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| Anno 2002 | |
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Nelle ultime settimane l'Amministrazione americana ha effettuato un brusco cambiamento di rotta della sua linea politica nei confronti della crisi israelo- palestinese, con l'abbandono della solidarietà sempre e comunque alla Stella di Davide, impegnata in una lotta contro il terrorismo islamico che richiama la caccia ad Al Quaeda, e un'apertura di credito nei confronti delle posizioni palestinesi. La missione del Segretario di Stato Powell dimostra l'entità e la profondità di questa conversione. Le sue ragioni sono state attribuite alla necessità di ridurre le difficoltà che i Paesi moderati arabi, alleati dell'Occidente, devono affrontare ogni giorno per tenere a freno una piazza esagitata e ferocemente ostile a Israele. In vista soprattutto di una resa dei conti definitiva con Saddam Hussein, che gli Stati Uniti stanno predisponendo e che è giudicata perseguibile sotto il profilo militare ma ancora immatura sotto quello politico generale, per le ragioni indicate.
Un'analisi del Financial Times del 10 aprile a firma Nancy Dunne e Gerard Baker, mette in discussione questa tesi. L'elemento determinante della virata americana sarebbe costituito - secondo l'articolo - dalle preoccupazioni indotte nel Governo di Washington dall'aumento del prezzo del petrolio, che ha raggiunto nelle settimane passate un picco superiore del 60% rispetto a quello dello scorso novembre. L'ammorbidimento verso Arafat e il netto indurimento nei confronti di Sharon sarebbero stati provocati dal timore di ulteriori aumenti, resi possibili dalla concomitanza della minaccia irachena di sospendere le esportazioni petrolifere con la crisi venezuelana in corso. La stupefacente riconferma del Presidente Chavez non fa che confermare le preoccupazioni americane. Se tali aumenti si verificassero, sarebbe messa in discussione la timida ripresa economica che si è avviata negli Stati Uniti. Con essa, la prosecuzione dell'egemonia repubblicana nella direzione politica del Paese, che avrà una cruciale verifica nelle elezioni di mezzo termine per il Senato e la Camera dei Rappresentanti, nel prossimo autunno. George W. Bush ha ben presente, come ex industriale del petrolio e figlio di suo padre, che fu proprio il drammatico aumento del greggio a 40 dollari al barile seguito all'invasione del Kuwait del 1990 ad avviare quella recessione che costò il secondo mandato presidenziale a George Senior. Uno sconosciuto Bill Clinton riuscì a battere un esperto uomo di stato aureolato dalla recentissima vittoria militare contro Saddam con il celebre slogan "It's the economy, stupid!", dimostrando quale è la percezione politica del cittadino medio americano (e non solo la sua) quando è in crisi il portafoglio. La questione è ulteriormente complicata dal dibattito in corso negli USA sulla necessità di riprendere la ricerca di nuovi giacimenti per superare la crisi energetica che ha colpito il Paese e ha avuto episodi eclatanti ed inediti, come il black out californiano, etc. Se i fornitori internazionali dovessero rarefarsi o usare troppo la leva petrolifera per condizionare la strategia americana nel mondo, diventerebbe inevitabile riprendere le trivellazioni, soprattutto nel National Wildlife Refuge, in Alaska, l'ultimo forziere energetico inviolato del continente americano. Suscitando clamorose e rumorose proteste nel forte partito degli ambientalisti americani - No Global, verdi, New Age, etc. - che Bush teme perché gli farebbero perdere ulteriori consensi a favore dei democratici. L'idea che il Presidente abbia pagato una specie di ticket all'Opec e in particolare all'Arabia Saudita - con la quale i rapporti sono tornati non a caso ottimi - non è quindi peregrina, considerato anche l'esito delle vicende venezuelane, che comporteranno con tutta probabilità un raffreddamento dei rapporti già tiepidi fra gli Stati Uniti e il suo maggiore fornitore di idrocarburi dell'emisfero occidentale. La