Alle 21:40 del 4 maggio è decollato dall'aeroporto di Villafranca di Verona un volo charter con ottanta alpini paracadutisti del battaglione "Monte Cervino" di Bolzano alla volta dell'Afganistan. Preceduti da un primo nucleo di 27 militari giunti il 22 aprile agli ordini del colonnello Riccardo Marchiò, gli alpini costituiscono la prima mandata del "main body" della formazione che rileverà il compito in ambito ISAF, il contingente di sicurezza internazionale dislocato a Kabul. Prima della partenza, il tenente generale Alberto Ficuciello, Comandante delle Forze operative terrestri nel salutare i Ranger italiani ha ricordato che "…già a dicembre il reggimento mordeva il freno per essere impiegato in Afganistan, conscio della propria preparazione e idoneità all'impiego in territorio afgano".
Generale Ficuciello, come comandante operativo terrestre come valuta l'operato dei militari che hanno assolto il compito a Kabul fino a ora?
Il primo contingente era costituito su base reggimento di cavalleria "Guide" di Salerno e ha aperto la strada ritagliandosi un compito che all'inizio era molto incerto e vago. Si è trovato però a fare il reparto di fanteria dovendo provvedere alla sicurezza di tutto il contingente ISAF e in un secondo tempo anche fornire cornice di sicurezza agli incontri diplomatici che ci sono stati tra fazioni e inviati internazionali. Ma per le Guide non è stato un problema perché è un reparto di grande esperienza internazionale che è stato impiegato in tutte le missioni all'estero a partire dalla Somalia.
Quali sono invece le sue aspettative per questo contingente che comincia a partire adesso?
Questi che partono avranno forse un compito più facile perché vanno per consolidare i risultati ottenuti da quelli che li hanno preceduti. Ma non solo: faranno qualcosa di più. A loro sarà affidata la leadership della parte genio e quindi tutto quello che riguarda la viabilità e probabilmente anche un maggiore intervento nella eliminazione degli ordigni esplosivi, nella bonifica dei campi minati. Cose che noi sappiamo fare benissimo. A noi faranno capo anche i genieri di altre nazioni.
Un incarico di primo livello, quindi, considerato che uno dei problemi più gravi dell'Afganistan è dato proprio dalle mine.
Questa sarà una nicchia di eccellenza affidata all'Italia nella quale siamo convinti di fare bene. I genieri italiani in tutte le operazioni di peacekeeping hanno dimostrato una grande professionalità e con molta umiltà e molta naturalezza hanno fatto cose che altri sognavano di fare. Questo ci porterà una migliore visibilità in ambito internazionale. Così come forse in tutto il complesso ci sarà una visibilità maggiore perché gli alpini hanno dietro una grancassa più forte per quanto riguarda la ricaduta nazionale.
Lei li ha chiamati Ranger
Li ho chiamati Ranger perché in virtù dell'addestramento che fanno stanno assumendo una connotazione di forza pronta per operazioni in ambienti speciali. Addestramento al lancio con paracadute, sci, roccia, movimento e adattabilità su tutti i terreni e altro. Ma non saranno solo loro perché il contingente sarà costituito con aliquote provenienti dal 10° reggimento genio di Cremona, dal 7° reggimento NBC e 11° reggimento trasmissioni di Civitavecchia, 9° reggimento d'assalto "Col Moschin" e 1° reggimento carabinieri paracadutisti "Tuscania" di Livorno e un'aliquota del comando brigata logistica di proiezione di Treviso.
Con 8.000 militari impegnati in operazioni di peacekeeping più la missione in Afganistan, anche la brigata Pinerolo attualmente si trova in Egitto per una esercitazione congiunta con l'esercito egiziano. Non le sembra troppo grande l'impegno per un esercito che sta cambiando fisionomia?
Abbiamo tanti impegni, forse sono troppi. Il fatto è che noi come forze di terra, dovendo lavorare sugli uomini facciamo fatica a essere precisi nel computare l'impegno. Non è come per il serbatoio della benzina che quando non ce ne va più è pieno. L'uomo è generoso e quindi riesce a fare sempre qualche cosa in più. Noi saremmo stati già colmi quando ci è arrivato il compito di andare in Afghanistan. Adesso subentrano altri impegni e noi li assolveremo. Ma non solo, anche la sicurezza nazionale richiede la nostra presenza in punti sensibili e stiamo assolvendo anche questo compito.
Anche nel mese di settembre l'esercito italiano ha condotto una esercitazione in Egitto. C'è una predilezione particolare per l'area?
Il discorso è molto più semplice di quanto non sembri. Qualcuno pensa magari a dietrologia o ad alta strategia o massimi sistemi. La cosa è molto più semplice. L'Egitto fa parte di un gruppo di nazioni che in ambito Nato vengono identificate con la sigla di "Mediterranean Dialog" e ad alcune nazioni Nato viene data una specie di leadership nel tenere i contatti con certe nazioni.
E l'Italia?
L'Italia si è assunta volentieri il ruolo di contattare prioritariamente l'Egitto, anche perché esisteva la capacità da parte loro di offrire aree addestrative. La insufficienza di queste aree sul territorio nazionale ha trovato quindi uno sbocco in Egitto grazie ad accordi bilaterali, al programma Nato di miglioramento delle relazioni tra paesi mediterranei, e infine grazie alla disponibilità delle autorità politiche e militari egiziane. I nostri reparti, soprattutto quelli corazzati e meccanizzati, possono così disporre di aree idonee all'addestramento specifico d'arma e specialità e alla loro connotazione operativa che, con tutte queste operazioni di peacekeeping si rischia di perdere.
Una esortazione ai militari che partono?
Che portino alta la bandiera d'Italia, dell'Esercito e dei loro reggimenti.