Anno 2002

Cerca in PdD


La pericolosa corsa agli armamenti dell'Asia centrale

Giovanni Bernardi, 11 settembre 2002

La guerra contro il terrorismo ha portato alla ribalta internazionale le nazioni dell'Asia centrale che, da sconosciuti e dimenticati resti dell'impero sovietico, stanno vivendo oggi un periodo di corteggiamento da parte della potenza mondiale (Stati Uniti d'America) e delle due potenze regionali asiatiche (Russia e Cina). Risultato di questa attenzione è una nascente corsa agli armamenti, giustificata da esigenze di sicurezza ma che secondo alcuni studiosi potrebbe portare a una progressiva destabilizzazione dell'area.

Secondo l'agenzia Interfax, il Presidente dell'Uzbekistan Islam Karimov ha rivelato alla stampa che intende ridurre le forze armate a un livello di 15.000 uomini entro il 2005 per costituire un esercito professionale a elevata mobilità. E' chiaro che, per potere arrivare a questo obiettivo, non si potrà prescindere da significative spese per l'addestramento del personale e per l'armamento. La decisione fa seguito a quella analoga del Kyrgyzstan che prevede entro i prossimi due o tre anni di riconvertire l'attuale esercito in una forza interamente professionale.

Da parte sua, il Ministro della Difesa del Kazakhstan, colonnello generale Mukhtar Altynbayev, ha annunciato che Washington fornirà assistenza finanziaria per aiutare la nazione a modernizzare le forze armate, mentre in Tajikistan l'ambasciatore Usa ha recentemente affermato che gli Stati Uniti hanno un programma di addestramento dell'esercito. All'impegno statunitense si affianca quello di Russia e Cina che tendono a curare i propri interessi geostrategici legando le nazioni centro asiatiche anche con accordi di sviluppo delle relazioni militari.

La Russia ha un bisogno disperato di sostenere la propria industria degli armamenti e nello stesso tempo cerca di ristabilire i legami tranciati dalla dissoluzione dell'impero sovietico. La necessità di vendere armi è tale che queste sono offerte a prezzi al di sotto del costo di produzione. Attualmente Mosca mantiene circa 20.000 uomini in Tajikistan e sta negoziando la possibilità di stabilire una base militare stanziale per la propria 201^ divisione vicino Dushanbe. Con il Kyrgyzstan invece ha firmato un accordo sullo status del personale russo di stanza nella nazione e un "memorandum of understanding" per occupare in affitto le basi dove schiera le proprie truppe.

Gli Stati Uniti hanno già basi in Uzbekistan e Kyrgyzstan per il supporto delle operazioni in Afghanistan mentre Tajikistan e Kazakhstan hanno aperto i propri cieli al sorvolo di aeromobili militari. La Cina sta fornendo assistenza militare, in particolare a Kyrgyzstan, Uzbekistan e Kazakhstan. Con quest'ultimo ha recentemente firmato un accordo che prevede assistenza per complessivi tre milioni di dollari, nei quali è compresa anche la fornitura di strumenti ed equipaggiamenti per le comunicazioni e per le forze speciali.

E' comprensibile il desiderio di tutti gli stati centro asiatici di riformare le proprie forze armate. In effetti, come stati satelliti della Russia, fino ai primi anni '90 non era chiesto loro di avere delle vere e proprie forze armate ma solo di mettere a disposizione uomini per l'esercito sovietico. La pianificazione della difesa nazionale, l'accesso ai piani strategici erano argomenti sconosciuti anche agli ufficiali di grado elevato. E' chiaro quindi che, al crollo dell'impero, queste nazioni si sono trovate a disporre di una sovranità formale senza avere però lo strumento per difenderla. La costituzione di vere e proprie forze armate è un processo che sta avvenendo ora, potremmo dire grazie all'interesse che si è riversato su di esse a seguito degli attentati terroristici dell'11 settembre.

Da una parte, la disponibilità di uno strumento credibile per proteggere la sovranità nazionale può portare a un livello generale di deterrenza e di dissuasione, quindi di stabilità. Per contro, il rischio è che un riarmo non controllato da strutture di democrazie solide e "disturbato" da movimenti eversivi nazionali possa portare a un livello di instabilità generale e quindi fomentare nuovi focolai di conflitti.


Giovanni Bernardi