contropartita delle concessioni americane ai principali esportatori arabi dovrebbe essere un controllo, da parte di questi ultimi, della produzione del loro greggio, in modo da calmierare i prezzi internazionali e non interrompere la fuoriuscita della locomotiva americana dalla recessione. Consentendo nel contempo al Presidente americano di vincere le sue elezioni. La suddetta contropartita - il controllo della produzione - sta già concretizzandosi. Lo stesso Financial Times di cui sopra, in un'altra pagina dello stesso numero, riporta un titolo che recita così: "Saudi seek to reassure markets on crude supplies". In esso viene evidenziato che il ministro del petrolio saudita, in visita a Washington assieme al Reggente Principe Abdullah, ha assicurato il mondo occidentale che non vi sarà carenza di petrolio e che i grandi produttori arabi, in primis il suo Paese, non useranno la leva energetica come un'arma per influire sull'esito del conflitto palestinese. Come a dire che non l'useranno perchè l'hanno già fatto, ottenendo quello che volevano. La missione di Powell, appunto, e il cambio di tono e di sostanza nelle posizioni del Governo americano, che ha fatto propria la tradizionale posizione da colomba del Dipartimento di Stato, zittendo il Pentagono, ricacciato ad occuparsi delle sue pietraie afgane. E irachene, chissà quando. Una prima conseguenza, impensabile qualche tempo fa, risiede nella dichiarazione finale dell'incontro di Madrid sulla vicenda palestinese di mercoledì scorso fra Stati Uniti, Unione Europea, Russia e ONU, nella quale si equipara l'azione del un governo legittimo di uno Stato sovrano, volta alla salvaguardia dei propri cittadini, all'offensiva terroristica di una serie di organizzazioni fuorilegge che non hanno alcun riconoscimento formale. Come se l'IRA o l'ETA fossero state messe sullo stesso piano dei governi di Londra e di Madrid, con un invito a tutti a sospendere le ostilità. Non è la sola sbavatura che può essere attribuita alla comunità internazionale nel suo complesso, a partire da una delle realtà geopolitiche contemporanee più antiche e moderne al tempo stesso, virtuale, incorporea, tutto "software" teologico, ascesi, amore per il prossimo e trascendenza, ma allo stesso tempo acuta consapevolezza delle crudezze e delle durezze del governo degli uomini. Si tratta dello Stato Vaticano, che da Roma spazia sui cinque continenti e ha una sfera geopolitica di interessi che è seconda solo a quella degli Stati Uniti. L'atteggiamento dell'estabilishment della Santa Sede, parzialmente smussato dalle dichiarazioni del Papa, si è distinto negli ultimi anni per una parzialità filopalestinese e una durezza antiisraeliana che può essere comprensibile in termini di antipatia confessionale e di pregresso storico ma che ha suscitato pesanti interrogativi negli osservatori più indipendenti. Oltre che recentissime polemiche nel nostro Paese per l'ennesimo intervento sanguigno di Oriana Fallaci. I collegamenti possibili di questo atteggiamento con un passato secolare di persecuzioni antiebraiche, nel quale il mondo cattolico ha avuto un ruolo di primo piano, sono troppo evidenti per non destare più di una perplessità. Soprattutto perché tali persecuzioni non erano giustificate da alcuna vicenda di reciprocità, se non si vuole attribuire al Deicidio iniziale un carattere di catalisi storica. Gli ebrei non hanno mai perseguitato i cattolici, a meno di avvallare l'ipotesi di una loro responsabilità nella persecuzione anticristiana della rivoluzione bolscevica (nella quale molti di loro furono protagonisti, dopo esserne stati gli ispiratori e gli anticipatori), e tutto quello che è seguito, Ucraina, Spagna, Polonia, Ungheria, Repubbliche Baltiche, etc. La stessa rivoluzione ha divorato tutti i suoi figli, compresi gli ebrei. Non ce l'aveva con i cattolici in particolare, ma contro tutto l'ordine costituito del suo tempo. Gli israeliani hanno derivato dalle vicende storiche una tenace ostilità nei confronti del mondo cattolico - o meglio del