto del Congresso sull'operato dell'intelligence prima dell'11 settembre 2001, da cui emergono risultati poco lusinghieri. Tutto questo rende poco probabili, al momento, azioni che non prevedano un buon margine di sicurezza come lo strike del "Predator" nello Yemen.

Quanto all'Iraq, il regime al potere controlla saldamente le istituzioni civili e militari; è difficile localizzare crepe o fratture nelle quali fare leva per una destabilizzazione. Anche le riunioni degli oppositori al regime di Saddam, negli USA in luglio ed agosto, in Gran Bretagna in questi giorni, non convincono del tutto e gli interlocutori sembrano interessati più al "dopo Saddam" che al modo di togliere il potere al dittatore. All'interno la popolazione è pronta, secondo la propaganda, rassegnata secondo altri, alla guerra contro gli USA e i suoi alleati.

Un secondo scenario potrebbe allontanare la guerra contro l'Iraq: il verificarsi in un'altra parte del globo di un evento di assoluta rilevanza legato al terrorismo o alle armi di distruzione di massa. A ben guardare, le occasioni non mancherebbero; la Corea del Nord, rompendo un precedente accordo con gli USA, dichiara la ripresa del suo programma nucleare e poi invia missili SCUD nel Golfo.

Ma l'amministrazione USA, proprio mentre annuncia la sua nuova strategia per combattere le armi di distruzione di massa, non vuole fare un "casus belli" di questi due fatti, anzi mette in campo il Vice Presidente Cheney ed il Segretario di Stato Powell per chiarire la vicenda degli SCUD.

Siamo in presenza di segnali contraddittori, non ultimo la proposta lanciata il 16 dicembre dalla Corea del Nord agli USA per un patto di non aggressione nucleare, all'apparenza un ripensamento della precedente dichiarazione, dettato tra l'altro da esigenze connesse con le elezioni nella Corea del Sud.

Da questi scenari emerge un atteggiamento di sostanziale prudenza degli USA, che va ben oltre le dichiarazioni e i documenti ufficiali e che non deve essere sfuggito sia alla Corea del Nord sia all'Iraq, vista anche la recente dichiarazione con cui il vice premier iracheno Tareq Aziz, prendendo spunto dai bombardamenti anglo-americani, ha fatto sentire con grande enfasi la voce di Baghdad sulla "guerra contro la nazione araba". L'escalation delle schermaglie verbali prosegue e il presidente Bush rilancia dicendo che non concederà una seconda possibilità all'Iraq.

Le ragioni della prudenza USA, contrapposta al gioco delle parti condotto a base di dichiarazioni, sono essenzialmente tre.

La prima, immediata, potrebbe trovarsi nelle 13.000 pagine che Saddam ha consegnato agli ispettori dell'ONU: nomi imbarazzanti di società che hanno fornito mezzi e tecnologie al dittatore. Gli USA dovranno muoversi con molta attenzione per formare una coalizione che non perda di credibilità e legittimità sulla scena internazionale.

E questa (la scena internazionale) potrebbe essere la seconda ragione di prudenza. Ci si allontana sempre di più dalla data dell'11 settembre 2001 e gradualmente il "particulare" di ciascun paese riprende la sua reale, pesante dimensione mentre la dichiarazione quasi planetaria di guerra al terrorismo comincia a corredarsi di distinguo. L'obiezione più comune, sovente strumentale all'antiamericanismo, è il timore che la leadership USA finisca per ignorare le regole della comunità internazionale e diventare egemonia o, peggio, tirannide planetaria.

Anche il Papa, nel suo recente messaggio per l'anno della pace dice che: "È importante evitare fraintendimenti: non si vuole qui alludere alla costituzione di un super-stato globale". Gli americani non sono di solito arrendevoli ai moniti del Papa; questa volta però non si tratta di sospendere la pena ad un condannato a morte, ma di dimostrare nei fatti che il timore, in alcuni casi inespresso ma condiviso in buona parte del mondo, sia infondato. Non può sfuggire alla Casa Bianca il pericolo di strumentalizzazione di quel messaggio da parete di chi vuole delegittimare la politica internazionale degli USA.

La terza ragione di prudenza è connessa con il "dopo Iraq", lo stesso problema a cui guardano gli oppositori al regime di Saddam nelle loro periodiche riunioni. Si tratterà di gestire non solo gli equilibri interni dell'Iraq, ma quelli già fin d'ora molto complessi di tutta la regione. Un esempio è anche la soluzione della vicenda degli SCUD coreani, il cui destinatario (lo Yemen) è stato con gran fretta definito dall'amministrazione USA "partner" nella guerra al terrorismo.

A ben guardare, la guerra, che pure molto probabilmente prima o poi si farà, è solo uno dei problemi di una vicenda più complessa.