Anno 2002

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L'impiego degli alpini e il quadro di instabilità in Afghanistan

Giovanni Bernardi, 20 dicembre 2002

Non sarà un compito facile quello degli alpini in Afghanistan nell'ambito di Enduring Freedom. L'impegno dei militari italiani giunge in un momento in cui, a fronte della apparente stabilità dell'area di Kabul, il Governo centrale afgano non riesce a prendere il controllo del resto del paese e nessuna nazione rivela l'intenzione di impegnarsi in una operazione che rischierebbe di replicare la sfortunata esperienza russa. Il Presidente Hamid Karzai alla conferenza di Bonn dei primi di dicembre ha presentato un piano di costituzione delle Forze Armate che somiglia più a un auspicio che a una realtà. Il piano consiste nella creazione di un esercito afgano di 70.000 uomini nel quale siano rappresentati i principali gruppi etnici della nazione e per il quale il programma prevede che sia completato, equipaggiato e addestrato entro due anni.

Secondo quanto annunciato dal Governo centrale nel febbraio di quest'anno l'esercito afgano dovrebbe già essere costituito da 70.000 uomini, ma secondo le ultime stime di ISAF solo 1.500 uomini sarebbero attualmente addestrati ed equipaggiati. La gran parte delle truppe sono di etnia Tajika e Uzbeka e provengono da fazioni della Alleanza del Nord, che nel 2001 sconfisse le forze talebane con l'appoggio aereo degli Stati Uniti. L'etnia Pashtu, che rappresenta la maggioranza della popolazione afgana, è quasi per nulla rappresentata nell'attuale esile forza. Secondo stime recenti la costituzione di un esercito così come disegnato dal Presidente Karzai costerebbe in due anni circa 700 milioni di dollari e nessuna delle nazioni che contribuiscono alla Forza di Stabilizzazione ha ancora fatto concreti stanziamenti.

La riluttanza delle Forze europee a schierare uomini al di fuori dell'area di Kabul dà la misura della incapacità del Governo centrale a imporre la propria autorità nelle province, dove invece i capi di fazioni rivali continuano a esercitare il controllo totale con i loro eserciti personali alcuni dei quali raggiungono una forza di 30.000 uomini. Alcune stime fissano addirittura a 700.000 gli uomini che complessivamente sarebbero alle armi e che non sono controllati dal Governo.

Il Presidente Karzai sostiene che tutte le milizie saranno disarmate e disperse nel giro di un anno e che le loro armi (carri armati, artiglierie e lanciarazzi inclusi) saranno raccolte con il supporto delle Nazioni Unite e del Giappone. Ma i combattimenti tra fazioni, che continuano a infiammare l'Afghanistan, dimostrano che il Governo non ha alcun ascendente sui comandanti. Lo stesso coinvolgimento nei combattimenti di truppe legate alla fazione (Jamiat-e-Islami) del Ministro della Difesa Mohammad Qasim Fahim pone interrogativi su come i rivali potranno cedere le armi al Ministero della Difesa.

Da parte loro, le nazioni che contribuiscono alla Forza di Stabilizzazione hanno posto un diniego alle ripetute richieste del Presidente Karzai per un aumento del numero dei Peacekeeper da impiegare al di fuori di Kabul. Javier Solana (responsabile della politica di Difesa UE) ha chiarito che ISAF è già formata per la grande maggioranza da nazioni europee e dai primi del 2003 il comando delle operazioni sarà affidato a Germania e Olanda congiuntamente, che sono ancora nazioni europee. L'impegno dell'Europa, secondo Solana, è quindi già significativo.

La situazione viene complicata dal fatto che al fianco dei circa 8.000 americani (che sono impiegati in Enduring Freedom e che quindi non svolgono azioni di Peacekeeping) vi è un certo numero di truppe locali reclutate per combattere i resti di Al Qaeda e che ricevono una paga molto maggiore di quella che avrebbero se si arruolassero nell'esercito governativo. A complicare ulteriormente le cose vi è l'accusa rivolta alle truppe Usa di infiammare gli animi già caldi impiegando afgani di una fazione per disarmare afgani di un'altra fazione rivale in azioni condotte nell'ambito della campagna antiterrorismo.


Giovanni Bernardi