suo vertice, la Curia di Roma - più che verso il cristianesimo in genere. Non si può dire che essa sia totalmente ingiustificata, considerato anche il ruolo discusso e discutibile che il Vaticano tenne al momento dell'ascesa al potere di Hitler in Germania, favorita dalle pressioni del Nunzio Apostolico Pacelli sui cattolici di Von Papen per votare a favore dell'aspirante Cancelliere, considerato un paladino della cristianità contro il pericolo sovietico. Non parliamo della Shoah, nei confronti della quale la Chiesa fu molto prudente, per i motivi che sappiamo, attirandosi un ulteriore rancore che non ha favorito occasioni di riconciliazione. Anche gli eventi più recenti aiutano poco a superare questa lacerazione, con gli alti prelati cattolici colti in fragrante mentre trasportano nel bagagliaio della propria vettura con targa diplomatica armi per i terroristi palestinesi, come accadde per il sempiterno Monsignor Cappucci, ospitato dalla sua scarcerazione presso le strutture Vaticane a Roma, e mai redarguito dalla Santa Sede. La Storia è la Storia, ma non sempre l'oblio riesce a prevalere, e la richiesta di perdono dopo centinaia di anni dal misfatto non sempre è sufficiente. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, ad esempio nell'assedio alla Chiesa della Natività a Betlemme da parte di Tsahal, nel quale entrambe le parti, israeliani e prelati cattolici, dimostrano una rara mancanza di tatto e doti negoziali, in una situazione che ne richiederebbe a josa. La natura sacra del luogo, e allo stesso tempo la gravità delle motivazioni israeliane sulla necessità di reprimere un terrorismo continuamente macchiato del sangue di civili innocenti, non sono riconosciute dalle controparti, le quali sembrano quasi voler approfittare dell'occasione per umiliare o mettere in difficoltà il nemico storico, o fare propaganda con richieste impossibili. I miliziani palestinesi sono diventati quasi delle comparse. L'obiettivo strategico di Israele, nel contesto più generale della contesa, è abbastanza chiaro: difendersi dai nemici, e dagli amici dei nemici. Quale sia quello della Vertice vaticano, invece, è molto meno chiaro. Puntare sul probabile vincitore, in prospettiva, potrebbe essere una spiegazione, anche se troppo concreta. Più semplicemente, forse, la Curia naviga a vista, e si fa condizionare dal suo antico pregiudizio teologico, dalla sua antipatia terrena, dall'insoddisfazione per come sono tutelati i Luoghi Santi, e soprattutto dal clero arabo e palestinese che abbonda nelle sue file e gli fornisce le informazioni di prima mano. Nonché dalla consapevolezza dell'esistenza di vaste masse arabe cristiane, che sono poca cosa come numeri rispetto ai musulmani, ma rappresentano un'elìte molto influente, in Libano, Siria, Iraq, Egitto, Tunisia, Sudan e nella stessa Palestina. Il vero obiettivo strategico di fondo potrebbe essere quello di stabilire un rapporto equilibrato, una "Strategic Partnership", con l'altra Superpotenza religiosa del Pianeta, l'Islam, in vista di un suddivisione concordata delle aree di influenza confessionali nel Terzo Mondo. L'argomento è convincente, anche se ci si potrebbe chiedere con una certa malizia se siano più influenti nel mondo il miliardo di musulmani o i trenta milioni di ebrei saldamente piantati nel cuore del mondo avanzato, dove gestiscono un potere inferiore solo a quello della meno compatta e definita fratellanza anglosassone. All'interno della quale peraltro rivestono un ruolo di tutto rilievo, che a volte finisce per avere riverberazioni dirette su questa antipatia sotterranea con il Vaticano del quale parliamo. Ad esempio, la campagna di stampa che viene condotta negli Stati Uniti dai principali media (dove la presenza ebraica è fortissima) contro gli infortuni sessuali dei preti cattolici sta mettendo in crisi la Chiesa americana, il bastione economico e finanziario della santa Sede. Può darsi si tratti di una coincidenza, o di un'opportunità afferrata al volo, ma il risultato è quello che è, con il calo delle vocazioni nei seminari, la perdita di prestigio e di influenza della Chiesa nel mondo industrializzato, le rumorose richieste di abolire il celibato dei preti, uno dei capisaldi dell'apostolato cattolico, etc. Si tratta di una vicenda episodica, ma significativa del tipo di danni che può provocare quella che è pur sempre una lotta intestina nell'ambito della civiltà occidentale, che deriva da una matrice esplicitamente giudeo - cristiana. Un atteggiamento più saggio e lungimirante da ambo le parti sarebbe auspicabile. Discorso analogo si può fare con un altro pilastro della stessa civiltà, l'Europa occidentale. Anche in questo caso la storia, la geografia e la demografia determinano gli effetti di una realpolitik ineludibile. L'Europa ha venticinque milioni di islamici, una massa fluttuante di notevole valore elettorale, anche per le instabilità e le xenofobie che può ingenerare. Gli ebrei non sono certo un numero equivalente, sicuramente alcuni milioni in meno del 1940. Gli approvvigionamenti di idrocarburi del Vecchio Continente dipendono quasi esclusivamente da fonti situate in Paesi islamici. Alcune di esse sono servite da condotti in presa diretta sui giacimenti che trasferiscono i fluidi energetici da una riva all'altra del Mediterraneo, con tutto il carico di simbolismi che la cosa comporta. Le matrici storiche e ideologiche di alcuni dei peggiori incubi del mondo israelita - la romanità aggressiva e imperialista, l'"eresia" cristiana, i tentativi di assimilazione, i ghetti, i progrom, le persecuzioni razziali, il colonialismo, la Soluzione Finale - sono frutti della cultura e della politica europea. Il focolaio nazionale ebraico della Dichiarazione Balfour ebbe origine per mettere il popolo di Mosè e di Abramo al riparo dalle angherie europee, e si ispirò alle dottrine nazionalistiche in voga in quel momento nel Vecchio Continente. Israele esiste perché tedeschi, francesi, russi, spagnoli, polacchi, ungheresi, romeni hanno reso la vita impossibile agli israeliti nei loro Paesi, offrendo loro, incidentalmente, anche modelli perseguibili di risorgimento nazionale. Anche quello che è seguito in seguito ha confermato l'ostilità europea: i blocchi navali e britannici all'emigrazione in Palestina, la repressione coloniale del '45 - '47, i voltafaccia di De Gaulle nel '67, l'appoggio attivo dei russi ai loro nemici mortali, le viltà italiane e tedesche verso il terrorismo antisraeliano degli anni di piombo, i finanziamenti della Comunità europea ai palestinesi, finiti in buona misura in conti svizzeri ed esplosivi al plastico. Anche oggi, l'unico posto al mondo dove trova cittadinanza quell'orrenda pantomima del terrorismo suicida che si è vista nelle manifestazioni romane pro-Palestina, con ragazzini radical chic che indossavano finti giubbotti esplosivi, è sempre nella saggia e civile Europa. Per non parlare, in sedi istituzionali certamente più responsabili, delle minacce del Parlamento di Strasburgo di annullare quel trattato di associazione di Israele alla UE che prima del suo significato economico ha una valenza etica riparatoria, seppur simbolica, che niente e nessuno dovrebbe avere il coraggio di mettere in discussione. In conclusione, nella contesa per la Palestina, l'Europa è l'esplicito sostenitore delle ragioni arabe, senza ambiguità e pentimenti, anche se a parole è prodigo di equidistanze e di buoni sentimenti. Il realismo politico trionfa nei fatti. Il Vecchio Continente appoggia il suo fornitore privilegiato e tenta di attrarre nella sua sfera di influenza quegli spezzoni di islamismo petrolifero che sono recalcitranti all'abbraccio americano o troppo impresentabili, Libia, Algeria, Iraq, Iran, UAE. Ha investito nelle discutibili "Istituzioni" palestinesi danari e credibilità. Si può dire che si sia dimostrato un alleato fedele e un investitore tenace. Solo il futuro potrà dire se anche previdente. Ragionamento opposto, per quanto riguarda le preferenze e i clientes, si può fare per quegli Stati Uniti dai quali siamo partiti. Gli ultimi sviluppi lasciano trasparire tuttavia qualche dubbio sul tradizionale sostegno americano a Israele, costi quel che costi e forever. (Gli ultimissimi sono ancora in corso, e si vedrà, anche se il giorno di ripensamento che Powell ha concesso ad Arafat per indurlo a condannare una terrorista suicida appartenente ad una delle sue organizzazione, che ha accolto nel modo più conveniente il plenipotenziario di Bush a Gerusalemme, non si sa se possa essere giudicato più paradossale o patetico). Ha colpito particolarmente il tono duro e ultimativo con il quale Bush si è rivolto a Sharon dopo la non osservanza israeliana della sua intimazione, all'inizio della settimana scorsa, sul ritiro immediato di Tsahal dai territori palestinesi. Nell'ipotesi che non si tratti di un gioco delle parti, e che il Presidente intendesse veramente essere "duro e ultimativo", ed esprimere tutto il senso della sua texana impazienza, occorrerebbe forse che egli prendesse piena coscienza di cosa si sta parlando, e a chi sono destinati i suoi imperiali "I meant what I said", "intendevo dire esattamente quello che ho detto (quando ti ho ordinato di ritirarti subito)" riferendosi alla mancata obbedienza del Governo di Gerusalemme ai suoi diktat. Al di là delle questioni di merito politico, e del citato diritto di un Paese sovrano a provvedere alla sua sicurezza nel modo che ritiene opportuno, analogamente a quanto fanno da sempre gli Stati Uniti d'America, occorrerebbe fare qualche riflessione sui reali rapporti di forza in gioco. Non sono quelli che la demografia, le dimensioni del PIL e il senso comune sembrano suggerire. Pochi sono consapevoli che le capacità militari di Israele, per quanto riguarda il dispositivo aereoterrestre (la Marina non le serve, ed è poco più che simbolica), sono equivalenti e per certi versi superiori - come numeri - a quelle di una media Potenza europea, diciamo Germania e Francia. La sola Gran Bretagna ha, forse, un dispositivo più consistente, ma di poco. Come qualità dei reparti, prontezza ed esperienza di combattimento, il paragone è letteralmente improponibile. Il British Army è rinomato nella NATO, per la saldezza delle sue unità elementari, indurite da un trentennio di ordine pubblico in Irlanda del Nord. In un analogo trentennio Tsahal ha fatto cinque guerre e un numero imprecisato di non - guerre, in tutte le loro articolazioni: battaglie di migliaia di carri, offensive aeree che hanno rivoluzionato teorie e prassi, annientamento elettronico e fisico di interi dispositivi nemici, operazioni "speciali"che neppure immaginiamo. Nella Guerra "Fredda" ha distrutto più materiale bellico sovietico dello stesso Esercito americano in Corea e nel Vietnam. Di fatto, con il declino russo e l'obsolescenza delle tecnologie belliche cinesi e indiane, Israele rischia di poter essere considerata la seconda potenza militare convenzionale del pianeta, dopo gli Stati Uniti. In certe aree, le sue FFAA determinano lo stato dell'arte, e sono persino più avanzate di quelle statunitensi. Per quanto riguarda gli asset strategici, armamento nucleare in primis, Israele sembra abbia un numero di testate che si collocano fra quelle del Regno Unito e quelle francesi. Ampiamente sufficienti a scoraggiare qualsiasi potenza, regionale, e non, dall'interferire sul serio. Le sue forze armate non solo sono nettamente superiori a quelle, combinate, dei Paesi apertamente nemici, ma possono respingere qualsiasi tentativo di altre entità grandi a piacere di imporre militarmente la loro volontà sui fatti che la riguardano. E lo farebbero, se necessario. Non è superfluo richiamare un episodio sconosciuto ai più, accaduto l'8 giugno del 1967, tre giorni dopo l'inizio della Guerra dei Sei Giorni. Una nave Intelligence della Marina americana, la USS Liberty si trovava in navigazione nel Mediterraneo orientale, 15 miglia a nord della Penisola del Sinai, in una missione di spionaggio elettronico, che era stata comunicata in anticipo al governo di Tel Aviv. Improvvisamente fu attaccata, a lungo e ripetutamente, da motosiluranti e velivoli con la Stella di Davide, in pieno giorno, nonostante mostrasse la bandiera bene in vista e il comando di bordo avesse trasmesso messaggi di soccorso sulle reti internazionali di emergenza. Un siluro e diversi razzi colpirono l'unità, quasi affondandola, e le perdite in vite umane furono di 34 marinai, superiori a quelle di qualsiasi altra nave militare statunitense nel periodo della Guerra Fredda. Seconde solo a quelle della fregata Stark (37 caduti) colpita per errore da un missile iracheno nel Golfo Persico nel 1987, durante la guerra delle petroliere fra Iraq e Iran. (La US Navy conservò a lungo un forte rancore verso la Stella di Davide e pe rventun'anninon mandò una sola nave in visita nei porti israeliani, nonostante nel frattempo i due Paesi fossero diventati stretti sodali). L'episodio della Liberty resta sintomatico, nella sua apparente inspiegabilità, della decisione e della spregiudicatezza con la quale gli israeliani si comportano in guerra, anche contro potenziali alleati (al tempo l'alleanza fra Washington e Tel Aviv non era ancora operante, ma già si preannunciava) quando ritengono siano in gioco interessi strategici essenziali. Nel deserto del Sinai era in corso una campagna decisiva contro l'esercito egiziano e una nave intelligence al limite delle acque territoriali, qualunque fosse la sua nazionalità, poteva rappresentare una minaccia inaccettabile alla segretezza delle proprie operazioni. L'attacco fu spiegato dalle autorità israeliane come un errore, e furono offerte scuse formali e compensazioni alle famiglie degli uccisi. L'evidenza della sua natura deliberata trovò una ampia conferma nelle intercettazioni delle comunicazioni di combattimento effettuate da un aereo spia americano EC 121 che orbitava nei paraggi. Il governo americano seppe subito come erano andate le cose, ma non reagì per ragioni di ordine superiore - una volta si diceva "di Stato" - al di là di una protesta formale. Fu imposto il segreto sulle intercettazioni dell'EC 121, che è stato sciolto solo recentemente. L'episodio è stato raccontato in un libro che è passato quasi inosservato. Forse non a caso; la lobby ebraica negli Stati Uniti domina l'editoria. Al di là delle spiegazioni "off the records", per addetti ai lavori, che parlavano di un eccesso di zelo dei generali di Moshe Dayan dovuto ad tremendo stress da combattimento, o al massimo di un atto di arroganza guerriera da parte di un dispositivo militare in piena corsa, il messaggio dell'avvenimento fu, ed è ancora, molto chiaro e lucido: Israele non è disposta ad accettare interferenze e ambiguità, e neanche sbadatezze, nelle sue operazioni militari, da chiunque provengano. (La missione della Liberty, una nave Elint in zona di guerra, era caratterizzata senza dubbio da tutte e tre le suddette qualità). Soprattutto se riguardano momenti decisivi per la vita e la sicurezza del Paese. La Guerra dei Sei Giorni, originata dal blocco degli Stretti di Tiran stoltamente imposto da Nasser, apparteneva certamente a questa categoria.(Quella stessa guerra che ha originato i problemi di oggi, peraltro). L'assalto terroristico al quale oggi è sottoposto il Paese ha provocato più perdite civili di qualsiasi altro conflitto arabo-israeliano dal 1948 e viene considerato da tutto il popolo israeliano alla stessa stregua. Non sembra una pretesa irragionevole, dato che i quasi 400 caduti negli attentati suicidi - uno su diecimila abitanti (ebrei) di Israele - equivalgono, in rapporto alla popolazione, a 28.000 uccisi statunitensi. Si tenga presente la reazione dell'America ai morti - un decimo di tale cifra - dell'abbattimento delle Twins Towers, un evento che viene descritto dovunque in termini apocalittici e segna uno spartiacque nella storia della modernità. Se il nostro Paese, o la Francia, o il Regno Unito avessero subito la perdita, in due anni, di 5.600 civili uccisi in attentati terroristici provenienti da un Paese definito e chiaramente localizzabile, non si vede chi e che cosa avrebbe potuto impedire le operazioni repressive necessarie a interrompere il fenomeno e a punire i responsabili. Quale governo non si sarebbe sentito in dovere di agire nel modo più diretto o sarebbe rimasto in carica per un giorno se non lo avesse fatto? La politica dei due pesi e due misure (o tre, quattro, a piacere) operata dai Paesi europei e anche dagli Stati Uniti, è comprensibile e risponde ad esigenze di manovra geopolitica che devono tenere presenti le esigenze contrastanti di diversi scacchieri, ma tutto ha un limite. E comunque non è detto che i danneggiati siano contenti e d'accordo. E disponibili a farsi da parte, se hanno la forza di far valere le proprie ragioni. Israele ha questa forza, come abbiamo visto, non solo come sommatoria di capacità militari ma anche come capacità di decidere il loro impiego in situazioni difficili, sgradevoli, impopolari o disperate. Da un popolo che ha in Masnada, nella Shoa e nelle citate cinque guerre in una generazione i simboli fondanti della propria identità nazionale non c'è da aspettarsi altro. Durante un dibattito televisivo su una televisione italiana è stato messo in luce dal Generale Carlo Jean che Tsahal impiega, nelle operazioni sui Territori, unità composte interamente di riservisti. Hanno un'età più matura dei ragazzi di leva delle unità regolari e sono in grado meglio di questi di gestire le difficili condizioni di combattimento che si possono presentare senza farsene travolgere emotivamente. Allontanando la possibilità di novelle Sabra e Chatilla, o My Lai. L'argomento è convincente e impressionante, perché dimostra, oltre alla perspicacia dello Stato Maggiore israeliano, quale sia il grado di coinvolgimento dell'uomo comune di quel Paese, del cittadino trentenne o quarantenne, maturo, lontano dalle follie giovanili, con moglie e figli, quando è in discussione la difesa della propria società e dei propri valori. Nonché la sua prontezza a mettere in gioco la sua agita esistenza e la vita stessa per il bene comune. Dimostra anche che quello israeliano è l'unico esercito occidentale in grado di mobilitare in poche ore intere classi di riservisti addestrate e motivate per un compito così difficile e impegnativo come la controguerriglia sotto gli occhi dei media del mondo intero, il più arduo che debba fronteggiare un esercito. E al contempo conferma che la minaccia maggiore per il Paese rimane, in piena Intifada terroristica, l'intervento di eserciti regolari arabi, contro i quali sono predisposte le migliori unità combattenti di prima linea. Le riserve, in sostanza, vengono mandate a combattere una guerra impossibile per qualsiasi esercito occidentale - impossibile senza spianare tutte le città palestinesi sotto un diluvio di bombe intelligenti - mentre le risorse più pregiate dell'esercito e dell'aviazione sono ancora intatte, per ulteriori compiti giudicati più impegnativi, anche se meno probabili. Una tale situazione non fa che confermare l'assunto precedente, e cioè che l'esercito israeliano possa essere considerato il migliore del mondo in termini professionali, l'unico che coniuga una disponibilità a soffrire e a morire di tipo asiatico - o meglio "romano", virile, consapevole, maturo, cosciente dello straordinario valore della vita ma al contempo dei doveri verso la Patria - con una padronanza tecnologica di mezzi e dottrine che è alla pari con quella americana e spesso diventa la sua Musa ispiratrice. Tornando quindi al duro richiamo del Presidente Bush a Sharon, e quindi all'intero popolo israeliano, in questo momento, è auspicabile che quando gli Imperatori richiamano i loro vassalli all'ordine, sappiano esattamente con chi stanno parlando, distinguendo i guerrieri dai cortigiani, gli uomini liberi dai servi. E cerchino di usare con i primi usino il tono che ad essi meritano. Evitando nel caso specifico di drammatizzare troppo un confronto che potrebbe avere risultati non scontati. Bluffare è lecito, ma alla condizione di sapere quando lasciare il tavolo. E di poterselo permettere. |